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Celebrazioni

La morte di Maradona sulla tv italiana

Negli spazi di palinsesto che molte reti hanno dedicato alla scomparsa del calciatore argentino, e nei documentari a lui dedicati, emergono anche tre modi molto diversi di guardare a Maradona, il Pibe de oro.

Lo scorso 25 novembre, nel tardo pomeriggio, su tutti i media italiani ha fatto la sua comparsa una notizia difficile da ignorare, anche per chi non ama il calcio: Diego Armando Maradona è morto. La fonte era il Clarìn, il principale quotidiano argentino. L’ultim’ora sui siti italiani si è presto trasformata in articoli sempre più corposi e dettagliati, e lo stesso è accaduto al titolo flash dei telegiornali; non ci è voluto molto perché fossero trasmessi i primi servizi con il racconto della sua vita e i ricordi di chi lo aveva conosciuto da vicino. I programmi sportivi, già proiettati sulle partite di Champions League di quella sera, hanno stravolto le scalette. Sui social, calciatori, allenatori, figure pubbliche e semplici tifosi hanno espresso il loro cordoglio.

Complice il lockdown, più o meno leggero, su tutto il territorio nazionale, molti di noi hanno vissuto questo momento davanti alla televisione, e non pochi sono rimasti incollati al piccolo schermo anche nei giorni successivi. Fra i tanti, anch’io. Periodicamente, ci accade di cadere vittime di una maratona tv: a volte è un’elezione, italiana, americana o francese; altre, un importante fatto di cronaca, un attentato o il crollo di un regime. Ero troppo piccolo all’epoca della tragedia di Vermicino, la prima vera diretta no-stop della tv italiana, ma ricordo bene la caduta del muro di Berlino: guardavo quelle immagini come ipnotizzato, e non m’importava che fossero sempre le stesse, riproposte infinite volte da diverse angolazioni. Volevo solo che continuasse, all’infinito. Ero rapito dall’evento, dal dipanarsi della Storia, lì, in diretta, sotto i miei occhi. La morte di Maradona mi ha provocato lo stesso effetto.

Tre documentari, tre chiavi di lettura

Quella sera, La7 e Sky Sport hanno trasmesso, circa in contemporanea, il documentario Maradona by Kusturica (2008), realizzato dal regista e incentrato proprio sul loro incontro. Su National Geographic è invece andato in onda un altro documentario, di loro produzione, intitolato Maradona: le verità nascoste (2018), che ricostruiva la vita del campione soffermandosi soprattutto sui guai giudiziari, sulle amicizie sbagliate e sulla dipendenza dalla droga. La sera dopo, infine, Raitre ha programmato un altro film doc: Diego Maradona (2019), del pluripremiato regista britannico Asif Kapadia, già autore di un notevole lavoro su Ayrton Senna. Li ho guardati tutti e tre, e via via che la maratona procedeva, tornavo a pensarci, a uno o all’altro in particolare; pian piano, nella mia mente si è formato un pensiero: in queste tre opere sono racchiuse le chiavi di lettura per comprendere come la televisione italiana ha ricordato il grande campione. Nella loro diversità, questi documentari offrono tre approcci in grado di sintetizzare tutto ciò che ho visto in quei giorni, e in quelli successivi.

I calciatori che ci hanno giocato contro hanno fatto riferimento agli scontri sul campo; chi, all’epoca, era in tribuna allo stadio, ha parlato dell’emozione di averlo visto dal vivo; chi lo ha intervistato, ha sottolineato il privilegio di averne seguito la carriera da commentatore o cronista. Maradona che gareggia a Ballando con le stelle, che parla della dipendenza a Il treno dei desideri, o che piange, incontrando i suoi tifosi dopo sette anni di assenza dall’Italia, a Carramba che fortuna.

Già nel titolo, Maradona by Kusturica rivela la sua natura: non è un film su un calciatore, ma su un calciatore e un regista. Si potrebbe argomentare che, in più momenti, è proprio l’opposto: protagonista è Kusturica, non Maradona. L’inizio è molto indicativo: è una sequenza di un concerto a Buenos Aires della No Smoking Orchestra, la band di artisti dell’ex Jugoslavia di cui il regista è chitarrista. Quando lo presenta al pubblico, il cantante lo definisce “il Diego Armando Maradona del mondo del cinema”; in voice over, ascoltiamo proprio Kusturica, che a sua volta presenta Maradona dicendo, fra le altre cose, che sarebbe stato un perfetto personaggio per alcuni suoi film, e cita Ti ricordi di Dolly Bell?, Papà… è in viaggio d’affari e Gatto nero, gatto bianco. Nel doc, è chiaro, vi sono momenti in cui vediamo e sentiamo il calciatore argentino, ma sono altrettanti, se non di più, quelli in cui osserviamo Kusturica. Assistiamo al suo sbarco all’aeroporto di Buenos Aires; lo vediamo citofonare a casa di Maradona e anche annoiarsi, con la troupe, in attesa che il calciatore si presenti sul set; vediamo i due palleggiare in uno stadio vuoto, e ci sono anche immagini, in studio e dietro le quinte, di Kusturica che si presenta ospite a La noche del 10, una trasmissione condotta da Maradona sulla tv argentina, all’epoca di grande successo.

Un meccanismo analogo è scattato sulla tv italiana nel momento in cui si trattava di ricordare El Pibe de Oro. I calciatori che ci hanno giocato contro hanno fatto riferimento agli scontri sul campo; chi, all’epoca, era in tribuna allo stadio, ha parlato dell’emozione di averlo visto dal vivo; chi lo ha intervistato, ha sottolineato il privilegio di averne seguito la carriera da commentatore o cronista. Il programma dove questa tendenza mi è sembrata più evidente è lo special Ad10s Diego, in onda su Raiuno il 28 novembre. Una raccolta di video, in gran parte esclusivi Rai, in cui compare il campione argentino: Maradona che gareggia a Ballando con le stelle, che parla della dipendenza a Il treno dei desideri, o che piange, incontrando i suoi tifosi dopo sette anni di assenza dall’Italia, a Carramba che fortuna.

Gli spezzoni sono introdotti da brevi video, in questo caso girati dopo la morte del grande calciatore, in cui i conduttori dei vari programmi dedicano un pensiero allo scomparso. Ognuno di loro, nel parlare di Maradona, parla anche di sé. Milly Carlucci ricorda di aver conosciuto Diego nel reality Dove ti porta il cuore, e poi di averlo avuto come concorrente nella seconda edizione di Ballando con le stelle. Antonella Clerici ricorda di aver conosciuto Diego in una doppia veste, dapprima come giornalista sportiva, e poi come conduttrice de Il treno dei desideri. Carlo Conti ricorda di aver palleggiato con Diego quando lo ha avuto come presidente di giuria a Miss Italia nel mondo. Fabio Fazio ricorda quando è andato a trovarlo in albergo prima dell’intervista che gli avrebbe fatto in tv, che lui stesso definisce “molto intensa e molto sincera”. Senza dubbio il formato dello speciale incoraggia, nei conduttori citati, il riferimento ai loro incontri con Maradona; ma resta l’impressione di assistere a tante varianti del documentario di Kusturica. Se quegli interventi avessero avuto un titolo, si sarebbe tranquillamente potuta adottare la formula Maradona by Clerici, Maradona by Fazio, e via dicendo.

Lo sguardo patinato e voyeuristico

Se il doc di Kusturica è volutamente ruvido, rock, in stile guerrilla (camera a mano, immagini non sempre vivide, momenti estemporanei), quello di National Geographic è decisamente più pettinato. L’approccio televisivo è netto; come in un episodio di una serie, in cui di norma la prima sequenza annuncia il problema di puntata, qui abbiamo una carrellata che mostra le persone che parleranno di Maradona: fra gli altri, Blatter, numero uno della Fifa e suo nemico giurato; Diego Maradona Jr., il figlio avuto a Napoli da una relazione extraconiugale e per anni non riconosciuto; Fernando Signorini, suo storico preparatore atletico; Ciro Ferrara, amico e compagno di squadra al Napoli. La composizione del team è già un programma: ci sarà chi ne evidenzierà i pregi, e chi i difetti. La droga, e la vita dissoluta, saranno al centro del racconto.

Se ancora il messaggio non fosse chiaro, arrivano i titoli di testa, con una serie di scritte che sintetizzano il nucleo narrativo del doc: “campione del mondo”, “doping”, “eccessivo”, “manos de dios”, e via dicendo; in sottofondo, un crescendo musicale che non sarebbe dispiaciuto a Muccino, teso ad acuire la tensione, se mai ce ne fosse il bisogno. E quindi il titolo, Maradona: le verità nascoste. Dopo un paio di rapide immagini del campione in campo con la maglia dell’Argentina, arriva una bella dichiarazione di Signorini, che va dritto al punto: con le pressioni che ha subìto nella vita, Maradona non poteva fare altro che drogarsi. Bum, bomba sganciata. A un terzo del doc, questa trama diventa la principale. La dipendenza non è semplicemente accostata allo scandalo del figlio segreto: i due eventi, si suggerisce, sono uno l’effetto dell’altro; la nascita di Diego Armando Jr. spinge Maradona alla depressione, e quindi nelle braccia della cocaina. Entrano così in campo l’avvocato del calciatore, un giornalista che lo seguiva in quel periodo, il presidente del Napoli e altri testimoni di quella fase della sua vita. Questo film, nella mia testa, incarna il nostro istinto voyeuristico: un appetito che Maradona ha sempre suscitato, in tutti noi. È stato teatrale, in ogni suo comportamento, fuori e dentro il campo. Ha sempre voluto addosso gli occhi delle folle, non ne ha mai avuto timore. Le ha sfidate, quando era necessario, o aizzate, quando gli conveniva. Si è detto che la sua vita sarebbe stata diversa se fosse andato alla Juventus, ma ve lo immaginate questo tanguero nella sabauda Torino? Forse l’avrebbe rivoluzionata, risvegliando i suoi umori nascosti; immaginare che ne sarebbe uscito cambiato è utopistico. Voleva il clamore, sempre.

Questa pulsione è emersa nei tanti articoli e contributi televisivi che, superata la retorica delle prime ore, hanno cercato di offrire un ritratto a tutto tondo dell’uomo e del campione. E allora, giù con i ricordi delle notti brave e dei festini, delle amicizie sbagliate e delle relazioni extraconiugali, delle squalifiche per doping, delle accuse di evasione fiscale, e del supporto a Fidel Castro, Chavez e Maduro. Superata la fase della commemorazione, questo filone ha trovato nuova linfa nell’inchiesta sulle effettive cause della morte del campione, con la diatriba fra i suoi medici personali e quelli che ne hanno constatato il decesso, e con la disputa, appena agli inizi, sull’eredità. Gli ingredienti per una soap ci sono tutti: Maradona è morto in una casa senza neanche un bagno, a quanto pare; e avrebbe lasciato 75 milioni di dollari di eredità. Senza contare le voci su ulteriori figli illegittimi che si starebbero già facendo avanti.

Sulla tv italiana, la spinta voyeuristica ha trovato più di uno sfogo, e a mio parere l’epitome del fenomeno è l’intervista telefonica di Barbara D’Urso a Cristiana Sinagra, ex amante di Maradona e madre del già citato Diego Armando Junior, durante Pomeriggio Cinque del 26 novembre. Questo momento in realtà si inserisce in una traiettoria più ampia; come spiega bene la D’Urso durante il programma, fra lei e la Sinagra c’è un’amicizia pluriennale, nata e sviluppatasi proprio in relazione alla questione del figlio, inizialmente non riconosciuto da Maradona. Durante l’intervista Sinagra racconta il suo dolore, e inoltre coglie l’occasione per fare delle dichiarazioni in merito ad alcune polemiche che l’hanno coinvolta. La D’Urso accoglie lo sfogo: le ricorda che Pomeriggio Cinque è casa sua; allo stesso tempo, il suo interesse è per gli aspetti personali della vicenda, e allora vira il dialogo verso il ricordo dei momenti tv che hanno caratterizzato la loro amicizia. Abbiamo così la riproposizione di un’intervista del 2013 a lei e al figlio, segnata dalla rabbia per gli anni di silenzio, seguita da spezzoni di un’intervista di tre anni dopo a Maradona Jr. e alla moglie, in cui si racconta la riconciliazione fra lui e il padre. Da ultimo, foto e brevi video di nonno Diego con il nipote Diego Matias, figlio di Diego Jr. Di tanto in tanto, un titolo che annuncia il successivo capitolo del programma: “Maradona poteva essere salvato?”.

L’eroismo, l’epica

Diego Maradona, di Kapadia, prende una via ancora diversa, decisamente più cinematografica. Se Kusturica impone la propria presenza, e National Geographic tende al sensazionalismo, il regista britannico compie il gesto insieme più semplice e più complesso per un documentarista: lascia che l’oggetto del suo sguardo viva di vita propria. Scompare per lasciar splendere, nel bene e nel male, El Pibe de Oro. E il risultato è di altissimo livello. L’operazione che compie è tutt’altro che banale: da una parte, realizza un documentario di montaggio, costruito assemblando immagini di repertorio; dall’altra, le fa accompagnare dalla voce di Maradona, chiaramente registrata in anni recenti, che procede lungo una propria linea di pensiero, più volte lontana da ciò che vediamo, se non addirittura in contrapposizione con le sequenze che scorrono sullo schermo.

Kapadia compie il gesto insieme più semplice e più complesso per un documentarista: lascia che l’oggetto del suo sguardo viva di vita propria. Scompare per lasciar splendere, nel bene e nel male, El Pibe de Oro. E il risultato è di altissimo livello.

Qui, non ci sono violini, scritte in sovraimpressione, immagini pettinate, testimoni della vita di Maradona che esprimono le proprie valutazioni o ciceroni che ci suggeriscono cosa pensare del calciatore argentino. Abbiamo invece spezzoni di allenamenti, di partite giocate in stadi strapieni o in mezzo al fango, del padre del Pibe de Oro che griglia il chorizo, e di feste private con Pino Daniele che canta Je so’ pazzo mentre Maradona balla divertito. Abbiamo la droga senza la musica da film thriller; i camorristi che lo vanno a prendere di notte, generando ansia, per portarlo, a sorpresa, a una festa in un quartiere popolare, dove la gente è colma di gioia; c’è la nascita di Diego Armando Jr., certo, ma c’è anche quella delle due figlie avute dalla moglie Claudia Villafañe, a ricordarci, senza enfasi, che non è stato solo un padre assente. 

Nella maratona maradoniana sulla televisione italiana ci sono stati, a mio avviso, alcuni momenti che si sono avvicinati a questa purezza di racconto. Frammenti che, messi insieme, contribuiscono a costruire un ritratto dell’uomo e del campione, nel bene e nel male. Sono disseminati qui e là, in programmi diversi, e per metterli in fila, probabilmente la scelta più semplice è di procedere in ordine cronologico. Partirei con un programma di Sky Sport disponibile on demand, e andato in onda più volte in questi ultimi giorni sui canali della rete; si tratta di un episodio della serie Buffa racconta, una raccolta di brevi biografie narrative dedicate a grandi personaggi dello sport. Ovviamente, la puntata su Maradona. Qui  la scelta di Buffa è netta e felice. Avendo poco meno di mezz’ora, e volendosi concentrare solo su una fase della vita del calciatore argentino, decide di focalizzarsi sugli esordi. L’infanzia poverissima a Villa Fiorita. Il primo provino. Il problema del certificato di nascita che non si trova, senza il quale sarebbe impossibile il suo ingaggio nelle giovanili dell’Argentinos Junior, quando Maradona aveva solo dieci anni. Buffa è uno storyteller, inevitabilmente ci mette del suo: a volte racconta, altre recita. La personalità è forte, però non copre quella del campione argentino. All’opposto, si mette al suo servizio.

La seconda sequenza di questo ipotetico racconto è l’inizio del film di Kapadia. Forse memore del doc su Senna, il regista britannico dà avvio alla storia con una eccezionale sequenza d’archivio: l’arrivo di Maradona allo stadio San Paolo, il 5 luglio 1984. Siamo in una macchina che ne segue un’altra, non sappiamo se El Pibe de Oro sia lì, in quella che precede, o chissà, in una dietro; sappiamo solo che quest’auto sfreccia per le vie di Napoli a velocità folle, fino ad arrivare nella pancia dello stadio. In un montaggio alternato, la corsa è accompagnata da immagini di Maradona in campo e fuori. Fra i vari spezzoni, un’intervista in cui afferma che ha lasciato Barcellona per Napoli in cerca di “tranquillità”. A seguire, un video della conferenza stampa di presentazione del calciatore, in cui un giornalista chiede a Maradona cosa sa della camorra, e Ferlaino, presidente del Napoli, sbotta, offeso dalla domanda. Tutti ricordano cosa accadrà dopo: i 70.000 in estasi per i venti minuti di passerella e palleggi al centro del campo; immagini iconiche, che ci raccontano la forza e sfrontatezza come calciatore, ma anche il suo sconcerto e imbarazzo davanti alla domanda sulla camorra e ci permettono di capire il disorientamento, la sua, umanissima, necessità di capire il nuovo mondo in cui stava entrando.

Il successivo inserto sarebbe la partita Argentina-Inghilterra del 22 giugno 1986, che La7 ha trasmesso il 30 novembre, con il commento di Riccardo Cucchi e Walter Veltroni. Se l’idea del film di Kapadia è lasciar essere Maradona, far sì che sia lui stesso a svelarci chi è stato, allora trasmettere in prima serata la partita più importante della sua carriera è un’intuizione geniale. L’idea di inserire un elemento di fiction, immaginando che il commento avvenga in tempo reale, è altrettanto azzeccata: non guardiamo la Storia con gli occhi dello storico, ma del cronista che la vive. A dirla tutta, non sempre il giochino funziona: quando Veltroni immagina che Maradona potrebbe portare lo scudetto a Napoli, l’impressione è che si stia forzando la mano; quando invece si entra nella stretta attualità di quel momento storico, citando il conflitto Falkland-Malvinas, ricordando che l’Azteca è lo stadio del famoso Italia-Germania 4-3 di quattordici anni prima, o anche solo commentando che l’ossatura di quella Inghilterra viene dall’Everton, il salto nel passato è reale. La grafica anni Ottanta, con il risultato e il nome delle squadre che compaiono solo ogni quindici minuti, e l’iconica “R” lampeggiante del replay fanno il resto.

Celebrazione per frammenti

Nel documentario di Kusturica ci sono due frammenti che, da soli, valgono l’intero film. Il primo è quello in cui Maradona dice al regista di sentire la nostalgia del sé stesso senza droga; a un certo punto, El Pibe de Oro chiede, a Kusturica e a se stesso, “Che giocatore sarei stato se non avessi tirato cocaina?”; e aggiunge: “Che giocatore ci siamo persi!”. Perché, commenta, non è vero che la cocaina lo ha aiutato a giocare meglio, al contrario. Il secondo momento memorabile è quello in cui Maradona dice a Kusturica che, se mai fosse un attore, avrebbe voluto essere De Niro in Toro scatenato, un personaggio in cui si identifica moltissimo. A questo punto, farei di nuovo ritorno al doc di Kapadia, che dopo averci raccontato l’epica del campione sportivo, con un salto narrativo poderoso ci mostra un Maradona in là negli anni, grasso e affaticato, che va a fare un’intervista in tv. Sembra di vedere De Niro che interpreta Jack LaMotta nella sua fase discendente. Mancano solo il sigaro e le barzellette.

Ci sono poi vari altri frammenti, che potrebbero trovare posto un po’ ovunque in questa ideale summa della rappresentazione maradoniana. I momenti incongrui, mi verrebbe da dire: quelli che forse ricordiamo più a fatica, ma sono altrettanto importanti per capire chi è stato quest’uomo. Di certo gli allenamenti e le esibizioni a Ballando con le stelle; da una parte, possiamo provare imbarazzo, o anche pena, per un mito che si riduce a parodia di se stesso, proprio come Jack LaMotta nel film di Scorsese; eppure, Maradona era anche questo. Amava la folla, gli occhi, essere guardato, sempre. Ed è altrettanto incongruo il momento in cui, intervistato da Fazio, non certo un giornalista d’inchiesta à la Report, afferma che loro due sono uguali, perché dicono la verità e danno fastidio al potere. Non credo che Fazio si sia mai sognato di sentirsi rivolgere parole del genere da chicchessia; ancora una volta, anche retoricamente, Maradona viene dominato dagli eccessi. Un momento che non ho visto citato, ma che ricordo nei telegiornali dell’epoca, è la dichiarazione con cui incitava la gente di Napoli a tifare Argentina contro l’Italia, nei Mondiali del 1990. Si chiedeva, provocatoriamente: cosa hanno fatto i napoletani per l’Italia, e cosa ha fatto l’Italia per Napoli? E non ho ritrovato, in questi giorni di commemorazioni, neanche il secondo capitolo di quella diatriba: i fischi di parte del San Paolo all’inno italiano, prima della semifinale Italia-Argentina. Maradona è stato anche questo: un capopopolo.

Il finale di questa ideale carrellata è uno dei tanti video, trasmessi da tutti i tg italiani, del corteo di auto e motociclette che accompagnava il feretro di Maradona al cimitero, dopo essere stato esposto alla Casa Rosada, l’edificio che ospita il Presidente della Repubblica argentino. La velocità non è la stessa della matta corsa in auto al suo arrivo al San Paolo, ma gli occhi che lo seguono sono molti di più.


Leonardo Staglianò

Ha scritto il dramma teatrale Cashmere, WA (2012), il lungometraggio Yuri Esposito (2013) e il saggio L’arte del dialogo (Cesati, 2019). Coordina il college International della Scuola Holden e lavora come story editor per film fund, film lab e produttori indipendenti.

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