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Rappresentazioni

La vita segreta delle mogli televisive

Se un tempo le casalinghe erano il pubblico privilegiato della televisione, oggi ne sono diventate le protagoniste assolute. Tra scandali e contraddizioni, la tv delle mogli si impone come uno dei prodotti più controversi e rivelatori degli ultimi anni.

Esiste un solo tempio in Italia dedicato alla dottrina della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. È il centosessantaduesimo tempio dell’intera architettura religiosa del mormonismo e sorge nella periferia nord-orientale di Roma, lungo il tracciato del Grande Raccordo Anulare. La guglia di granito, in cima alla quale troneggia la statua placcata d’oro dell’angelo Moroni, è visibile già a diversi chilometri di distanza, proprio accanto alla torre su cui campeggiano le enormi lettere gialle del più grande negozio IKEA della città.

Quando si decide di visitare il complesso, si viene accolti da una coppia di Sorelle: missionarie, quasi sempre americane e, nella maggior parte dei casi, giovanissime. Quelle che mi danno il benvenuto all’ingresso del centro visitatori hanno rispettivamente ventitré e diciannove anni. Durante l’incontro mi parlano del Libro di Mormon e della dottrina del matrimonio celeste. Io chiedo del progetto architettonico e delle loro vite. Quando mi raccontano di venire dallo Utah, soffoco l’impulso di reagire. Conosco lo Utah di cui parlano, o almeno ho l’arroganza di pensare di conoscerlo, tipica di chi ha consumato troppe rappresentazioni televisive di un luogo.

Penso alle riprese dall’alto del tempio monumentale di Salt Lake City, di cui quello romano sembra un simpatico modellino in scala, e ancor più a quello futuristico di Provo, circondato dal canyon dei Monti Wasatch. Qui, invece, c’è solo il paesaggio periferico della città e il profilo dell’imponente centro commerciale che sorge proprio di fronte alla struttura, rigorosamente tagliato fuori dalle fotografie patinate che si possono ammirare sul sito e sui dépliant offerti nella hall. Dopo venti minuti trascorsi ad ascoltare con attenzione la lunga catena di profeti uomini che si sono succeduti nei circa duecento anni di storia del mormonismo, l’impulso ritorna e questa volta scelgo di non trattenerlo. La risposta delle Sorelle alla domanda che aspettavo di fare dall’inizio della visita non mi sorprende: non sono affatto felici del reality show che, negli ultimi anni, ha catalizzato un’attenzione mediatica sproporzionata sulla loro comunità religiosa, La vita segreta delle mogli mormoni.

The Real Mormon Housewives

L’antefatto lo conosciamo già. Un gruppo di casalinghe sole e annoiate si riunisce di tanto in tanto, mentre i mariti sono a lavoro, per farsi compagnia. In America, l’associazionismo tra mogli benestanti è una storia antica: club dedicati alla beneficenza, allo sport, alla condivisione di buone pratiche domestiche. Se negli anni Sessanta l’emancipazione prendeva la forma dei Tupperware Party, negli anni Venti del Duemila la formula si fa più complessa: occorre fondare un #MomTok, accumulare milioni di visualizzazioni con video di balletti tra madri mormoni, far esplodere uno scandalo legato a presunte pratiche scambiste interne al gruppo e, infine, firmare contratti stellari per uno show che promette di sbirciare nelle vite delle sue protagoniste.

Le mogli mormoni bevono, intrattengono relazioni extraconiugali, organizzano manifestazioni per la comunità LGBTQ+ e, naturalmente, litigano, spettegolano, si pugnalano alle spalle secondo quello stile che solo la migliore tv dedicata alle vite delle casalinghe occidentali ci ha insegnato a riconoscere e ad apprezzare.

Il risultato è un mix di un’efficacia incontestabile. Nel 2024 il programma viene incoronato come il debutto unscripted più visto di Hulu, con visualizzazioni che superano persino l’ultima stagione di Al passo con i Kardashian. La seconda stagione registra cinque milioni di spettatori globali nei primi cinque giorni di streaming, consacrando il reality come uno strumento di earned media di notevole efficacia, tanto per il broadcaster quanto per le sue protagoniste. La terza – e per ora ultima – stagione conferma la traiettoria, totalizzando 651 milioni di minuti di visione nei primi quattro giorni dal debutto. Ma mentre TikTok si riempie di video in cui le utenti vivisezionano, interpretano e commentano ogni dettaglio del programma, la natura del suo successo diventa sempre più evidente: La vita segreta delle mogli mormoni non è, in alcun modo, un programma sulle vite, complesse e particolari, di un gruppo di donne mormoni. È, piuttosto, l’ennesimo spin-off di una televisione già vista, che – a quanto pare – continua a funzionare splendidamente.

Salvo sporadici episodi nella prima stagione, in cui rituali e aspetti dottrinali del mormonismo compaiono come inserti marginali della narrazione, la religione svolge infatti una funzione essenzialmente aneddotica all’interno dello show. Del Libro di Mormon e del matrimonio celeste continuiamo a sapere pochissimo, ma in compenso apprendiamo che i mormoni non bevono caffè né alcolici e che, per questo, sono ossessionati dalla soda; che non fanno uso di droghe, ma sono autorizzati a intraprendere sessioni terapeutiche a base di ketamina; che il corpo è un tempio, ma che non c’è alcun problema se lo si decide di riempire di botox.

Le mogli mormoni ci mostrano queste pittoresche contraddizioni della loro fede per poi passare immediatamente a metterne in scena un altro tipo, a noi più familiare: bevono birra, intrattengono relazioni extraconiugali, si improvvisano imprenditrici, organizzano manifestazioni a sostegno della comunità LGBTQ+ e, naturalmente, litigano, spettegolano, si pugnalano alle spalle secondo quello stile impeccabile che solo la migliore televisione dedicata alle vite delle casalinghe occidentali – quelle miscredenti, avide e promiscue – ci ha insegnato a riconoscere e ad apprezzare. Sono, a tutti gli effetti, delle Real Housewives; ma poiché lo Utah aveva già il suo posto nel franchise, con le casalinghe di Salt Lake City, il mormonismo diventa il brand distintivo di queste giovani donne, per il resto indistinguibili da qualsiasi altra coetanea con il balayage, la tutina coordinata e una Stanley Cup in mano che attraversa quotidianamente i nostri piccoli schermi.

Housewife, so confusing

L’intero baraccone si regge quindi sul più squisito paradosso della monetizzazione della visibilità. Da un lato, le mogli mormoni sottolineano con vigore di voler sfruttare il mezzo televisivo per divulgare la propria fede, mostrando al tempo stesso il volto progressista della loro comunità e incoraggiando altre donne a essere forti, libere, coraggiose. Dall’altro, per farlo, sono costrette a modellarsi su ciò che funziona nei reality show: vendette, confronti, volgarità, mercificazione dello stile di vita e del corpo femminili.

«As a group we are trying to influence the world», spiega una delle mogli, Jen Affleck, al marito, Zac.
«What are you trying to influence?», chiede lui, visibilmente confuso.
«Empowering women».
«But you are just shitting on each other».

Già dalla seconda stagione, in effetti, le mogli mormoni si vedono raramente fare le due cose per cui sono in televisione – praticare la religione e ballare su TikTok – e trascorrono invece buona parte del loro tempo, per dirla con le parole di Zac Affleck, a spalarsi la merda addosso. Sempre, e solo, secondo il registro ormai collaudato della televisione “mogliesca”: la gita fuori porta in cui tutte litigano con tutte, ma soprattutto con una, destinata a diventare il villain o il capro espiatorio della stagione; l’evento finale, teatro del confronto più aspro e spettacolare, che terrà il pubblico in sospeso fino all’immancabile reunion; e, soprattutto, l’uso strumentale di questioni politiche e morali, piegate a difendere gli interessi di un singolo o di una fazione del gruppo. Le casalinghe televisive invocano la sisterhood per assicurarsi l’omertà delle altre, accusano di harassment per schermarsi dalle critiche ricevute, invocano il victim blaming per ribaltare scomodi contenziosi. La formula è talmente avvincente che, quando le mogli incontrano Lana Del Rey a un festival di musica country nel deserto californiano, non sono loro a voler sapere tutto di lei, ma il contrario: è Lana a mostrarsi affamata dei loro conflitti interni, a chiedere aggiornamenti sugli ultimi gossip, a voler dire la sua. E, per una volta, invidiamo Lana non perché è Lana, ma perché vorremmo trovarci esattamente al suo posto, immersa nelle energie violente e insaziabili delle mogli arrabbiate.

It’s so confusing sometimes to be a girl, canta Charli XCX in uno dei singoli di punta di Brat, ma essere una casalinga televisiva lo è ancora di più. Lo stesso meccanismo reso familiare dalle teen comedy sulle ragazze cattive torna qui in versione unscripted, incarnato dalle stesse ragazze – ora donne – che con quelle rappresentazioni ci sono cresciute. Così non è difficile intravedere l’ombra di Regina George alle spalle della moglie mormone che, nel confessionale, recita la Lettera agli Efesini capitolo 4 versetto 32(Siate invece benevoli e misericordiosi gli uni verso gli altri…), subito prima di tentare di isolare un’altra moglie mormone dal resto del gruppo (…Ma se non fate altro che spalarvi la merda addosso). Il culto della mean girl, dopotutto, sembra l’unico a cui alcune di noi – creature terrene, fallibili e permeabili alle peggiori influenze della società – sono destinate a restare fedeli fino all’ultimo.

We wife!

The hunting wives (Nido di serpi) è un telefilm mediocre su un gruppo di casalinghe repubblicane e cattoliche del Texas, che riesce tuttavia a condensare molti dei tropi centrali della televisione “mogliesca”, dove reality e finzione trovano un terreno in comune.

Primo: le casalinghe televisive nascondono e tradiscono. Da Bree Van de Kamp di Desperate Housewives a Julie Cooper di The O.C. fino a includere Annie Camden, la casalinga protestante di Settimo cielo, che nasconde la marijuana al marito reverendo. Così come le hunting wives giocano sporco per mettere a tacere vicende personali incresciose, usando denaro, violenza e sesso come armi di scambio, nelle cabine armadio delle Real Housewives sembrano esserci più scheletri che Louboutin. E forse non è un caso che lo scandalo più clamoroso dell’intera serie sulle mogli mormoni nasca proprio da un crossover “mogliesco” con l’ex ape regina di RHOBH, nel backstage del suo nuovo reality Vanderpump Villa.

Quando le mogli mormoni incontrano Lana Del Rey, non sono loro a voler sapere tutto di lei, ma il contrario: è Lana a mostrarsi affamata dei loro conflitti interni, a chiedere aggiornamenti sugli ultimi gossip, a voler dire la sua.

Secondo: le casalinghe televisive sono, da un punto di vista narrativo, completamente autosufficienti. Sono il motore della storia, le eroine e le antagoniste, le vittime e le carnefici, spesso nel giro di poche scene. Dietro ogni casalinga televisiva c’è il gruppo di casalinghe a cui appartiene; dietro il marito, invece, c’è uno spazio rimasto vuoto. A occuparlo resta soprattutto la nostalgia per una televisione che lo poneva al centro e in cui oggi fatica persino a ritagliarsi un ruolo marginale. Nelle serie tv i mariti, il più delle volte, muoiono. Nei reality, invece, hanno la possibilità di scegliere: accettare il nuovo ordine o divorziare. Una terza strada non è prevista. Quando i mariti delle mogli mormoni tentano di imitare le consorti per recuperare un briciolo del potere perduto – fondando un #DadTok e improvvisandosi in balletti – il risultato è desolante. Alle reunion siedono alle spalle delle mogli, che hanno imparato a non contraddire in pubblico.

Terzo: per realizzare la loro promessa di empowerment, le casalinghe televisive saranno a un certo punto costrette a smentire i principi che le hanno legittimate all’inizio dello show. L’ultima, e la più importante, pittoresca contraddizione. Le texane cattoliche trasgrediscono sistematicamente i precetti della loro fede; le Real Housewives diventano imprenditrici troppo indaffarate per occuparsi di casa e famiglia; le mogli mormoni smettono di essere (se lo sono mai state) delle vere mormoni. Attraverso #MomTok e Hulu non scopriamo soltanto i loro altarini, ma anche i loro conti in banca. Ed entrambi sono nettamente in contrasto con gli insegnamenti della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. 

Le Sorelle, visibilmente a disagio di fronte alle mie domande, tornano a parlarmi dell’autorità maschile su cui si fonda il tempio. Prima di salutarci, mi regalano una copia del loro testo sacro, accertandosi di piegare l’angolo di una pagina. Moroni, capitolo 10 versetto 6: E mediante il potere dello Spirito Santo voi potrete conoscere la verità di ogni cosa.

In una delle prime scene di The Hunting Wives, la protagonista, da poco trasferitasi in Texas, incontra le altre mogli e chiede loro che cosa facciano nella vita, quale sia la loro professione. Loro la guardano con un misto di sorpresa e tenerezza, poi rispondono: “We don’t work, we wife!”. We wife, la formula che racchiude la verità di ogni moglie televisiva, tutto ciò che un gruppo di donne in una società che decide di identificarle come mogli, madri e casalinghe può contenere: un desiderio sottaciuto di visibilità e attenzione, una forma di alleanza mutevole e precaria, l’ombra di un possibile scandalo, una bomba a orologeria pronta a esplodere in qualsiasi momento. La deflagrazione sarà tanto più potente e spettacolare quando le telecamere sono accese.


Priscilla De Pace

Scrive di cultura digitale e società. È autrice della newsletter Una goccia e del saggio Al centro dei desideri. Consumo, nostalgia, estetiche digitali pubblicato per la collana Quanti di Einaudi (2023).

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