All’incrocio tra l’immaginario dei fratelli Vanzina e il piccolo schermo berlusconiano c’è il primo teen drama all’italiana. Il racconto in prima persona dei due protagonisti del cinema italiano.

Intervista a Carlo ed Enrico Vanzina tratta dal volume Carlo & Enrico Vanzina. Artigiani del cinema popolare, pubblicato da Bietti, con prefazione di Gianni Canova.

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Dopo Vacanze in America, bisogna spostarsi in tv, perché iniziò la vostra fortunata attività televisiva con Fininvest.

Enrico: Siamo stati i primi a stringere un accordo con Berlusconi. I primi contatti erano stati in realtà con Mondadori per Retequattro, ma poi questa fu venduta a Berlusconi. Lo andai allora a conoscere a Milano e ne rimasi davvero colpito. Aveva delle idee televisive molto brillanti, geniali addirittura. Gli proponemmo di fare un seriale per la tv di ambientazione scolastica, che all’inizio avrebbe dovuto girare Neri Parenti, anche se lui, alla fine, ha girato solo i provini e, forse, un pilota. Nacquero così I ragazzi della 3 C, che scrissi io con altri e diresse Claudio Risi, il fratello di Marco. Un successo stellare. La prima stagione aveva 8 milioni di spettatori a puntata. Tutti i ragazzi italiani all’epoca lo guardavano.

C’eravate un po’ tutti: voi Vanzina, Claudio Risi, Neri Parenti, all’inizio. C’era anche Federico Moccia, no?

Enrico: Non mi pare, almeno nel periodo nel quale l’abbiamo fatto direttamente noi, cioè per le prime due stagioni. Poi ne abbiamo venduto i diritti al solito Bonivento, che realizzò una terza stagione, dove, forse, c’era Moccia. Comunque, ha segnato l’inizio di un periodo d’intensa collaborazione con Fininvest che aveva addirittura l’esclusiva televisiva dei nostri film per il cinema, con una clausola appositamente prevista nei contratti con i produttori.

I ragazzi della 3 C nasceva evidentemente dal combinato disposto di Vacanze in America e Amarsi un po’, a partire dal cast che era già quasi tutto presente tra l’uno e l’altro film. La classe in gita di Vacanze in America era proprio una 3 C.

Carlo: Certo, era un puzzle di volti e di personaggi che avevamo già sperimentato e provato nei film per il cinema. Fabio Ferrari era in Vacanze in America, come anche Giacomo Rosselli, che era anche in Amarsi un po’, insieme a Fabrizio Bracconeri e Nicoletta Elmi. Sharon Gusberti l’avevamo avuta in Yuppies. A riprova della cosa, in Fininvest caddero dalla sedia, quando, trasmesso per la prima volta su Italia1, Vacanze in America ebbe 11 milioni di spettatori.

Enrico: E poi i caratteristi: Guido Nicheli, con il mitico commendator Zampetti, ma anche Ennio Antonelli, Rossana Di Lorenzo, il cameriere nero Isaac George. Ciascuno con i suoi tic, le sue paturnie, i suoi tormentoni. Funzionavano molto bene nei ruoli di contorno, soprattutto come genitori dei protagonisti.

Ai caratteristi avete sempre dedicato molto spazio e attenzione, secondo una tradizione di famiglia evidente.

Carlo: Noi siamo nati in un cinema nel quale i caratteristi alla fine erano quasi i veri protagonisti. Ne abbiamo sempre avuti di molto cari, e li tenevamo presenti già in fase di scrittura. Se dicevamo “Questo è un personaggio alla Ennio Antonelli!”, allora poi che senso aveva cercare un altro per farlo? Meglio chiedere a Ennio Antonelli, no?

I ragazzi della 3 C non è stato solo un successo in termini di ascolti, ma ha creato un immaginario fortissimo e duraturo, rimasto nella memoria del pubblico di allora fino a oggi. Occupa un suo posto significativo in una storia delle fiction seriale italiana contemporanea.

Enrico: I ragazzi della 3 C è stato anche il primo, grande esempio italiano di product placement. Stringemmo accordi con diversi marchi, come Algida, mi pare anche Opel, che inserivamo nella serie. Ricordo interminabili riunioni con questi top manager per convincerli e poi per accordarsi sul come e sul quanto i prodotti dovessero comparire.

La Video80 è figlia di questo stesso periodo. Era la vostra casa di produzione, alla quale vi appoggiavate tra cinema e tv, e diventò in breve tempo una griffe riconoscibile.

Carlo: La Video80 nacque un po’ prima della metà degli anni Ottanta, perché Luca di Montezemolo, nostro grande amico, all’epoca alla Cinzano, venne da noi e ci propose di fare una società insieme per cavalcare il momento di grande esplosione degli spot televisivi. Lui poteva aiutarci, proponendoci commesse e portandoci in dote anche marchi come Piaggio e Fiat. Quindi, le sue origini sono legate al mondo della pubblicità, e abbiamo realizzato diversi spot per tante marche, Piaggio e la Vespa, La Repubblica, Pinot Chardonnay, in tempi più recenti Tim e Tre, noi direttamente, oppure altri registi come Gillo Pontecorvo e Franco Brusati. In un secondo tempo l’abbiamo spostata verso la serialità televisiva, e poi il cinema.

Enrico: Riprese vigore, infatti, subito dopo, in concomitanza con la felice avventura de I ragazzi della 3 C, quando facemmo quell’accordo di quasi esclusiva con RTI-Fininvest, con i produttori dei nostri film al cinema che s’impegnavano, non proprio tassativamente ma quasi, a concedere poi i diritti tv al gruppo di Berlusconi.

Più avanti la Video 80 è approdata anche al cinema. Molti film, anche negli anni Novanta, erano con quel marchio, soprattutto come produzione esecutiva.

Carlo: All’inizio non pensavamo al cinema. Poi la esportammo anche lì, però, non avendo noi capitali da investire in prima persona, facevamo i produttori esecutivi di noi stessi. Anzi, da questo punto di vista, è stata una buona formula per salvaguardare la qualità del prodotto finale dal nostro punto di vista contro ingerenze e decisioni dei produttori. Io, come aiuto regista, ricordavo le liti di Monicelli e Sordi con le produzioni che tiravano al risparmio e non mantenevano le promesse. Così, siamo riusciti a tutelarci da queste situazioni spiacevoli e abbiamo preservato certe qualità che volevamo nei nostri film, soprattutto visive, nella messa in scena e nelle location, senza lesinare nulla.

È forte poi l’impressione che la prima Fininvest sia nata dall’incrocio dei vostri film per il pubblico più giovane, come dimostra bene il fenomeno I ragazzi della 3C, e, invece, delle produzioni alla Luciano Martino per il pubblico più maturo, visto che i primi grandi show berlusconiani pescavano a man bassa nei cast di quei film.

Enrico: C’era anche molto del Bagaglino in quella prima Fininvest. Poi, certo, con la scomparsa del cinema di profondità e del circuito di terza visione, succedeva che i film alla Martino trovavano la loro terra d’elezione nei palinsesti televisivi, a sostituire un certo tipo di esperienza in sala con la visione domestica. Di questo era convinto Carlo Freccero che all’epoca si occupava di cinema per Berlusconi.

Carlo: Dopo Vacanze di Natale, Amarsi un po’, Vacanze in America, è chiaro che siamo stati visti come i giovani autori emergenti, capofila di una nuova generazione di comici e allora in Fininvest hanno sposato quel tipo di novità.

Enrico: L’estetica di quei nostri film anni Ottanta e primi Novanta era molto vicina, contigua all’estetica che in Fininvest avevano scelto per la loro televisione. Non so se c’è stata una scelta consapevole e ragionata da parte loro, ma di certo si sono conformati molto a quanto stavamo facendo in quegli anni, l’hanno sentito coerente, soprattutto al mondo di Italia1 che guardava ai giovani.

Quegli Amori!

Tra il 1988 e il 1989 vi siete pure cimentati nella produzione di una serie tv molto particolare, una collection di 6 film-tv di circa 50’ ciascuno per RTI/Fininvest, poi proposta su Canale 5. Amori s’intitolava…

Enrico: Quella è stata un’operazione molto interessante, oltretutto nata con l’intento di legittimare Berlusconi e le sue tv come interlocutori ideali del mondo del cinema e dimostrare che RTI e Fininvest non erano solo I ragazzi della 3C. Partiva con l’idea di avere un valore culturale altissimo.

Carlo: Noi poi eravamo nella posizione ideale per realizzarla, proprio perché conoscevamo tutti i maggiori registi e sceneggiatori italiani. Per aumentarne il valore, fu proposto di trarre ogni film da un racconto o da un romanzo di un autore italiano diverso.

Rileggendo cast tecnici e artistici oggi, Amori era impressionante.

Enrico: I 6 registi erano veri pesi massimi, anche se ormai a fine carriera. Dino Risi, Alberto Lattuada, Nanni Loy, Mario Monicelli, Luigi Magni e Lina Wermuller. Ma anche, tra sceneggiatori e attori, non si scherzava. Più d’uno dei film l’ho seguito direttamente io da produttore esecutivo, anche se era un periodo difficile, visto che era appena morto papà.

Quasi invisibili oggi, si confermano oggetti curiosi.

Enrico: Il primo che girammo era quello da Giovanni Guareschi di Lina Wertmuller, Il decimo clandestino, seguito da Gigi Magni che aveva tratto il suo Cinema da Antonio Tabucchi, con interpreti Lando Buzzanca e Virna Lisi, anche se fu funestato dalla morte del figlio della nostra agente Carol Levi, da sempre direttore di produzione Video80. Poi fu la volta di Gioco di società di Nanni Loy che adattò un racconto di Sciascia e lo girò a Messina.

Carlo: Il film con Monicelli, La moglie ingenua e il marito malato, da Achille Campanile, ci ha riempito d’orgoglio, perché lui usciva da un bruttissimo incidente d’auto ed era molto depresso. Approntammo per lui una storia tutta da girare in un set chiuso, come aveva fatto Suso Cecchi d’Amico per Luchino Visconti quando era malato. Mario non ha mai dimenticato che, in un momento di bisogno, noi c’eravamo, e dice che, con quel film, gli abbiamo fatto tornare la voglia di fare cinema. Inoltre mi sembrava quasi di ripagarlo di quanto avevo imparato da aiuto-regista sui suoi set….

C’erano infine gli amatissimi Risi e Lattuada.

Carlo: Risi accettò di girare il film dedicato a Rosanna Benzj, Il vizio di vivere, che era il più anomalo anche nella fonte, il libro autobiografico omonimo della donna condannata a vivere in un polmone d’acciaio. Decise, contro molte opposizioni, di farla interpretare da Carol Alt. D’altronde, diceva che era una storia così triste che, per forza di cose, doveva essere interpretata da una bella donna per poter essere accettata. È stato dei 6 quello forse più trasmesso  in tv negli anni successivi.

Enrico: Lattuada fu molto più problematico, anche perché cominciava a essere malato e quindi la vita sul set fu tutt’altro che facile. Per protagonista del suo Mano rubata, sceneggiato con Tullio Pinelli da un racconto di Tommaso Landolfi, prendemmo Carmen Loderus, una modella che aveva già preso parte in un piccolo ruolo a Via Montenapoleone.       

Come andò come ascolti?

Enrico: Nasceva come operazione di accreditamento della televisione commerciale che voleva smarcarsi dai soliti luoghi comuni. In quel senso funzionò benissimo. Alcuni dei film parteciparono pure al festival di Cannes.

Quale è stato il vostro ruolo in Amori? Eravate una sorta di produttori esecutivi?

Carlo: Diciamo di sì. Noi eravamo sul set durante le riprese, ma anche avevamo concepito e organizzato la macchina produttiva e organizzativa, fin dai nomi coinvolti.

Però, all’epoca, cinema italiano e tv berlusconiana non erano ai ferri corti? C’era la questione degli spot nei film in tv…

Enrico: Alla fine delle riprese, ci fu una serata di festeggiamenti con Berlusconi. In quell’occasione, Age&Scarpelli lo ringraziarono, ma subito precisarono di essere fieramente contrari a molte delle cose in cui lui credeva. Ebbene, a fine serata, erano lì che cantavano insieme a tutti quanti, mentre Berlusconi suonava al pianoforte. Un’immagine in controtendenza rispetto alla vulgata della storia del cinema italiano, no?