Come si dirige un festival che tiene insieme fumetti, cinema, serie, musica e videogiochi? Matteo Stefanelli, direttore artistico del COMICON Napoli, racconta la regia dietro uno dei più grandi laboratori europei di cultura pop.
Se ci fosse una ricetta per cucinare un grande festival di cultura pop, Matteo Stefanelli sarebbe il Pellegrino Artusi della situazione. Stefanelli, saggista, docente universitario, fondatore del sito specializzato Fumettologica, è anche il direttore artistico del Comicon di Napoli, esperienza a cui è arrivato dopo una serie di curatele (come la Fumetto International per la Triennale nel 2007) e collaborazioni con le maggiori realtà festivaliere italiane ed europee, da Lucca a Angoulême. Dal 2019 guida quello che è il secondo festival italiano di cultura pop per affluenza (183.000 visitatori nel 2025) e uno dei più noti e influenti sulla scena globale dei “comics & pop culture festival”, segmento quanto mai vivace dell’industria degli eventi.
Ma come si costruisce il programma di un festival come COMICON Napoli, che raccoglie tanti ambiti e media diversi come fumetto, cinema, serie tv, videogiochi, cosplay, musica? E come si gestisce un palinsesto tentacolare fatto di componenti che richiedono attenzioni diverse?
Da dove si comincia a fare questo mestiere? Esiste una scuola per diventare direttori artistici?
Non direi. Il percorso di formazione che ci si avvicina di più è quello dei corsi o master in organizzazione di eventi culturali. Che però includono competenze che vanno oltre la natura artistica e di programmazione del ruolo, come budgeting, marketing, ospitalità, cerimoniale, rapporti istituzionali, comunicazione, sicurezza, talvolta un po’ di infarinatura legale.
Immagino ci siano vari corsi che possono insegnare uno dei tanti aspetti del ruolo, ma non uno che li insegna tutti. Anche perché “direttore artistico” può voler dire cose diverse.
Chi porta avanti la direzione artistica di un festival si suddivide in due specie: quelli che interagiscono molto con le altre funzioni attigue al ruolo, e quelli che invece interagiscono poco. In questo secondo gruppo sta chi opera in strutture ben organizzate o grandi abbastanza da permettere di concentrarsi esclusivamente sulla programmazione artistica; oppure alcuni casi di direttori iperprotetti dalla politica o usati come foglia di fico… Ma in genere il secondo gruppo è un po’ un idealtipo. Non conosco quasi nessuno che faccia programmazione pura al 100%, senza cioè confrontarsi con gli altri aspetti della costruzione di un evento culturale. La programmazione artistica non è un lavoro solo espressivo, è anche un lavoro organizzativo. E quindi significa interagire con tante dimensioni operative e funzionali diverse, dalla gestione del personale a quella dei fornitori, che vanno al di là dell’articolazione di un palinsesto e dell’elaborazione di un racconto del festival e dell’edizione.
È un lavoro sporco, insomma?
I lavori sporchi sono altri, ma la metafora ci sta, in almeno due sensi. Da una parte perché non è una professione pura, nonostante contenga la parola “arte”. Dall’altra è sporco nel senso concreto, dello sporcarsi le mani con tante mansioni pratiche che sono molto distanti dall’idea romantica dell’intellettuale che scrive la sceneggiatura di una grande performance, per quanto un festival sia anche questo.
Il direttore artistico è un po’ uno scrittore, sicuramente è un po’ un deejay o regista, però deve fare anche un il montatore, il producer o il runner. Si mette a disposizione delle più diverse, magari imprevedibili, esigenze da cui dipende il buon esito del programma.
Rispettando la metafora della sceneggiatura, una volta scritta su carta, quella storia deve essere girata. E quello è tutto un altro paio di maniche.
È proprio così. Il direttore artistico è un po’ uno scrittore, sicuramente è un po’ un deejay o regista, però deve fare anche un pochino il montatore, il producer o il runner. Deve fare anche quello che apre la porta del bagno a qualcuno, che seda una rissa con o senza polizia, che serve a tavola o fascia una ferita: che insomma si mette a disposizione delle più diverse, magari imprevedibili, esigenze da cui dipende il buon esito del programma. Ricordo una studentessa, davanti ad alcuni esempi, che qualche anno fa mi disse “Ok, ho capito perché non voglio lavorare negli eventi”.
Come non esiste un percorso di studi vero e proprio, immagino non esista un profilo standard per il direttore artistico.
Ciò che accomuna gran parte di chi svolge questo compito è l’estrazione cultural-professionale. Ci sono due profili, soprattutto: gli esperti (intesi come critici, curatori, docenti, accademici) e gli artisti. Faccio esempi. La direzione dei festival di cinema in Europa è stata storicamente affidata a figure provenienti dalla critica e dall’insegnamento intorno al cinema. I grandi festival di letteratura sono diretti da critici o da scrittori (artisti, appunto). Le biennali d’arte tendenzialmente sono dirette da esperti che vengono da esperienze curatoriali, più che da esperienze artistiche. Si tratta quindi di figure che hanno passato molto tempo impegnati in una di quelle attività intellettuali e espressive come studiare, praticare o scrivere di quella determinata disciplina.
Anche io vengo da questa matrice, come esperto di fumetto e di media. E quel che ho chiaro sul “profilo standard” sono solo alcune cose indispensabili: possedere competenze diciamo sia profonde che estese, possedere un buon portafoglio di contatti, avere una visione raccontabile di quel mondo di riferimento, saper creare ponti, legami, stimoli e infine conoscere bene limiti e vincoli del tuo contesto e delle singole individualità che costituiscono il settore di riferimento. Torna quel che dicevamo del lavoro sporco: fare direzione artistica significa non solo conoscere gli artisti nel senso romantico del termine – discutendo, innescando un dialogo stimolante, passando del tempo di qualità assieme – ma anche capirne le caratteristiche che li rendono adatti a quell’evento, o le condizioni che li mettono a loro agio per poter accettare un certo programma o una certa tabella di marcia.
Tu quindi dove hai imparato?
Studiando e girando, banalmente, mosso dalla spinta di una forte passione. In parallelo all’insegnamento e alla ricerca, e scrivendo per fanzine o per periodici vari, negli anni ho frequentato davvero molti festival… I primi che ricordo, e che mi accesero un sacco di lampadine, furono sicuramente il Dylan Dog Horror Fest e l’Happening Internazionale Underground al Centro sociale Garibaldi. Due frullatori di cultura pop e fumetto mind-blowing per un adolescente di ieri come di oggi. E poi la fiera Smau degli anni d’oro, vissuta dietro le quinte grazie ad alcune entrature. O alcuni eventi di Decoder prima, di Zer02 dopo, o gli anni del delirante boom del Fuorisalone…
Con alcuni organizzatori è nata una collaborazione molto naturale, come è stato con la programmazione fumetto di Lucca Comics & Games o con la direzione di BeComics! Padova. Ma ho imparato molto anche collaborando a progettare per Bologna Bilbolbul, Mantovaletteratura, il Salone del Libro di Torino, Angoulême, Cfapaz Cremona, Riminicomix, Sarzana, Pordenone, per l’Università Cattolica o per altri festival diversi come il MIAmi o più piccoli, in cui ho visto e imparato di volta in volta come funzionano i tanti ingranaggi della macchina organizzativa, dalla gestione dell’ospitalità al cerimoniale con le istituzioni, dalla composizione di una giuria alle discussioni sulla sicurezza con i vigili del fuoco. Quando Claudio Curcio, il fondatore, mi ha chiesto nel 2018 cosa mi sentissi di fare per Comicon, è stato naturale proseguire a fare direzione artistica.
Una volta assunta la direzione di COMICON, c’è stato qualcosa che hai dovuto imparare?
Sicuramente. Su tutto, ho compreso meglio le logiche di gestione di una grande location fieristica, la Mostra d’Oltremare, che non conoscevo da dietro le quinte. E poi ho appreso tanti altri tasselli su processi distanti dalla programmazione artistica ma da tenere in considerazione, dai problemi delle infrastrutture di sala alle specificità del talent handling, o alle evoluzioni nei contratti con gli espositori o la gestione dei flussi di visitatori.
Com’è messa l’Italia nel mondo dei festival culturali? Penso soprattutto in rapporto con la Francia, dove ci sono festival molto importanti per il fumetto e l’animazione, come quelli di Angoulême e Annecy.
Lo sappiamo dal cinema, dalla fotografia, danza, teatro: la Francia è un leader imbattibile nei festival culturali. Per diffusione geografica, capillarità, varietà degli ambiti e credibilità della programmazione. In Francia esistono festival su temi che altrove non troverebbero spazio, in grado attrarre pubblico, generare dibattito, valorizzare territori. Penso però che in Italia siamo più abili nel creare grandi eventi culturali di taglio popolare o pop.
Una forza della cultura italiana, che si intravede anche in quel piccolo spicchio che sono i festival, è che ci viene più naturale mescolare le carte, accostare ingredienti. Il mondo di cui mi occupo io è particolarmente esemplare di questa capacità, come dimostra il fatto che, dei cinque festival leader in Europa, due siano in Italia, Lucca Comics & Games e COMICON Napoli. Ma il Festival del cinema di Venezia degli ultimi anni va nella stessa direzione, sempre piú diversa da Cannes: là una (splendida) focalizzazione sul cinema di vocazione artistica e di ricerca, qua una attenzione allargata verso titoli e autori più popolari, con sezioni parallele aperte alla serialità televisiva, alle piattaforme di streaming. Il risultato è che Venezia oggi ha un impatto internazionale molto più forte, tra i festival, di quello che è il peso della produzione di film nostrani nello scacchiere internazionale della distribuzione. Discorso simile si potrebbe fare per il Salone del Libro di Torino, e in parte per la Design Week, sebbene il modello Fuorisalone abbia avuto una genealogia piú composita.
In una programmazione crossmediale che deve tener conto di sempre più aspetti (fumetti, cinema, tv, videogiochi, giochi di ruolo, musica, cosplay), come bilanci le sezioni cercando di dare a ognuna il giusto peso e senza snaturare un festival sotto la pressione delle offerte più blasonate?
Cosa significa “giusto peso”? Da un lato c’è il peso economico: piú ospiti o attività programmate per le sezioni che portano più fatturato o più marginalità. Questo sarebbe l’approccio fieristico tradizionale: una fiera del mobile darà più spazio ai produttori di cucine che a quelli di librerie, perché sono mercati con pesi diversi. COMICON però non ragiona esattamente così, e nemmeno io, per due motivi. Uno riguarda l’identità storica: nasce come festival di fumetto, che non è mai stato, non è e non sarà mai, il segmento più remunerativo dell’industria culturale, ma continua a ritenerlo prioritario e identitario. E quindi investe di più rispetto agli altri. Non è un caso che la programmazione artistica di COMICON si avvalga di una squadra di curatori che, con la mia supervisione, presidia le diverse verticalità (videogioco, musica, cinema, cosplay e quant’altro), ma il fumetto è curato personalmente dal sottoscritto. Penso che sia rappresentativo, oltre che della mia specifica storia professionale, dell’approccio di COMICON. Il fumetto resta al centro. Il primo padiglione che un visitatore incontra quando entra in fiera è quello dedicato alle mostre fumettistiche. Ed è il settore con il maggior numero di ospiti, sale e attività.
Però c’è anche da far quadrare i conti, per dirla brutalmente.
È chiaro che alcuni settori sviluppano maggiori economie. COMICON peró lavora su un doppio binario: la programmazione culturale non si sovrappone alla logica economica dei settori, e lavora con un proprio equilibrio in cui, per sintetizzare, ciascuna delle aree principali di cui ci occupiamo merita la stessa attenzione.
Questo come si traduce, in concreto?
Per esempio, cercando di progettare eventi cross-area che facciano dialogare le sezioni; aiutando il palinsesto di un’area quando in difficoltà, spostando budget, ospiti o attività; offrendo spazio in comunicazione anche a contenuti meno forti o affermati; riducendo al minimo le differenze contrattuali tra collaboratori nei settori più ricchi o nei più limitati.
Sentite comunque sempre il bisogno di andare a toccare nuovi ambiti?
Certo, come l’area Urban, che esiste da 2 anni. La street culture e lo streetwear oggi rappresentano dimensioni della cultura pop, molto di più di quel che erano negli anni Settanta, quando prendevano forma in ambiti antagonisti o di nicchia. Oggi penso che possiamo accorciare queste distanze e farne una parte del nostro universo di riferimento. Stiamo rendendo l’area Urban un vettore del programma in cui poter dialogare con lo sport, la fotografia, il rap, i tatuaggi, con alcune operazioni espositive e performative interessanti.
C’è quindi il tentativo di inglobare ogni angolo della cultura popolare oppure a un certo punto, anche per questioni fisiologiche, ci si dà dei limiti?
Periodicamente ci ragioniamo sopra. E come vedi parlo al plurale, perché fare programmazione artistica ha bisogno di confronti, tanto piú quando tocchi il rapporto tra limiti e opportunità di mercato. Personalmente sono convinto che ci siano ancora discipline e filiere in cui poter entrare. Non infinite, però. Il punto è che per un festival che ha nel suo nome il concetto di pop culture, ci sono comunque dei paletti relativi al perimetro culturale in cui si opera. Che non è fatto solo di contenuti, ma anche di fruitori, è un contenitore di linguaggi ma anche di pratiche. La cultura pop non è Akira Toriyama versus Wes Anderson, ma è un’attitudine della fruizione, uno sguardo sui contenuti che mette l’entusiasmo e la passione davanti, come motore di conoscenza e cambiamento, con goduria. Io vengo da qua, dalla fumettofilía, dagli Aca-fans alla Henry Jenkins, e in COMICON continua ad esserci un nucleo erede di quel che una volta si chiamava cultura geek o nerd. E quindi noi continuiamo a lavorare per il – o meglio: a partire dal – mondo dei fandom. Che possono essere sia i fans di Eichiiro Oda sia quelli di David Lynch.
Chiaro, non potrete mai inglobare il festival del giornalismo di Perugia.
Esatto. O non potremmo mai fare un festival della Scienza, pur avendo ospitato scienziati. È la nostra natura, il nostro posizionamento strategico. L’evento è questo, un prodotto nipote, forse ormai pronipote, degli eventi fondati sui fandom. Solo che parlare di fandom oggi non vuol dire parlare di fandom come 40 o 50 anni fa. E quindi un festival pop non conservatore sarà bene che si interessi non solo alle community di videogioco o di fumetto che si confrontano su uno specifico autore o progetto, ma che le metta in relazione con chi ha interessi diversi, come magari le sneakers, il software libero, la musica asiatica, il food coreano, perché penso che anche lì ci siano delle nuove forme di investimento passionale e culturale potenti, profonde.
Il problema di questo genere di festival è, immagino, arrivare a un punto in cui non si annacqua il prodotto con troppe contaminazioni.
Quando operi in un settore competitivo, il fallimento spesso inizia quando perdi l’identità che ti distingue e ti sorregge. E ti ritrovi con meno capacità attrattiva e meno motivazione. È tragico perché non avviene di botto, ma prende una manciata di anni, come una lenta condanna. Bisogna fare attenzione. Dal mio punto di vista credo ancora nel modello di un festival crossmediale che trae dal fumetto la sua ispirazione, la sua energia ancora abbastanza fresca e poco “addomesticata” rispetto alla tv, per fare un esempio macroscopico. Vedo invece in altri festival nostri omologhi, anche stranieri, un trend di annacquamento sempre piú evidente: troppi “Wherever Comic-Con” o “Vattelapesca Comics & Games” vuoti di artisti e pieni di food, merch e qualche meet&greet a pagamento. Non credo sia una strategia vincente sul medio lungo periodo. Ridurre il peso del fumetto, nei festival di pop culture, porterà ad un impoverimento dello storytelling degli stessi. E anche la disattenzione verso gli autori indipendenti e la piccola editoria, penso si possa rivelare un “boomerang nascosto”: evita un costo oggi, ma cancella il fertilizzante per il domani.
Ci sono ancora delle zone d’ombra conoscitive attorno a questi linguaggi espressivi?
Sì, e anzi la mia sensazione è che i social e le loro bolle moltiplichino i vuoti di conoscenza, aprendo perció spazi a chi sa creare connessioni. Come gli eventi dal vivo. Per rispondere a queste nuove curiosità e bisogni, uno degli strumenti è organizzare qualche attività più esplicitamente fuori dallo spettro per cosí dire “verticale” del festival, che permettono di creare quei cortocircuiti in cui mondi diversi si incontrano. L’obiettivo è fare in modo che pubblici diversi dicano “Ah, non sapevo che questa cosa che mi interessa accade anche dentro in quel contesto che ho sempre snobbato”. Idem per gli operatori e gli addetti ai lavori: “Ah, in questo grosso evento giovanile c’è spazio anche per questa cosa qua che invece è un po’ meno larga e un po’ meno giovanile?”.
La cultura pop non è Akira Toriyama versus Wes Anderson, ma è un’attitudine della fruizione, uno sguardo sui contenuti che mette l’entusiasmo e la passione davanti, come motore di conoscenza e cambiamento, con goduria.
Dagli addetti ai lavori che operano fuori dall’ambito pop hai mai percepito un pregiudizio?
Esiste ancora una sottovalutazione nei confronti di alcuni ambiti creativi e di consumo. Però si sono molto ridotti rispetto a quando frequentavo Lucca Comics negli anni Novanta – a pensarci, sembra di stare in un’altra era geologica. Dall’altro, chi non capisce che si è normale fare convivere Calvino, Michael Jordan, Berserk, David Lynch e Final Fantasy non ha ancora fatto i conti con il XIX secolo, altro che XX.
In che senso?
Questi grandi eventi sono dei laboratori per ricordare che la cultura è un magma in cui si mescolano cose e prospettive diverse, e che il problema non è la legittimità o, peggio, la complessità. Chris Ware e One Piece non sono la stessa cosa, così come Calvino e Minecraft, ma la cultura non è una scala Richter. E se non accetti che la cultura sia una mescola e una coabitazione di forme e talenti diversi (o se non sai riconoscere queste diversità) il problema di prospettiva ce l’hai tu. Da questo punto di vista, rivendico ai pop culture festival il ruolo di fare – sotto allo stesso tetto – arte e intrattenimento, in maniera più esplicita e inclusiva di altri generi di festival culturale. Naturalmente, questo accade solo quando la programmazione artistica svolge il suo compito fino in fondo.
Quando si parla di festival di cultura pop, l’altro attore principale in Italia, oltre a COMICON, è Lucca Comics & Games. Ci sono degli elementi imprescindibili che distinguono Comicon da Lucca e da tutte le altre fiere?
Penso che ciascuno abbia specificità significative. Lucca possiede la magia del borgo storico, che proietta una luce speciale sui contenuti che mette in scena, unita a una storia antica che riverbera sul presente. COMICON lavora su altro: la convivialità, l’eclettismo, l’atmosfera. Da un lato c’è una attenzione agli ospiti invitati che è davvero speciale, come in quei piccoli festival dove per qualche giorno si forma una carovana di artisti che diventano comunità – solo in versione piú ampia. Come seguiamo gli ospiti passo passo, dedicando tempo e persone, organizzando occasioni e non trattandoli come blocchi di un palinsesto, non lo ho visto fare in molti altri festival internazionali. Abbiamo poi alcuni spazi di attività differenti, come il Ring su cui si sfidano due disegnatori, la citata area Urban, l’area “Pro” ad accesso limitato agli ospiti, un’idea nata a Napoli e poi diffusa in altri festival di pop culture italiani. E nelle attività di palco c’è la sistematica volontà di creare eventi originali, che non siano solo passerelle promozionali: dibattiti, interviste e dialoghi che permettano veri scambi di idee, approfondimenti, o siano occasioni in cui si incontrano per la prima volta ospiti che magari non si erano mai incontrati prima.
E poi l’atmosfera. Rispetto a tanti eventi che ho frequentato, COMICON è percepita dal suo pubblico come una festa, o persino come una zona temporaneamente autonoma delle loro vite. È molto forte questa cosa, ed ha a che fare con l’incontro fra le vibrazioni del nostro programma e le vibrazioni del territorio in cui operiamo, dove gran parte del pubblico aspetta COMICON come un momento unico. É una sfida nella sfida: tenerne conto significa badare alle emozioni che il pubblico vive ed esprime, ed anche cogliere l’occasione per offrire occasioni formative, magari dando spazio a tematiche delicate o di scarsa visibilità nei discorsi dei media e a scuola durante l’anno.
Leggendo la ricerca attorno a COMICON pubblicata di recente sull’International Journal of Event and Festival Management emerge come questo elemento di socializzazione sia molto più presente che in altri festival.
Un sacco di gente aspetta COMICON come un momento fondamentale dell’anno, come fosse la fine della scuola o l’inizio delle vacanze. Ce lo dicono veramente in tanti e in tanti luoghi, offline e online. Uno degli elementi che differenzia COMICON – e ce lo confermano gli ospiti stranieri – è l’energia che vibra dai visitatori e che secondo me influenza un po’ tutto. Anche noi, anche me: faccio COMICON in maniera un po’ diversa da altre cose che ho fatto e che faccio, perché mi metto nell’ottica di avere delle idee, o di supervisionare delle idee, avendo in mente l’obiettivo di trasmettere entusiasmo al pubblico.
Detto così suona un po’ emotivo, però per la mia esperienza nel mondo degli eventi culturali non musicali (quelli musicali ce l’hanno nel DNA, il far entusiasmare la gente…) non è per niente comune. E va bene così, non vado alla Biennale d’arte contemporanea con la speranza di uscire eccitato, la cosa importante è incontrare belle cose e idee potenti. Invece dentro COMICON trovo anche questo ingrediente, che si aggiunge al mix e lo influenza.
C’è questo aneddoto che a me fa sempre molto ridere: quando le sorelle Wachowski incontrarono Steven Spielberg poco prima di iniziare le riprese del loro primo film, gli chiesero se avesse qualche consiglio e lui rispose di “indossare scarpe comode”. Tu da direttore di festival che suggerimento ti sentiresti di dare?
Prendere un sacco di integratori.
Andrea Fiamma
Si occupa di fumetti, cinema e televisione. Ha scritto su Fumettologica, Domani, Linus, Rivista Studio, Mangasplaning e The Comics Journal; ha firmato i libri 50 manga da leggere almeno una volta nella vita (Newton Compton, 2021), Giorgio Cavazzano: Oltredisneyano (Comicon edizioni, 2023), Il grande libro dei quiz sulle serie TV (Newton Compton, 2022) e Cinecalendario (Burno, 2024): ha collaborato con il Salone Internazionale del Libro di Torino, Lucca Comics & Games e il Comicon di Napoli.
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