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Eurovision: Tv, politica e canzoni

Non sono solo canzonette. L’Eurovision Song Contest è molto di più: un’invenzione italiana, un terreno comune per un continente intero, lo spazio di conflitti continui e di speranze future.

Pubblichiamo qui la prefazione all’edizione italiana del libro Eurovision Song Contest. Una storia europea di Dean Vuletic, appena uscito nella collana SuperTele di minimum fax (con il sostegno di Tivù). Il volume, arricchito di una postfazione aggiornata, ricostruisce la storia della manifestazione e le sue molte implicazioni sociali e politiche.

Con l’Eurovision Song Contest, l’Italia ha sempre avuto un rapporto di odio e d’amore, di passione con fiammate improvvise e di lunga freddezza. Tutto, in fondo, è cominciato qui da noi. La manifestazione, televisiva e musicale e non solo, ricalca da subito un’invenzione italiana, usando come suo modello quel Festival di Sanremo che muove i suoi primi passi dal 1951, ancora in radio, e ottiene subito un grande successo e alcune imitazioni. E la prima edizione di quello che in Italia è stato a lungo chiamato anche “Eurofestival” (appunto), la gara canora che vede competere i rappresentanti di tante nazioni europee, si svolge nel 1956 a Lugano, poco oltre il confine, ed è persino condotta in lingua italiana. E sempre in Italia questo percorso trova il suo coronamento, inevitabilmente temporaneo, prima con la vittoria dei Måneskin e della loro “Zitti e buoni” proprio in quel Festival di Sanremo da cui tutto è cominciato, e intanto giunto alla settantunesima edizione; poi con un’altra loro vittoria all’Eurovision Song Contest del 2021, nella grande arena di Rotterdam, preludio a un enorme, inatteso successo internazionale del brano e del gruppo; e infine con la successiva organizzazione della sessantaseiesima edizione di questa manifestazione europea in Italia, a Torino, dal 10 al 14 maggio 2022. Quasi a chiudere un cerchio.

Una storia (anche) italiana

In mezzo a questi due momenti, all’inizio e alla fine (provvisoria) di una lunga storia, l’Eurovision Song Contest è stato sempre punteggiato di affari italiani, in un intreccio spericolato e fruttuoso tra Sanremo e i palchi europei, tra la musica leggera nazionale e una ribalta continentale, se non globale. Alla prima edizione del 1956 per l’Italia partecipano due cantanti e altrettanti brani: Franca Raimondi con “Aprite le finestre” e Tonina Torrielli con “Amami se vuoi”. Nel 1957 è la volta di Nunzio Gallo e della sua “Corde della mia chitarra”. Ma il primo vero sussulto italiano nella manifestazione canora europea è nella terza edizione, nel 1958, quando dopo aver vinto Sanremo approda a Hilversum, nei Paesi Bassi, “Nel blu dipinto di blu” di Domenico Modugno: si ferma al terzo posto ma, ben nota anche come “Volare”, la canzone sale in testa alle classifiche di tutto il mondo, Stati Uniti compresi, e diventa una tra le canzoni popular italiane tuttora più conosciute ovunque. L’anno dopo è ancora in gara Modugno, con “Piove (ciao ciao bambina)”, mentre per la Germania partecipano Alice ed Ellen Kessler; poi tocca a Renato Rascel (con “Romantica”), a Betty Curtis, a Claudio Villa, a Emilio Pericoli.

Bisogna attendere il 1964, però, per la prima delle tre vittorie italiane: il Grand Prix Eurovision si svolge in Danimarca, a Copenhagen, ed è conquistato da “Non ho l’età (per amarti)”, cantata da una sedicenne Gigliola Cinquetti, già vittoriosa a Sanremo; anche a questo successo segue la circolazione globale del brano, in versione originale o sotto forma di cover (in tedesco, in spagnolo, in francese, in inglese, ma anche in giapponese e in islandese). Come da consuetudine e da regolamento, l’edizione successiva di Eurovision approda in Italia, a Napoli: per il paese ospitante partecipa Bobby Solo, con “Se piangi, se ridi”, ma vince per il Lussemburgo la francese France Gall (con “Poupée de cire, poupée de son”). La ribalta canora europea in questi anni è molto rappresentativa dei nomi più importanti e delle tendenze principali della popular music italiana: ancora Modugno, ancora Villa, poi il cantautore Sergio Endrigo, Iva Zanicchi, Gianni Morandi (con “Occhi di ragazza”), Massimo Ranieri (per due volte), Nicola Di Bari. Dieci anni dopo la vittoria, nel 1974 torna su quel palco Gigliola Cinquetti, stavolta con “Sì”, ma arriva seconda, piazzandosi onorevolmente dopo “Waterloo” degli ABBA, forse la più nota tra tutte le canzoni mai incoronate all’Eurovision Song Contest; la manifestazione si svolge nel pieno di una crisi energetica che attraversa l’Europa, e in molti paesi (Italia compresa) porta a misure di austerità che riducono le ore di messa in onda televisiva; il titolo della canzone italiana, poi, è considerato rischioso e foriero di confusione nei giorni convulsi che precedono il referendum abrogativo della legge sul divorzio, e questo porta la Rai a trasmettere l’evento solo in seguito, in differita.

Dal 1998 al 2010, l’Italia non partecipa a Eurovision Song Contest, ritirandosi dallo show e senza dargli più praticamente alcuna promozione. Nel 2011 comincia il riavvicinamento, grazie a una pianificazione televisiva attenta e a un maggiore impegno nella competizione, rafforzando il legame con un Festival di Sanremo che intanto attraversa un decennio di particolare brillantezza. Con il suo comeback, l’Italia si ritrova tra i big five, le cinque nazioni qualificate di diritto alla finale.

Gli anni Settanta proseguono con una selezione italiana che fa da sismografo a una musica pop che sta cambiando: Wess e Dori Ghezzi, Al Bano e Romina, Mia Martini, i Ricchi e Poveri, i Matia Bazar e Alan Sorrenti si alternano sul palcoscenico europeo, negli anni di relativo appannamento sanremese. Nel decennio seguente l’Italia salta tre edizioni (nel 1981, nel 1982 e nel 1986), segnale evidente di una gara che non riesce mai davvero a entrare tra le abitudini televisive del pubblico italiano, o almeno non con risultati adeguati all’impegno (anche economico) per parteciparvi: come rappresentanti nazionali si alternano allora Riccardo Fogli, Alice e Franco Battiato (con “I treni di Tozeur”), di nuovo Al Bano e Romina, Umberto Tozzi e Raf (con “Gente di mare”), Luca Barbarossa, e ancora la coppia sanremese formata da Anna Oxa e Fausto Leali. La seconda vittoria italiana arriva a ventisei anni di distanza dalla prima, nel 1990: a Zagabria, Toto Cutugno porta un astuto inno alla pace e alle imminenti prospettive di integrazione economica e politica europea, “Insieme: 1992”, in piena rappresentanza dell’entusiasmo successivo alla caduta, pochi mesi prima, del muro di Berlino (“Io e te, sotto gli stessi ideali / Insieme, unite, unite, Europe”, recita il testo); seguono un profluvio di voti e il trionfo in gara. L’anno seguente l’Eurovision Song Contest è pertanto organizzato in Italia, stavolta a Roma: concorre Peppino Di Capri con una canzone in napoletano, vince la rappresentante svedese; a condurre la serata sono chiamati i due cantanti italiani che hanno trionfato nella manifestazione, Cinquetti e Cotugno, ma questo ha più di una conseguenza sulla buona riuscita dell’evento dal punto di vista televisivo, a contrassegnare un punto particolarmente basso nel rapporto tra l’Italia e la competizione europea. Qualcosa si rompe: nei due anni a seguire partecipano Mia Martini ed Enrico Ruggeri (che tenta la carta furbetta già impiegata da Cotugno con il brano “Sole d’Europa”); poi l’Italia si ritira dalla gara tra il 1994 e il 1996. Il ritorno nel 1997 è circondato da speranze di vittoria per i Jalisse e la loro “Fiumi di parole”, uno tra i brani più improbabili e insieme più memorabili che abbiano vinto il Festival di Sanremo, ma il risultato finale è il quarto posto, con coda di polemiche rispetto alla mancanza di volontà da parte di Rai di impegnarsi davvero per vincere e organizzare nuovamente questa gara, come alla connessione mancata con la platea televisiva italiana, testimoniata dai bassi dati d’ascolto e da un interesse saltuario.

Dal 1998 al 2010, l’Italia non partecipa a Eurovision Song Contest, ritirandosi dallo show e senza dargli più praticamente alcuna promozione. Ma intanto la manifestazione cambia, dal punto di vista musicale e soprattutto da quello spettacolare; e nel 2011 comincia il riavvicinamento, grazie a una pianificazione televisiva attenta e a un maggiore impegno nella competizione, rafforzando il legame con un Festival di Sanremo che intanto attraversa un decennio di particolare brillantezza. Con il suo comeback, l’Italia si ritrova tra i big five, le cinque nazioni qualificate di diritto alla finale; ad accompagnare gli spettatori del nostro paese nella (ri)scoperta della manifestazione è Raffaella Carrà, che tanto si è spesa per il rientro in gioco; e Raphael Gualazzi, con “Madness of Love”, raggiunge una seconda posizione che sa tanto di un bentornato da parte degli altri paesi. Il resto è storia recente: le partecipazioni di Nina Zilli, Marco Mengoni, Emma, Il Volo (terzi), Francesca Michielin, Francesco Gabbani, Ermal Meta/Fabrizio Moro; il programma che si rafforza nell’attenzione e discorso pubblici, con la finale che approda su Raiuno. Il 2019 vede di nuovo l’Italia arrivare seconda, con “Soldi” di Mahmood, ancora una volta a segnare quel percorso che lega Sanremo, l’Eurovision e il successo internazionale della canzone e dell’artista. Il 2020 è sospeso per la pandemia di coronavirus, ma tra i momenti memorabili di Eurovision: Shine a Light, lo show senza gara che sostituisce l’evento, c’è Diodato che canta “Fai rumore” dentro a un’Arena di Verona deserta. Poi trionfano i Måneskin, e a Torino se la giocano Mahmood (di nuovo) e Blanco.

Una storia (soprattutto) europea

Il legame tra l’Italia e l’Eurovision Song Contest, insomma, è significativo, ricco e almeno altrettanto travagliato. E quella dell’Italia è soltanto una tra le tantissime storie che si affacciano, si intrecciano e si confondono nelle pagine di questo libro, all’interno di un racconto prismatico che cambia spesso la sua focalizzazione, a delineare sempre le traiettorie generali per poi di volta in volta concentrarsi su alcuni casi – nazioni, artisti, canzoni – dal rilievo speciale. Eurovision Song Contest. Una storia europea non è un elenco, una raccolta dei momenti salienti, un’enciclopedia dello scibile eurovisivo, ma è un’ambiziosa sintesi di quasi settant’anni di storia (e di Storia), una lettura selettiva e orientata a mettere in evidenza le piccole rivoluzioni e le grandi continuità, le increspature sulla superficie, i testi e i loro contesti. Ci sono le canzoni in gara, certo, così come ci sono le performance televisive, i conduttori, gli interval act, le sigle e le cartoline, tutti i momenti che compongono il grande spettacolo tv che man mano si dà delle regole, ma questi elementi, pur importanti in sé, sono sempre inseriti entro un’analisi più ampia e profonda. Di un programma longevo e popolare come l’Eurovision Song Contest, insomma, allo storico interessano anche la dimensione culturale, quella sociale, quella economica e quella – rilevantissima – politica.

Nelle due grandi fasi in cui si articola la storia europea del secondo dopoguerra (e che strutturano anche i capitoli di questo libro), separate e unite dalla caduta del muro di Berlino nel novembre 1989, lo show fatto di canzoni e votazioni si intreccia sempre con i grandi fatti e le piccole pulsioni del periodo. Le sue radici sono profonde, cominciano dagli equilibri del congresso di Vienna, dalla definizione tecnica del continente attraverso prima il telegrafo e poi la radio, dagli standard necessariamente condivisi pure nel passaggio alla televisione, nell’“internazionalismo pragmatico” della rete Eurovision, il cui Song Contest è inizialmente quasi un accidente, un’invenzione casuale, un contenuto tra gli altri. Ma non passa molto tempo ed ecco che agli aspetti televisivi e discografici nella gara finiscono per aggiungersi la costruzione e consolidamento, se non l’invenzione, delle identità nazionali; il dialogo con l’audience locale e insieme con il pubblico straniero, con gli altri paesi che possono dare voti e poi televoti, a creare, modellare e disfare blocchi, a proclamare profezie che si autoavverano; la diplomazia culturale, il soft power che passa anche dalle canzonette, il nation building o, come scrive Vuletic, il nation fashioning di chi organizza, di chi vince, di chi si presenta agli altri nelle cartoline introduttive; e ancora il legame, prima timido e poi più convinto, con le istituzioni europee in formazione, con i processi di integrazione economico-politica.

Eurovision Song Contest è un insieme di contraddizioni: l’arena della cultura di massa che trionfa attraverso l’Europa, e prova a unirla, anche mediante un processo di americanizzazione dei gusti e dei consumi; lo spettacolo attento alla molteplicità linguistica che poi si appiattisce sull’inglese; lo spazio sicuro e protetto per tante diversità, per slanci rivoluzionari, per attenzioni ecologiche, che però rifiuta un attivo coinvolgimento politico e finisce per commercializzare tutto, tra marchi e sponsor.

Tra le tappe di questa storia, solo in apparenza marginale, c’è il rapporto tra Ovest e Est dell’Europa, il mondo in due blocchi e due circuiti televisivi (con Intervision, oltrecortina, che tenta il suo Festival), il dialogo difficile e discontinuo, l’apertura degli anni Novanta e l’allargamento altrettanto difficile; e c’è quello tra Nord e Sud, tra paesi nordici e nazioni mediterranee, il ruolo sempre un po’ a parte del Regno Unito, le connessioni naturali e le diffidenze inevitabili, le differenze nell’impegno organizzativo e nei voti. Eurovision Song Contest è un insieme di contraddizioni: l’arena della cultura di massa che trionfa attraverso l’Europa, e prova a unirla, anche mediante un processo di americanizzazione dei gusti e dei consumi; lo spettacolo attento alla molteplicità linguistica che poi si appiattisce sull’inglese; lo spazio sicuro e protetto per tante diversità (giovanili, sessuali e di genere, culturali), per slanci rivoluzionari, per attenzioni ecologiche, che però rifiuta un attivo coinvolgimento politico – o, meglio ancora, predilige la real politik – e finisce per commercializzare tutto, tra marchi e sponsor. La manifestazione tiene assieme, insomma, l’Euro-pop e l’Euro-trash: è un “inno alla gioia della guerra fredda”, e diventa sinonimo di legami culturali e monetari forti, sostiene il progetto europeista nelle sue fasi cruciali, porta avanti l’idea di unità nella diversità; ma anche “un miscuglio appiattito sul minimo comun denominatore, una forma di cultura volgare, forzata, ridicola ed elementare”, sottolinea i momenti di crisi del progetto comune, rilancia posizionamenti euroscettici, svela debolezze e contraddizioni. Per tentare di recente un’incerta apertura al mondo, tra American Song Contest, affondi asiatici e proposte di Worldvision.

In mezzo a queste molteplici polarità, il racconto di Dean Vuletic procede per accumulo, accatastando nomi, date ed esempi, a dare corpo a una traiettoria storica fatta di gioie e di dolori, di vizi e di virtù. L’Eurovision nasce e si sviluppa come una tra le molte utopie europee del secondo dopoguerra, il lato spettacolare di un lungo periodo di pace e prosperità in cui le schermaglie tra nazioni si riducono alla scelta tra dodici e zero punti per una canzone. Ma al tempo stesso questa utopia si rivela, come sempre, più increpata e ricca di pieghe oscure, di inciampi, di cose lasciate passare facendo finta di niente, di teste che si girano all’unisono dall’altra parte rispetto ai molti problemi di un intero continente. Così, diversamente dalla gran parte dei volumi e degli articoli dedicati alla manifestazione che adottano in modo quasi esclusivo la prospettiva degli appassionati e fan, questo libro non si limita all’agiografia, ma imbastisce una storia onesta, consapevole delle asperità di un progetto pur importante e riuscito. E si può leggere tenendo in sottofondo una canzone dei Baustelle, “Eurofestival”, che con una melodia che su quel palco non sfigurerebbe racconta un continente attraversato da migrazioni e illusioni (“Gravi stati di allucinazione / Mentre passa l’ultima canzone all’Eurofestival / E il nostro amore è ai titoli di coda / Chi siamo noi, chissà quest’anno cosa andrà di moda”) – mettendo, come fanno anche queste pagine, a confronto il punto di vista di chi è dentro e di chi resta fuori, escluso, a guardare (la tv).

Nel momento in cui la traduzione di questo libro va in stampa – e anche la postfazione appositamente scritta dall’autore per l’edizione italiana ne riporta traccia – è in corso l’invasione russa dell’Ucraina. Tra i primi gesti di reazione internazionale all’attacco riportati dai media, con particolare attenzione italiana dato l’imminente appuntamento torinese, nei primi giorni si è dato risalto sia alla cacciata dei canali tv pubblici russi dalla rete Eurovision sia all’esclusione della canzone russa dalla gara. E accanto alle mosse ufficiali si affiancano le valutazioni ufficiose dei bookmaker, che hanno portato in cima alle previsioni di vittoria proprio il brano ucraino, quasi sulla fiducia, per solidarietà. Con questo senno di poi colpisce allora rileggere le pagine che Vuletic dedica alla Russia e all’Ucraina, ai loro rapporti tormentati con la manifestazione, al modo in cui i due paesi hanno usato  l’Eurovision Song Contest per portare avanti un discorso (provvisorio, costruito) di nation branding, alle piccole e grandi furbizie, alle selezioni russe all’insegna della diversity e alla magnificenza dell’edizione moscovita del 2009, alla vittoria dell’ucraina Jamala con il brano politico “1944” sulla Russia data per favorita nel 2016, all’edizione successiva a Kiev. A volerne interpretare i segnali, il conflitto era già lì, passo dopo passo, presente persino sul palco fatto di lustrini e di eccessi, sotto gli occhi distratti e annoiati di molti paesi europei. E questo ci ricorda che la popular culture è fondamentale per comprendere le società contemporanee, e che non c’è nulla di più politico di ciò che, come l’Eurovision, strenuamente e inutilmente prova a dichiararsi apolitico.


Luca Barra

Coordinatore editoriale di Link. Idee per la televisione. È professore associato presso l’Università di Bologna, dove insegna televisione e media. Ha scritto i libri Risate in scatola (Vita e Pensiero, 2012), Palinsesto (Laterza, 2015), La sitcom (Carocci, 2020) e La programmazione televisiva (Laterza, 2022), oltre a numerosi saggi in volumi e riviste.

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