Alle soglie della quarta stagione, diamo un’occhiata a Gomorra dalla prospettiva inedita di uno dei suoi personaggi (e attori) principali. Una chiacchierata con Arturo Muselli.

Gomorra è come Spaccanapoli, divide in due la città. C’è chi ama la serie e la difende a spada (o, meglio, pistola) tratta e chi invece pensa che infanghi l’immagine di Napoli nel mondo. Giunti alla quarta stagione le polemiche non si sono ancora placate, e coprono almeno in parte i meriti che devono essere riconosciuti alla serie. Che ha acceso i riflettori sulle potenzialità della fiction italiana: con Gomorra anche noi italiani ci siamo accorti di saper fare cose fighe. Che queste cose fighe sono pure vendibili all’estero (Gomorra è esportato in 190 Paesi). E che dialetti e sottotitoli in fondo non ci spaventano più di tanto, come ha dimostrato anche l’incredibile successo de L’amica geniale. Dopo aver intervistato la produttrice Gina Gardini di Cattleya, e gli sceneggiatori Stefano Bises e Leonardo Fasoli, abbiamo pensato di farci raccontare la serie dall’interno. Rivelazione e protagonista assoluto della terza stagione, intervistiamo allora Enzo, per gli amici Sangue Blu, interpretato da Arturo Muselli.

L’occhio come va? Adesso sembri un personaggio di Vikings!  

Abbastanza bene, fortunatamente c’è ancora!

Vorrei ricostruire con te il backstage di Gomorra, l’aria che si respira, il rapporto con la troupe e con gli altri attori…

Questa è la seconda stagione a cui partecipo, e quando abbiamo ricominciato a girare c’è stata proprio la sensazione di tornare a casa, in famiglia. C’era sì il piacere di ritrovarsi, ma anche quello di conoscere nuove persone, dai tecnici ai registi. Quest’anno c’è un nuovo direttore della fotografia, Valerio Azzali, e tre nuovi registi che si sono aggiunti a Francesca Comencini e Claudio Cupellini. C’è Ciro Visco, che conoscevo perché è stato l’aiuto regista di Comencini, ed Enrico Rosati, che l’anno scorso era il regista delle scene action. Entrambi già conoscevano la serie, il linguaggio di Gomorra, e immagino che per loro non sia stato difficile entrare. E poi c’è Marco D’Amore (Ciro nella serie), con cui, come sai, ho un rapporto molto profondo… [Nel finale della terza stagione, il corpo di Ciro viene gettato in mare].

Praticamente è colpa tua se è diventato un regista!

In realtà Marco ha da tempo la passione della regia, è stato regista a teatro di American Buffalo. Questa però è la sua prima volta con la cinepresa. È stato un regista eccezionale, averlo come regista è stata già dalle prove una fantastica esperienza. Sembra di stare a teatro. La sua caratteristica è proprio questa: unire la sacralità del teatro con il fascino del cinema. Chiaramente è stato un piacere ritrovarsi con tutti gli attori, ci sentiamo anche al di là di Gomorra, spesso usciamo insieme. Non è un rapporto che si blocca alla fine del girato, ma persiste anche quando siamo fermi.

Ecco, cosa fate quando non girate?

Spesso tra le riprese delle varie scene ci sono lunghe attese. Una sera con gli altri ragazzi del clan di Sangue Blu abbiamo organizzato il karaoke nel mio camerino. A un certo punto ho detto “waju serata karaoke!” e ci siamo messi con il cellulare a cantare.

Immagino canzoni neomelodiche…

Spaziavamo da Alex Britti a Nino D’Angelo, abbiamo provato anche qualche canzone in inglese!

Scianel vi aveva prestato il microfono-vibratore?

No, eravamo in tanti, sarebbe stato difficile! Ma è stato divertente. Poi quando ci siamo salutati abbiamo detto “a prossima vot cineforum!”.

Quando avete iniziato a girare?

Da inizio aprile alla prima settimana di dicembre. Giriamo soprattutto di notte, perché è quella l’atmosfera di Gomorra, ma ci sono settimane in cui vediamo la luce del sole. Dipende da quello che succede. C’è anche una puntata all’estero, quest’anno abbiamo girato a Londra, esperienza molto diversa quindi dalla Bulgaria dello scorso anno, più simile alla Germania della seconda stagione.

Su Link abbiamo già sentito Leonardo Fasoli, Stefano Bises e Gina Gardini. Ci hanno detto che tra producer, registi e sceneggiatori c’è una forte sintonia, una stretta collaborazione. Gli attori come si inseriscono in questa triade?

Lavoriamo a stretto contatto. A noi attori arriva un prodotto quasi finito che è la sceneggiatura. Cerchiamo di capire la strada che si vuole percorrere e che hanno pensato. In più cerchiamo di adagiare le battute sul nostro personaggio, o magari di aggiustarle con un po’ di napoletano che si adatti a quello parlato ora, visto che è una lingua che si trasforma con il tempo. Per esempio, in una battuta posso inserire un detto napoletano più antico, che però può essere utile in quella scena o nel rapporto con un determinato personaggio.

Saviano l’hai mai incontrato?

Solo una volta, purtroppo. 

Hai praticamente costretto Genny a uccidere Ciro, sei diventato il più cattivo tra i cattivi, l’antieroe tra gli antieroi. E allora più di tutti puoi parlare della rappresentazione del male in Gomorra. Ha un effetto negativo su Napoli?

Non credo che Gomorra abbia la presunzione di raccontare Napoli. Racconta un mondo, da un punto di vista interno. I personaggi, camorristi, hanno un futuro prevedibile: il carcere o la morte. Non vivono, non provano a vivere dignitosamente, rinunciano alla vita e rimangono chiusi nel loro mondo. Nessuno degli stranieri che conosco, dopo aver visto la serie, si è posto il problema che potesse influenzare in qualche modo la loro percezione di Napoli. Gomorra racconta il male, da sempre raccontato al cinema e in altre serie televisive. Se vedo Dogville, non è che poi mi viene da incendiare le persone.

Concordo. Passiamo a Sangue Blu. Vieni dal teatro, come sei arrivato a Gomorra? E cosa ti porti dietro di quel mondo?

Devo ringraziare Sky e Cattleya per due cose [la serie è produzione originale Sky, con Cattleya e Fandango in collaborazione con Beta Film]. Innanzitutto hanno avuto molto coraggio a scegliere un attore sconosciuto e a dargli la responsabilità e la fiducia di un ruolo da protagonista. Ho un volto completamente diverso dal personaggio che interpreto, si sono presi il rischio e spero abbiano vinto la scommessa. Spesso mi dicono “wa si pop n’ata persona!”, o addirittura mi capita che per strada qualcuno mi riconosca e qualcuno no. Per esempio sento che l’amico dice all’altro “o chill’ è Sangue Blu” e l’altro risponde “ma quando mai, non ci assomiglia proprio”. Passo molto tempo dal costumista e truccatore, tra tatuaggi, occhio di vetro e cicatrici, mi hanno dato la possibilità di trasformarmi e questo è il secondo grande ringraziamento che faccio. Dal mondo del teatro mi porto tutto. Per me non c’è una distinzione netta tra l’attore teatrale e quello cinematografico, è solo un prendere degli strumenti diversi che fanno parte dello stesso bagaglio. Mi porto dietro la conoscenza di testi che ho letto e interpretato. Ho studiato anche a Londra e attingo molto da Shakespeare. Sangue Blu in molte scene è almeno un po’ Amleto, o Iago, o Riccardo III.

Dai social vedo che la tua passione per il teatro continua…

Si, fino a fine gennaio ero in scena a Napoli con Creditori.

Cosa ci dobbiamo aspettare dal tuo personaggio nella quarta stagione? In una delle sue ultime battute, Ciro lo rimprovera di mettere i sentimenti prima degli interessi. Cambierà?

Quello che è successo sulla barca sarà la scintilla della prossima stagione. Lì ha perso un maestro, un fratello, un amico. Una parte di lui rimarrà su quella barca, anche l’insegnamento di Ciro sarà dentro di lui, e sa di portare con sé un po’ il destino del suo maestro. Le parole di Ciro creeranno delle scissioni interne. Questo lo porterà a fare delle scelte e a commettere (tanti) errori.

Quindi un ritorno di Ciro come fantasma, per rimanere in tema Shakespeare!

Sangue Blu è un fantasma. C’era la famosa frase “Nuj simm figli’ e fantasm e ’e fantasme nun trovano pace”. Il fantasma è un leitmotiv per questo personaggio. Se devo individuare un verbo che in qualche modo accompagna Enzo in questa stagione è “vedere”, il senso è quello della vista…

Nonostante l’occhio…

Esatto. Lui cerca di non vedere per vedere in realtà. Prova a non guardare quello che sembra. Per non farlo cerca di guardare dentro di sé, di mettere dei pezzi insieme per capire cosa fare.

Chiudiamo con i tuoi progetti futuri. Cosa bolle in pentola?

Devo fare una regia in teatro su un testo di Harold Pinter, in collaborazione con il teatro Bellini di Napoli. Poi in uscita c’è Dragon Heart, un film fantasy, con la regia di Ivan Silvestrini e di produzione americana. Faccio un re da quando ha vent’anni fino ai sessanta, e anche in questo caso Shakespeare mi è stato d’aiuto. Shakespeare è sempre un ottimo amico che ti risolve i problemi!