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Stati Uniti

L’invenzione e il crollo della memoria sudista

Per decenni, sulla scia della memorialistica, il cinema ha aiutato a creare il falso mito confederato, facendo del Vecchio Sud una sorta di Eden. Ma la società cambia, e il cinema anche.

Anche se nato in Francia, il cinema è stato fatto proprio dagli Stati Uniti. Del resto, la sua epopea di sviluppo e il suo “destino manifesto” si prestavano molto a una narrazione epica. Il progressivo imbrigliamento della natura, la saga della frontiera, l’impetuoso sviluppo industriale: tutte tematiche ideali nella crescita dei primi anni della settima arte. Al di là di questo, già agli esordi del cinema muto arrivò un genere narrativo che prosperava nella memorialistica e nella letteratura: la lost cause degli ex confederati, una subcultura regionale separata propugnata dai reduci (e dai loro figli e nipoti) di quella guerra che aveva visto buona parte degli stati schiavisti americani secedere dagli Stati Uniti e combattere per mantenere la “peculiare istituzione”. Ma questo nella narrazione postbellica sparì. Si era combattuto per difendere l’onore violato degli stati del Sud contro l’avidità industriale del Nord. 

Medioevo immaginario

Un ulteriore passo indietro aiuta a capire il mindset del Deep South americano, fino a prima della guerra. Quasi cinquant’anni prima, quando è pubblicato il primo libro di Walter Scott, Waverley, nel 1816. Il romanzo è ambientato nella Scozia della prima metà del Settecento e ha una visione che si proclamava aderente alla realtà, ma edulcorava il contesto sociale in cui si svolgevano le rivolte dei giacobiti, i sostenitori del deposto re Giacomo II Stuart che volevano cacciare dal trono inglese i monarchi della casata di Hannover. Fin da subito fu un grande successo non solo nella nativa Scozia, ma anche negli Stati Uniti del Sud. C’erano vari motivi per questo exploit: innanzitutto, la comune origine di molti appartenenti alla classe dei piantatori, provenienti da Scozia e Irlanda. Nelle loro memorie familiari c’era già il senso di sconfitta per una causa che era giusta ma non aveva i mezzi necessari per prevalere, in possesso invece del leviatano britannico. In fondo, lo stile di vita che si erano creati era quello nobiliare. L’ideologo del separatismo sudista John Calhoun, vicepresidente degli Stati Uniti e senatore della South Carolina, sosteneva che la schiavitù “facesse di ogni uomo un aristocratico”. Il senso dell’onore, visto come un sistema complesso di rapporti tra sessi, classi e razze, sembrava provenire dal Medioevo immaginifico dei romanzi di Scott. Si arrivò a organizzare tornei medievali e rievocazioni in costume. 

Le donne, le cosiddette Southern belles, erano considerate esseri fragili da proteggere. Porsi come eredi dei giacobiti non portò però molta fortuna ai sudisti, quando scelsero di rompere con il governo di Washington per cercare di mantenere l’utopia agraria immaginata dall’ex presidente Thomas Jefferson. Se per Jefferson la schiavitù andava fatta morire lentamente, i sudisti post-Scott non erano d’accordo, anzi. Volevano farla prosperare, farla arrivare alla seconda rivoluzione industriale. Nuovi studi, come il libro dello storico John Majewski Modernizing a Slave Economy, uscito nel 2009, hanno illuminato questo aspetto: il Sud separatista si sarebbe dotato di un robusto tessuto industriale pesante, pianificato dal governo di Richmond. Una volta sconfitti, i neosudisti nascosero sia la volontà di industrializzarsi sia la centralità del sistema economico fondato sulla schiavitù. La sconfitta non si doveva al comando centrale incompetente o alla limitata visione strategica del generale Lee, a capo dell’esercito, ma al numero schiacciante dei nordisti, appoggiati da un barbaro apparato di fabbriche che i sudisti si erano rifiutati di instaurare per non venire corrotti dalla modernità. Preferendo rimanere fedeli a loro stessi, avevano scelto di sacrificarsi come i giacobiti nella battaglia di Culloden del 1745 e come Gesù Cristo a Gerusalemme. Per la bontà della loro causa. 

Ribelli con una causa

Ovviamente questo mondo creato in vitro trovò vasta fortuna nella memorialistica, a cominciare dal libro del giornalista virginiano Edward Pollard, The Lost Cause: A New Southern History of the War, edito nel 1866. Qui emerge appunto l’espressione lost cause. Il concetto che la schiavitù fosse secondaria, ma importava la difesa della sovranità degli stati, gli states’ rights evocati da Calhoun decine di anni prima. Nell’immaginario popolare erano principalmente due le figure storiche che sfondano i confini locali, quelli in cui generali di ogni risma e capacità erano venerati. Sono il generale Robert Lee e uno dei suoi più stretti collaboratori, Stonewall Jackson. Lee, morto con una folta barba bianca all’età di 63 anni nel 1870, rappresentava una sorta di bonario nonno che incarnava i valori paternalistici del vecchio mondo e aveva combattuto con valore, come un novello re Artù. Il suo fedele Galahad, il più puro dei cavalieri, era invece il religiosissimo generale Stonewall Jackson. Profondamente religioso, tanto da puntare in più occasioni al battesimo di massa dei soldati confederati, muore vittorioso per le ferite riportate nella battaglia di Chancellorsville nel 1863: un martirio della santa causa, una figura pienamente cristologica. Anni dopo il generale George Patton, uno dei comandanti alleati dell’invasione dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, avrebbe dichiarato di aver pregato da bambino sulle immagini di Lee e di Jackson, credendoli Dio Padre e Gesù. Questo neoromanticismo postbellico era chiaramente ispirato a Walter Scott e finì sul banco degli accusati di alcuni saggisti che disprezzavano questa racconto autoassolutorio.

Mark Twain, nel suo memoriale autobiografico Vita sul Mississippi, pubblicato nel 1883, lo ritiene uno dei “forgiatori del carattere sudista” e “una delle cause della guerra”. Qualche anno più tardi, nel marzo 1891, il direttore della rivista culturale Harper’s George William Curtis scriveva che i suoi racconti erano “dolciumi per bambini” che avrebbero nutrito una visione infantile dei sudisti. Ma le critiche rimasero isolate. Ci fu una fitta pubblicazione memorialistica, letteraria e musicale, che dipingeva di rosa il vecchio Sud, senza citare gli eventi. Due esempi: la raccolta delle Storie dello zio Remo del giornalista e scrittore Joel Chandler Harris, pubblicate nel 1890, e la canzone “Carry Me Back to the Old Virginny”, composta dal musicista afroamericano James A. Bland, adottavano il punto di vista degli afroamericani con una nostalgia posticcia per un’epoca ritenuta più sicura e bonaria, anche per chi viveva negli ultimi gradini della società. Inevitabile che una narrazione tanto falsata quanto popolare e che attirava così tanto pubblico fosse fatta propria, allora, dalla nascente industria cinematografica.

Si gira!

Fu un regista di origine canadese, Sydney Olcott, a innamorarsi dell’epopea confederata: in mezzo a una produzione sterminata di film ambientati in varie epoche, il primo dedicato a questo tema è The Girl Spy, uscito nel 1909. I temi del film sono singolari: non rappresentano scene di battaglia, ma una storia di coraggio femminile dietro le linee unioniste. La protagonista era Gene Gauntier, una delle primissime dive, anche produttrice, sceneggiatrice e regista della casa di produzione Kalem Films. Ne seguiranno molti altri, ma Olcott girò nel 1913 anche In the Crutches of the Ku Klux Klan, la storia di un direttore di giornale del Sud che viene rapito dal Klan. L’interesse di Olcott quindi era centrato in particolare sulla possibilità di guadagnare su queste storie di coraggio, e una di queste pellicole, uscita nel 1911, aveva l’eloquente titolo To the Aid of Stonewall Jackson: siamo all’apogeo della cosiddetta riconciliazione bianca, la composizione dei contrasti tra le due parti del paese ex belligeranti che però sacrificava il benessere degli afroamericani, ridotti nuovamente a essere cittadini di seconda categoria al Sud.

Il tentativo più ideologico invece venne dal primo kolossal prodotto negli Stati Uniti: Birth of a Nation, in sala nel 1915. Qui la riabilitazione del Vecchio Sud non è zuccherosa. Il soggetto è tratto da un libro dal titolo eloquentissimo The Clansman, scritto da Thomas Dixon nel 1905, che glorificava l’azione salvifica del Klan nel periodo successivo alla guerra, quando si tentò di dare pieni diritti agli afroamericani, tentativo fallito per l’opposizione violenta del Klan stesso e di altri gruppi terroristici supportati da alcuni membri della vecchia élite politica. Tutto questo nel libro, e nel film girato da David Wark Griffith, non risulta affatto. I neri sono raffigurati come pigri, violenti e potenziali stupratori. Incapaci di sedere nell’assemblea locale, dove si levano le scarpe e si ingozzano di pollo, fantocci inconsapevoli di una cospirazione nordista di un deputato fittizio che ricorda in tutto e per tutto l’abolizionista Thaddeus Stevens. Tutto si risolve con l’eroico intervento del Ku Klux Klan che ristabilisce un’ordinata supremazia bianca. Il film è un successo enorme. È anche proiettato alla Casa Bianca, dove in quel momento risiede il primo presidente sudista da quasi cinquant’anni, il virginiano Woodrow Wilson, favorevole alla segregazione e alla sua estensione negli uffici federali. Il successo del film è tale che il Klan è rifondato, con sedi stavolta anche a Nord. Grazie al cinema la lost cause aveva reso popolare il razzismo di matrice sudista in tutto il Paese. Una discriminazione sistematica vista come necessaria per evitare che il Paese ripiombasse nella divisione e nel conflitto. 

Anche nei film comici sbarcò l’eroismo confederato. Disse Buster Keaton: “Difficile trarre un eroe dalle fila degli yankee”. Così ne Il generale interpretò un macchinista confederato che alla fine del film, tra mille gag ferroviarie, decide di arruolarsi nell’esercito di Lee, e conquista la sua ragazza dei sogni. Tuttavia il film, a sorpresa, non va bene. La lost cause è una cosa seria, che richiede un afflato epico non comune. Come quello del memoriale confederato di Arlington o dei tanti monumenti al generale Lee in cima ad altissime colonne, figura che rappresentava un mix tra Mago Merlino e Lancillotto, che scruta sotto di sé l’ordine ricostituito e l’ideale a cui ambire, perduto per sempre per l’ingiustizia degli uomini. L’acme narrativo si raggiunge con Via col vento. A differenza che in Birth of A Nation, il colore evidenziava con tonalità vive la meraviglia di quel mondo perduto “di dame e cavalieri”, come si legge nella scena introduttiva. Il film va in onda per la prima ad Atlanta il 15 dicembre 1939, al Loew Grand Theatre: ci sono 300mila persone. La città si riempie di bandiere confederate e fervono i festeggiamenti, tanto che il governatore Eurith Rivers dichiara il 15 dicembre giorno festivo. Jimmy Carter, allora quindicenne, ricorda quei giorni come “il più grande evento avvenuto al Sud nel corso della mia vita”. Il cast afroamericano è escluso, ma Hattie McDaniel in testa accetta l’indegna esclusione, convincendo Clark Gable ad andare nonostante la sua contrarietà. Questo è il momento mediaticamente più alto dell’accettazione del Nuovo Sud nel racconto dell’America che si apprestava a uscire dalla Grande Depressione e ad affrontare la Seconda Guerra Mondiale. 

Oltre la narrazione

Nel Dopoguerra questa narrazione scricchiola: il movimento per i diritti civili getta una luce nuova sul sistema di oppressione che al Sud colpisce parte della popolazione con un congegno di razzismo istituzionalizzato e sistematico, coperto culturalmente dal mito della lost cause. Morendo gli ultimi reduci, la coltre cadde e pian piano il mito iniziò a scricchiolare, anche dal punto di vista cinematografico. Nel 1976 il film di Clint Eastwood The Outlaw Josiah Wales (in italiano Il texano dagli occhi di ghiaccio) mantiene una posizione simpatetica nei confronti della causa sudista, ma poi diventa una storia di rinascita: un guerrigliero che trova la sua nuova vita nel Texas e fonda una comunità in cui bianchi e nativi americani vivono in armonia. La classica visione romantica, della Confederazione come quella casa a cui bisogna tornare, permane in film molto più recenti come Ritorno a Cold Mountain e Gods and Generals, entrambi del 2003. Sorprendentemente, anche un regista apertamente progressista come Robert Redford, nel suo The Conspirator uscito nel 2010 vede i confederati come dissidenti schiacciati da un sistema giudiziario oppressivo e arbitrario simile a quello dell’America di George W. Bush, tanto da fare una similitudine tra il segretario alla guerra Edwin Stanton, interpretato da Kevin Kline, e Dick Cheney, del quale imita il caratteristico ghigno. Ma con l’elezione di Barack Obama alla presidenza qualcosa finalmente si rompe.

La bandiera confederata, che tappezzava la casa di Damon Root, suprematista bianco e autore di un massacro in una chiesa di Charleston nel 2015, mostra tutto il suo potenziale razzialmente distruttivo ancora intatto. Il primo film a rovesciare gli stereotipi razziali del Sud prebellico in modo radicale è Django Unchained di Quentin Tarantino, nel 2012: il fondatore cinematografico del pulp non risparmia nemmeno un po’ della violenza della schiavitù, vista come un sadico esercizio del potere razziale, il cui strascico si vede anche in un film successivo ambientato dopo la guerra, The Hateful Eight. A rovesciare l’ideale romantico del soldato confederato ci pensa Free State of Jones del 2016, la vera storia di un ufficiale confederato che costituisce un piccolo territorio autonomo insieme agli schiavi liberati. Siamo già nell’anno dell’ascesa di Donald Trump alla presidenza e gli ufficiali confederati, pronti a riciclarsi con il nuovo corso postbellico, sono rappresentati come omuncoli meschini e dediti al saccheggio delle risorse alimentari dei piccoli proprietari. Degli autentici oppressori, senza stile né eleganza, scherani della classe dominante che porta il Sud alla devastazione conseguente alla “guerra dell’uomo ricco”. 

E questa storia si può concludere con la cancellazione della serie tv Confederate: lanciata da Hbo nel 2016, scritta da David Benioff e D.B. Weiss, già creatori di Game of Thrones, sarebbe stata ambientata in un presente ucronico dove la guerra civile termina con una sorta di conflitto congelato al confine tra Unione e Confederazione. Intorno a questa vicenda si sarebbe dovuta svolgere una vicenda dai contorni che non fecero a tempo ad essere definiti con precisione, ma secondo le prime indiscrezioni uscite nel 2017, sullo sfondo degli eventi che avrebbero condotto a una terza guerra civile (si presuppone che ce ne sia stata una seconda) si sviluppano le vicende corali di cacciatori di taglie di schiavi fuggitivi, politici confederati, giornalisti e abolizionisti. Oltreché naturalmente delle famiglie di schiavi. I commentatori sui social, ma anche su testate come il Guardian e Vox, temevano una serie nella quale si spettacolarizzasse il dominio sui neri, anche in modo esplicitamente sessualizzato. Decisamente troppo per una nazione già polarizzata sul tema razziale e che aveva appena eletto un presidente come Donald Trump. Una campagna via social con l’hashtag #noconfederate ha raggiunto la prima posizione su Twitter negli Stati Uniti a metà 2017, portando il network e gli showrunner alla chiusura del progetto. Come mai invece una serie come The Man in the High Castle di Amazon Prime, che mostra un’America governata secondo le politiche razziali ed eugenetiche del Terzo Reich, che comprendono il genocidio degli afroamericani, non ha scatenato un’indignazione paragonabile? Si può ipotizzare che, mentre la mitologia nazista ha attecchito ben poco nell’immaginario dell’estrema destra americana sostenitrice di Trump, la nostalgia confederata è invece ancora molto forte e radicata. Tanto che uno dei principali gruppi antagonisti del presidente si è autodefinito The Lincoln Project, che utilizza molto questa metafora dell’America schierata contro Trump, il presidente “confederato”, che fa propria la memoria dei perdenti razzisti e che in più di un’occasione ha difeso la memoria monumentale del generale Robert Lee, anche se negli ultimi mesi anche da parte repubblicana si è affievolita questa difesa a oltranza di una memoria destinata ormai (forse) all’archiviazione. Non solo: lo stato del Mississippi, ultimo ad avere il vessillo sudista all’interno della propria bandiera statale, ha indetto con mozione bipartisan un referendum per sostituirla con una nuova più inclusiva. Insomma, anche i repubblicani ormai hanno abbandonato la difesa di una costruzione storica falsata e inutilmente divisiva. La revisione cinematografico-televisiva che ha finalmente squarciato le finalità distorsive e autoassolutorie della lost cause purtroppo non ha fatto che confermare che tale mitologia resta materiale incandescente nelle relazioni razziali quotidiane. L’uniforme confederata spaventa di più di quella nazista, perché di frequente chi commette crimini di odio contro la minoranza afroamericana ha una visione positiva di quel retaggio. Riportarlo su Hbo in prime time, sia pure in una serie ucronica, fa ancora molta paura.


Matteo Muzio

Classe 1985. Lavora come giornalista, con formazione da storico. Scrive sul Corriere della Sera, su Rolling Stone Italia e su altre testate, principalmente di cose americane: politica, comunicazione e narrazioni culturali. Il suo legame con gli Usa ha antiche radici familiari.  

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