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Pop culture

La tv degli imbroglioni

Una miniserie britannica racconta la nascita di Chi vuol essere milionario? e il primo grande scandalo legato al format. Un’indagine su truffe, concorrenti, passioni, alle radici del successo dei quiz.

“È la tua risposta definitiva? L’accendiamo?”. È forse una delle formule tv più conosciute, ripetuta per anni da Gerry Scotti a Chi vuol essere milionario?. E forse è anche quella che più volte abbiamo usato tutti, scherzando tra amici o in famiglia. Quando una catchphrase, come la chiamano gli inglesi, riesce a entrare così tanto nella cultura pop è quasi sempre sintomo del successo di un prodotto, in questo caso di un quiz da record, andato in onda per la prima volta su Itv nel 1998. Da allora ha fatto il giro del mondo, è stato adattato in oltre 100 Paesi e, negli ultimi anni, è stato riproposto con ottimi ascolti in vari territori. Chi vuol essere milionario? è diventato presto uno dei format più amati dal pubblico e più riconoscibili, con lo stesso set, le stesse luci, la stessa musica, la stessa atmosfera tesa, la stessa liturgia, gli stessi aiuti per i concorrenti. È un brand di grandissimo valore, conosciuto ovunque. Non è un caso che a questo quiz sia stato dedicato anche un film, Slumdog Millionaire, diretto da Danny Boyle, vincitore di 8 premi Oscar. Basta ascoltare la domanda “È la tua risposta definitiva?” (che in inglese è “Is that your final answer?”) e a tutti, ovunque, viene in mente la stessa immagine: un concorrente che deve prendere una decisione difficile nella scalata verso il milione. Per il Milionario sono passati migliaia di concorrenti e tutti hanno dovuto rispondere a quella domanda. Alcuni hanno azzeccato la risposta, altri no. Tutti hanno dato la loro risposta. Tranne qualcuno che, in realtà, stava imbrogliando. È quello che racconta Quiz, miniserie evento andata in onda per tre sere consecutive proprio su Itv. Scritta da James Graham (autore del film Brexit. The Uncivil War) e diretta da Stephen Frears (The Queen, Philomena, A Very English Scandal), la serie – successo di critica e di pubblico (una delle più viste dell’anno in UK, con quasi 6 milioni di spettatori per l’ultima puntata) – è dedicata a una delle truffe più incredibili della televisione, il “cough scandal”.

Tossire per vincere

Quiz è la storia di Charles Ingram (interpreto da Matthew Macfayden, anche nel cast di Succession), un ex maggiore dell’esercito britannico, da allora conosciuto come “coughing major”, che partecipò al Chi vuole essere milionario? britannico il 9 e 10 settembre 2001 e riuscì ad arrivare al milione di sterline. Ma ci riuscì imbrogliando. O almeno così pare. Al quiz avevano già participato in precedenza la moglie Diana e il cognato Adrian (entrambi si fermarono molto prima del milione). All’inizio Charles non se la cavò molto bene: il primo giorno, le registrazioni si interrompono quando Charles era arrivato a 4000 sterline e aveva già usato due dei tre aiuti. Nessuno scommetteva che sarebbe andato molto avanti. Ma le cose cambiarono il giorno dopo. Charles inspiegabilmente continuò la sua scalata verso l’ultima domanda. Il suo comportamento era strano: non conosceva le risposte, ne scartava alcune ma poi, all’improvviso, tornava sui suoi passi per cambiare opinione e “accendere” la risposta scartata in precedenza. Ingram riuscì così a portarsi a casa il milione di sterline. Vinse il premio, ma la casa di produzione Celador sospese subito il pagamento. C’erano troppi sospetti. Analizzando le registrazioni, si scoprì meglio ciò che era successo. Ingram aveva due complici in studio: sua moglie Diana e un altro concorrente, un professore di Cardiff, Tecwen Whittock. Il trucco era semplice: Ingram leggeva le opzioni e Whittock tossiva quando arrivava a quella corretta. In un’occasione a tossire fu la moglie. I tre furono condannati, ma gli Ingram continuano ancora a dischiararsi innocenti e stanno lavorando a un ricorso.

Al processo è dedicato il terzo episodio della miniserie, mentre la partecipazione di Charles allo show è raccontata nel secondo. Ma forse la cosa più interessante della serie è nel primo episodio. Il racconto fa un passo indietro per mostrare come nacque l’idea del format (che all’inizio si chiamava Cash Mountain) e come, nel giro di poco tempo, diventò un’ossessione per milioni di spettatori che si sedevano davanti alla tv per guardare il programma o provavano a partecipare da concorrenti. “La decisione di mostrare come nasce un quiz da zero, dall’idea al pitch alla rete, risponde a due esigenze”, spiega James Graham, il creatore della serie. “Innanzitutto l’idea era quella di alzare la posta in gioco per i personaggi, per far capire agli spettatori il loro investimento personale e le ragioni per cui erano tutti così terrorizzati che una programma tanto importante per la rete potesse essere distrutto da uno scandalo di questo tipo. Ma era anche un modo per ricordare, vent’anni dopo, l’enorme impatto che il programma ebbe all’epoca”. Nella prima puntata la miniserie racconta i dubbi dei produttori (“Basta complicarlo. È semplice, domande e risposte”, dice uno in una riunione e l’altro gli risponde “Per l’amore del cielo, non siamo nel 1955. Gli altri fanno show dove si spiano estranei in una casa o li buttano da un elicottero”) e della rete (“Dov’è la tensione?”, chiedono durante il pitch. “Stai guardando persone che potenzialmente stanno prendendo delle decisioni che gli cambieranno la vita”, rispondono sicuri i produttori). Poi racconta come, poco a poco, arrivarono a costruire il look e l’atmosfera del format, le difficiltà del pilot e poi il successo del programma, presentato su Itv da Chris Tarrant (qui interpretato da Michael Sheen). Tutti volevano partecipare, tanto che la serie racconta anche l’esistenza di una rete segreta di concorrenti professionali che avrebbe aiutato molte persone a superare le selezioni.

Nella prima puntata la miniserie racconta i dubbi dei produttori (“Basta complicarlo. È semplice, domande e risposte”, dice uno in una riunione e l’altro gli risponde “Per l’amore del cielo, non siamo nel 1955. Gli altri fanno show dove si spiano estranei in una casa o li buttano da un elicottero”) e della rete (“Dov’è la tensione?”, chiedono durante il pitch. “Stai guardando persone che potenzialmente stanno prendendo delle decisioni che gli cambieranno la vita”, rispondono sicuri i produttori).

È sempre difficile mostrare in tv come funziona davvero la tv. Ci hanno provato, per esempio, serie come 30 Rock, Episodes o Unreal (da noi, Boris). La scelta che Graham fa nel primo episodio è rischiosa, anche perché Quiz si basa su una storia vera: “Il pericolo è che possa risultare autocelebrativo o di nicchia”, conferma lo sceneggiatore. “Le serie che parlano dei processi interni della tv giocano sempre con le conoscenze del pubblico sul prodotto finito”, spiega Lorenzo Mejino, esperto di serie internazionali. Per questo devono essere verosimili, ma anche intrattenere un pubblico generalista. Per Mejino, Quiz ci riesce bene perché “parla di un gioco molto conosciuto, ma racconta anche la storia sconosciuta della sua creazione, che è quella che sviluppano bene nel primo episodio, con la lotta tra creatori e dirigenti della rete”. Ma cosa pensa chi da anni lavora in tv, e fa quiz in particolare, di come la tv racconta la tv? “Serie e film raccontano bene emozioni e colpi di scena, è difficile cogliere la vita. Raccontare la storia di un concorrente – penso allo straordinario film Slumdog Millionaire – è come disegnare una goccia e pensare di aver disegnato il mare. Quella goccia può essere bellissima, ma il mare di umanità che tutti i giorni e su tutte le reti si presenta davanti al video è qualcosa di profondamente diverso, una sorta di imponente affresco, un giudizio universale televisivo”, racconta Mario d’Amico, autore di quiz e giochi (In bocca al lupo, Luna park, L’eredità) e storico collaboratore di Carlo Conti. “Siamo abituati a vedere serie e film che vanno dietro le quinte dei programmi di notizie, come The Newsroom o ancora prima Network, meno per i programmi di intrattenimento. Però autori come Aaron Sorkin possono essere un riferimento su come umanizzare le persone che realizzano i programmi”, racconta ancora il creatore di Quiz. Graham cita anche un altro riferimento, per la truffa televisiva. È ovviamente il film Quiz Show, diretto da Robert Redford: la pellicola racconta un altro degli scandali televisivi più conosciuti della storia, quello accaduto negli anni Cinquanta negli Stati Uniti nel quiz show di Nbc chiamato Twenty-One. Là i produttori erano complici e passavano le risposte ai loro concorrenti preferiti. Nel film, a causa di un calo di ascolti, gli sponsor chiedono di sostituire Herb Stempel, il campione interpretato da John Turturro. Al suo posto arriva Charles van Doren (Ralph Fiennes), ma Stempel denuncia tutto e rivela che il quiz è truccato. 

Quiz e imbroglioni

“Ricordo perfettamente l’episodio raccontato da Quiz. Venimmo a conoscenza dei fatti su segnalazione dei produttori inglesi di Celador con cui eravamo in contatto”, racconta Alvise Borghi, noto autore tv (e collaboratore di Gerry Scotti), che in quegli anni lavorava alla versione italiana del quiz. “Andai subito in una grande edicola del centro di Milano che distribuiva anche i giornali inglesi e comprai quotidiani e settimanali sull’argomento. Volevamo capire esattamente come fosse potuto succedere”. La truffa però non li preoccupò molto. “Avevamo adottato già una serie di misure di sicurezza, la continua presenza di due autori in studio che monitoravano quanto succedeva e segnalavano qualsiasi stranezza nel pubblico. Per nostra consuetudine i concorrenti e i loro accompagnatori non assistevano al programma in studio ma da un’apposita saletta con televisore. I concorrenti avrebbero dovuto infiltrare un complice nel pubblico proprio quel giorno, e già questo era complicato. Dopo questo fatto abbiamo semplicemente alzato la nostra soglia di attenzione”, spiega ancora Borghi. 

Ma in un quiz puro (fatto di domande e risposte) come si evita l’imbroglio? Per Mario d’Amico la soluzione è facile: “Nascondendo le domande!”. Poi spiega: “Prima era più difficile, c’erano pagine e pagine che giravano ovunque… ora con i pc è più semplice, si lavora in rete, le copie su carta sono due o tre, molto ben affidate. Sono finiti i tempi in cui un ‘occhio lungo’ tentava di sbirciare (ma, per esperienza, non ci riusciva quasi mai). Il pericolo maggiore? I concorrenti che tornano e, puntata dopo puntata, scoprono i meccanismi segreti, le persone “giuste”, e così via. Che soluzioni sono state adottate, per esempio a L’eredità? “La soluzione è stata creare due mondi separati: quello dei concorrenti e quello degli autori e redattori. Non ci si parla, non ci si conosce, meglio per tutti”. E per la Ghigliottina? “Quella viene fatta ‘in casa’, seguendo le migliori pratiche del bricolage: ideazione, stampa, incollamento e chiusura della busta a porte chiusissime”, svela d’Amico. 

Borghi e d’Amico sono due autori veterani con grandissima esperienza in giochi e quiz. Sicuramente gli sarà capitato di imbattersi in qualche “imbroglione” o almeno in un tentativo di truffa. Dice d’Amico: “In 25 anni di lavoro con e per il quiz – e quasi 5.000 pomeriggi passati in compagnia del pubblico –, il caso più strano che mi è capitato è quello del riflesso negli occhiali. In un’edizione di L’Eredità, un campione iniziò a indovinare una Ghigliottina dopo l’altra, anche quelle difficilissime… Panico! A qualcuno venne in mente che il campione riuscisse a leggere la parola vincente sugli occhiali del conduttore, le cui lenti avrebbero riflesso il monitor di servizio. La cosa fu presa molto sul serio e furono fatte prove su prove. Il conduttore provò anche a togliersi gli occhiali al momento opportuno… ma niente, il campione indovinava! Soluzione: era solo molto bravo”. Neanche Borghi ricorda nessun caso particolare né al Milionario né in altri quiz. “Invece in un programma di talent smascherammo un personaggio che sosteneva di saper rispondere a qualsiasi domanda mentre era bendato e con un grosso elmo in testa… ma che in realtà utilizzava una microtrasmittente che infilava nell’orecchio all’ultimo momento e aveva un complice con la radio che dal camerino trasmetteva le risposte trovate su internet. Fu immediatamente allontanato dal programma”. Qualcuno, come nella miniserie inglese, cerca di fare il furbo nei casting? “Il copiare ai casting è un problema, peggiorato dai social. Cerchiamo di limitarlo con diverse tecniche, come tantissime domande di prova che girano, o test ritirati subito dopo il loro completamento. Ma la prova finale la fa il colloquio. Un buon casting man comprende quasi subito chi ha davanti, al di là dei test. E poi, chi copia al casting fa una figuraccia in trasmissione. Conviene?”.

Succede spesso che, una volta in studio, gli imbroglioni si scoprano da soli. È quello che è successo, per esempio, nei due casi più famosi di truffe (o tentate tali) nei quiz italiani. Il primo fu quello di Telemike e della concorrente che nascondeva sottobanco bigliettini con gli “appunti”, come lei stessa ammise. Fu Mike Bongiorno a scoprirlo, insospettito dall’atteggiamento della concorrente. Da lì il suo sfogo, più o meno così: “Signorina, mentre io sto leggendo le domande per un valore di 120 milioni, lei si mette a tirare fuori dei bigliettini come gli scolaretti?”. L’altro presunto tentativo di truffa fu quello avvenuto poco tempo dopo a Non è la Rai, durante il gioco del Cruciverbone, condotto da Enrica Bonaccorti. Una concorrente al telefono aveva risposto esattamente ad alcune domande. Poi scelse di giocare con il 96 orizzontale. La scelta sembrò strana alla conduttrice, perché non era uscita nessuna lettera della parola da indovinare. Ma in quel momento la concorrente, scambiando l’affermazione della conduttrice per la domanda, pronunciò la soluzione “Eternit”, corrispondente alla definizione esatta. La Bonaccorti andò su tutte le furie: “Non ti ho fatto nessuna domanda. Adesso voglio sapere come mai sai la definizione esatta. Sei parente di qualcuno qui che non è una persona perbene?”. Anni dopo la conduttrice raccontò che la concorrente la passò liscia in tribunale dicendo di aver avuto una “premonizione”.

Verità e menzogna in tv

In tv spesso ci chiediamo se ciò che stiamo vedendo è “vero” o “falso”. Capita anche nei quiz, quando qualcuno chiede a chi in tv lavora: “ma davvero danno loro tutti questi soldi?”. Anche nelle truffe è spesso difficile capire se qualcuno ha imbrogliato. Succede in Quiz, dove sembra che l’autore non voglia prendere una posizione chiara sulla colpevolezza dei protagonisti (nei primi minuti della miniserie, in tribunale, Whittock saluta i coniugi Ingram dicendo: “Salve, credo che siamo accusati di cospirazione. È un piacere conoscervi… finalmente”). “La mia responsabilità è presentare il verdetto com’è, e il verdetto dice che sono colpevoli, ma potrebbe esserci un appello l’anno prossimo. La verità è però che nessuno sa se hanno imbrogliato o no, tranne le tre persone coinvolte”, spiega Graham. “A me come drammaturgo non interessa rivelare il mio punto di vista. È più importante presentare entrambe le posizioni, accusa e difesa, in maniera corretta. Nel Regno Unito, Ingram e la moglie sono stati messi in ridicolo e umiliati dalla stampa, tutti davano per scontato che fossero colpevoli. Io volevo mettere in luce le contraddizioni, i dubbi e quanto sia vulnerabile il concetto di verità”. Per Lorenzo Mejino, quella dell’autore è stata una scelta giusta ed efficace. “Preferisco che mi mostrino i fatti in modo obiettivo, così posso prendere le mie decisioni in base ai dati che mi sono forniti. È un caso reale, quindi prendere una posizione definitiva è un problema, c’è il rischio di obsolescenza se sbagli posizione”. 

Per ricostruire i fatti in maniera esatta è importante il lavoro di ricerca e riuscire ad attingere a fonti di prima mano e ai protagonisti reali. “Tutte le persone coinvolte hanno collaborato, forse perché la storia è iniziata come spettacolo teatrale nel West End otto anni prima di andare in produzione in tv. Abbiamo invitato alcuni personaggi reali a vedere lo spettacolo, i produttori, il presentatore, alcuni concorrenti. Hanno visto quello che stavamo facendo. Quando abbiamo iniziato a lavorare alla miniserie ho potuto intervistarli e farmi raccontare il lato umano della storia. Quando lavori su storie reali vogliono tutti raccontare la loro versione dei fatti”, dice Graham. L’origine teatrale della storia è stata un problema? “Lo spettacolo era un evento dal vivo che richiedeva la partecipazione del pubblico. Non era solo un racconto lineare della storia. La difficoltà era trasportarla sullo schermo. Per me e Stephen Frears la sfida è stata soprattutto di raccontare una storia drammatica senza inseguimenti o esplosioni e riuscire a mantenere la tensione parlando di un quiz”, spiega ancora Graham. Lo sceneggiatore racconta poi che lavorare a questa storia gli ha fatto rivalutare i programmi di intrattenimento. “Come drammaturgo ho sempre pensato che giochi e spettacoli da studio fossero molto più facili da produrre rispetto alle serie, erano per così dire prodotti usa e getta, mentre le serie restavano di più nella mente delle persone e ci raccontavano molte più cose sulla società. Ora invece ho assoluto rispetto per chi è capace di creare un format originale che riesce a catturare l’attenzione di milioni di spettatori ogni sera”, confessa. 

“Ho sempre pensato che giochi e spettacoli da studio fossero molto più facili da produrre rispetto alle serie, erano per così dire prodotti usa e getta, mentre le serie restavano di più nella mente delle persone e ci raccontavano molte più cose sulla società. Ora invece ho assoluto rispetto per chi è capace di creare un format originale che riesce a catturare l’attenzione di milioni di spettatori ogni sera”.

In questo senso, come dice un articolo del Guardian, la serie ci ricorda un’epoca in cui tutta la famiglia si sedeva davanti alla tv per guardare lo stesso programma (nel Regno Unito il Milionario raggiungeva 19 milioni di spettatori a puntata). “Ormai non guardiamo più la tv in quel modo”, sostiene l’autrice dell’articolo. E ricorda che “Quiz inizia all’ombra del funerale della Principessa Diana”. Infatti, all’inizio della serie, il nuovo direttore di Itv, appena arrivato, dice che vuole programmi-evento e afferma: “Il funerale di Diana, un paio di settimane fa, è stato uno dei programmi più visti nella storia della tv, per quanto tragico fosse. La gente vuole ancora riunirsi come nazione per sperimentare qualcosa di grande insieme”. Da lì l’idea di provare a scommettere su un quiz che ogni sera mettesse in gioco un milione di sterline. L’autrice cita anche un altro evento, sempre tragico, quando ricorda che Ingram partecipa al gioco il 9 e 10 settembre 2001 e che, come si vede nella serie, la riunione del giorno dopo per decidere come affrontare il tentativo di truffa fu interrotta dalle immagini in tv degli attacchi alle Torri Gemelle. Secondo Graham, storie come quella raccontata da Quiz (una serie che, non a caso, è andata in onda come un evento), “ci dicono molto del potere della tv, che ogni sera riunisce milioni di spettatori davanti allo schermo, ma anche delle responsabilità che proprio per questo ha la tv”. 

La serie ci ricorda anche che i quiz sono meccanismi potentissimi. Alla base del successo del Milionario, “c’è il dramma umano che vivono i concorrenti, persone con cui il pubblico può identificarsi”, dice Graham. Poi ammette che era quello che attraeva anche lui da ragazzo quando lo guardava insieme alla sua famiglia. “Forse ho lavorato a questa serie anche per capire perché i quiz mi attraessero così tanto”. Gli spettatori soffrono insieme ai concorrenti e possono giocare con loro o contro di loro. Sui social oggi possono anche comparare le proprie conoscenze in tempo reale con altri spettatori o, semplicemente, prendersela con gli autori (“Ogni sera, da anni, a una certa ora ci fischiano le orecchie, e se qualche Ghigliottina è più ostica del dovuto – succede, succede… – i fischi non sono proprio di apprezzamento”, confessa Mario d’Amico). Ma perché piacciono così tanto? “Perché, se fatti bene, sono programmi ‘onesti’, nel senso che mantengono quel che promettono. Il che, in questi tempi televisivi, non è poco”, conclude d’Amico. A essere meno “onesto”, a volte, è invece qualche concorrente…


Algerino Marroncelli

Quando era bambino, passava i pomeriggi costruendo scenografie di plastilina e giocando “alla tv”. Da grande, ha lavorato in Italia come autore e regista e ha scritto due saggi sulla televisione. Fino a sbarcare nel 2008 a Madrid per lavorare prima a Magnolia e ora a FremantleMedia, dove si occupa dello sviluppo di programmi originali e dell’acquisizione di format internazionali. Su Twitter è @AlgeMarroncelli.

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