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Immaginari

Influencer italo-americani e cliché sugli italiani

La rappresentazione dell’Italia all’estero passa spesso attraverso cliché d’altri tempi. Fatti propri anche dai social, dai podcast, dalla trap, e da narrazioni che vanno in cerca di richiami facili.

L’accostamento tra un nome di persona americano (o americanizzato) e un cognome italiano produce un contrasto sonoro a suo modo suggestivo. Considerato che il conflitto è il motore di ogni narrazione, quindi, la sola lettura dei nomi italoamericani racconta una storia, certo iniziata con un’emigrazione. Growing Up Italian è un video podcast nato da una pagina Instagram e ideato da tre cugini di Brooklyn con l’intento di “promuovere la cultura italiana” e, allo stesso tempo, “farsi due risate”. Spesso i nomi o i soprannomi degli ospiti intervistati da questo trio di cugini di origine italiana sono dei “contrappunti narrativi”, un po’ per il contrasto sonoro che producono, un po’ per i richiami che contengono: Mark Brucato, anche conosciuto come Lil Mo Mozzarella, Joe Gambino, a volte chiamato con il prefisso “Big”, Tommy Guarino o Anthony Demonte sono solo quattro esempi per rendere l’idea. 

Spaghetti e mafia, con o senza mandolino

Negli ultimi due anni circa, Growing Up Italian ha ospitato, oltre a molti personaggi della comunità italoamericana venuti alla ribalta sui social, vari rapper italiani tra i più noti in circolazione. Il salernitano Capo Plaza, in particolare, durante la chiacchierata con due dei cugini, ha parlato dei pochi rapper italiani conosciuti all’estero – di cui fa parte – e ha citato Rondodasosa, accennando a un verso emblematico che ha contribuito alla sua fama fuori dai nostri confini. Nel 2020, in Loboutin, infatti, il rapper milanese trasferitosi a Londra declamava: “Sono italiano, spaghetti, mafia, mandolino / Arrivo in Inghilterra, Elisabetta non mi inchino”. Il brano ha avuto una certa eco grazie alla condivisione di GRMDaily, testata inglese di punta per l’informazione sul rap. Nel 2021, invece, proprio insieme a Capo Plaza, Rondodasosa ha partecipato al remix di Body, canzone degli inglesi Tion Wayne e Russ Millions, e nel secondo verso della sua strofa ha ripetuto la formula “Spaghetti mafia”, senza il terzo elemento “mandolino”. Il pezzo, diventato virale già prima di questo remix, con l’uscita della versione a cui han partecipato i due italiani ha ampliato ancora di più il suo pubblico e ha ora quasi 100 milioni di stream su Spotify. La strofa contiene quattordici versi ma l’espressione che ha lasciato il segno, ribadita sia nell’immagine di copertina sia, in maiuscolo, nelle note descrittive del lyric video ufficiale su YouTube (dove attualmente il brano ha quasi 90 milioni di stream) è proprio “Spaghetti Mafia”. 

Dall’attività sui social media di alcuni ospiti di Growing Up Italian e di altre persone di origine italiana che vivono negli Stati Uniti si ha l’identikit dell’italoamericano che ama il cibo ipercalorico, si veste con la tuta, la canottiera o la camicia aperta, che quando usa la lingua delle sue origini è il dialetto, è caciarone, canterino e, a volte, gioca a incutere un certo timore.

Rondodasosa viene da una famiglia di origini maghrebine e nel brano, a parte fare il tipico “gioco” del rap usando un linguaggio che disturba il cittadino medio, ha fatto suo un meccanismo classico delle persone razzializzate, ossia appropriarsi di alcuni epiteti o espressioni originariamente discriminatorie per tirare fuori l’orgoglio di appartenenza e rivendicare anche le caratteristiche negative. E la scintilla che porta un giovane italiano di origine maghrebina emigrato a Londra a rivendicare questi tratti identitari che spesso ci offendono sembra risiedere negli Stati Uniti. Certi atteggiamenti tipici degli italoamericani, ancora oggi in voga, nascono infatti dalla stessa dinamica, perché gli italiani emigrati negli Stati Uniti tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento non solo erano maltrattati e lasciati ai margini della società, ma neppure considerati bianchi e chiamati con disprezzo “dago”, termine razzista. Da qui nasce un racconto degli italoamericani che va ben oltre il contrasto sonoro dei nomi e l’emigrazione originaria ma, allo stesso tempo, non sembra evolversi molto. 

Stereotipi duraturi

Dall’attività sui social media di alcuni ospiti di Growing Up Italian e di altre persone di origine italiana che vivono negli Stati Uniti si ha l’identikit dell’italoamericano che ama il cibo ipercalorico, si veste con la tuta, la canottiera o la camicia aperta, che quando usa la lingua delle sue origini è il dialetto, è caciarone, canterino e, a volte, gioca a incutere un certo timore. Lil Mo Mozzarella si è improvvisato critico gastronomico per supportare i ristoranti di New York in crisi a causa della pandemia. Nei suoi video di commento a pizza e altri piatti italiani ha usato degli slogan che, uniti alla sua verve chiassosa e giocosa, li hanno resi virali. Il quarantaduenne si presenta quasi sempre indossando una tuta Sergio Tacchini e può fare da guida, cantando e mangiando, alla festa di San Gennaro a Little Italy (la stessa che Scorsese aveva messo sullo sfondo delle vicende di Mean Streets), suggerire di bere il caffè dalla tazzina alzando il mignolo e via così. A volte, inoltre, ironizza sulla fama negativa degli italiani, per esempio ripetendo la frase “Nessuno si muova, e nessuno si farà male!”, sempre con il sorriso. 

Il suo amico classe 1997 Meals by Cug (vero nome, Danny Mondello), che solo su Tik Tok ha quasi due milioni e mezzo di follower, oltre a recensire le pizzerie, illustra alcune ricette italiane, e la seconda parte del suo nome è l’abbreviazione di cugine, termine tuttora usato per definire lo stereotipo dell’italo-americano popolano. I suoi video non sono comici come quelli di Lil Mo Mozzarella, ma anche lui, oltre a ripudiare la cucina light e a mangiare con una certa voracità, può divertire o comunque far passare il tempo. Poi c’è Joe Gambino, che gira su una Kia Sorento e indossa la tuta o una camicia nera sbottonata sul petto per mostrare le due collane d’oro, una con un crocefisso e una con un corno (“è un portafortuna, tiene lontano il male e le persone cattive. Ogni italiano dovrebbe indossarne uno”, ha detto durante una puntata di Growing Up Italian). Gambino ha raccontato, tra l’altro, di avere la mano sinistra abbronzata, a differenza della destra, perché durante la guida tiene il braccio fuori dal finestrino.

Uscendo da New York, infine, si può citare C Money, un ragazzo di Boston di origine salernitana che pubblica video in cui parla un po’ in dialetto e un po’ in inglese, urla e fa scenate (o scenette) in pubblico e gioca con l’immaginario dell’italo-americano truffaldino o malavitoso. In un video in cui sta dal barbiere ripete proprio il verso di Rondodasosa “Sono italiano, spaghetti, mafia, mandolino”, mentre in un altro video lava delle banconote in una lavanderia pubblica ma per lo più urla e fa gag con lo zio 100% italiano. Anche con lui ci si possono fare due risate, senza dubbio, magari per lo smarrimento di certi americani di fronte all’ascolto di qualche frase in campano, niente di sofisticato, ma va detto che è quel tipo di umorismo sguaiato a cui siamo abituati dalle nostre commedie di “serie b”, per esempio dalla saga dei cinepanettoni con ambientazioni in paesi stranieri.

Evoluzione mancata

La narrazione pubblica e predominante degli italo-americani, insomma, non sembra essersi molto evoluta da quando, decenni fa, prima della tv e di internet, gli agenti di casting delle produzioni cinematografiche degli Stati Uniti hanno coniato il termine “Hollywood Italian” – come spiega bene Paola Casella nel saggio Hollywood Italian. Gli italiani nell’America di celluloide (Baldini & Castoldi, 1998) – per riferirsi allo “stereotipo etnico” delle “quattro M, cioè mafia, mamma, maccheroni e mandolino”. Contro questa narrazione si era scagliato un italo-americano di successo come Mario Cuomo, governatore dello Stato di New York dal 1983 al 1994, che aveva stigmatizzato anche film d’autore come Il padrino o Quei bravi ragazzi e criticato duramente I Soprano, insinuando che “lo stereotipo etnico” avesse compromesso la sua carriera politica. Suo figlio Andrew, anche lui governatore dello Stato di New York (dal 2011 al 2021), nel 2019 ha assunto le stesse posizioni, dicendo che suo padre, come “ogni italiano”, ha dovuto convivere ingiustamente con le voci su una presunta vicinanza alla mafia anche a causa di questi film o serie. E nella rappresentazione del mondo italo-americano fatta dai personaggi social qui citati a spiccare è proprio l’influenza delle sei stagioni de I Soprano, serie che ha rilanciato buona parte dello stereotipo delle “quattro M” nel nuovo secolo. 

Questi tiktoker, youtuber e influencer italoamericani riconoscono quel tipo di italianità che è stata loro tramandata, danno l’impressione di concentrarsi sulla gloria dei protagonisti dei Soprano, complice un sentimento di rivalsa del povero che arriva nella terra promessa senza niente, è maltrattato e deriso e poi, anche se usa mezzi illeciti, si prende la rivincita diventando potente o facendo successo.

Se Big Joe Gambino ha organizzato un evento pubblico con alcuni degli attori minori della serie dove il posto a sedere, con l’aggiunta di qualcosa da mangiare e bere, costava 175 dollari, in una puntata di Growing Up Italian uno dei cugini, Sabino, ha rivelato che quando pubblicano su Instagram meme “divertenti” su I Soprano non mancano le critiche di chi li accusa di promuovere la mafia mentre per lui la serie con James Gandolfini è anche “una storia su un padre di famiglia e sui valori familiari […] che mostra diversi tipi di italiani come facciamo noi”. Va aggiunto che “cugine” è anche la parola con cui nelle prime due stagioni de I Soprano è definito Christopher Moltisanti prima di diventare un “wiseguy” (un membro ufficiale del clan) e una foto di questo personaggio della serie fa da sfondo al profilo Twitter di Meals by Cug. In questo universo social le differenze principali con la serie, a parte che i protagonisti, chiaramente, non appartengono alla malavita, sono l’assenza di figure femminili e, per fortuna, anche delle uscite razziste e omofobe tipiche di Tony Soprano e soci. 

Questi tiktoker, youtuber e influencer italoamericani, infatti, sembrano identificarsi nei personaggi del clan a prescindere dai loro tratti negativi, perché riconoscono prima di tutto quel tipo di italianità che è stata loro tramandata, danno l’impressione di concentrarsi sulla gloria dei protagonisti di questi racconti di finzione, complice un orgoglio “dago” che resiste nel tempo, un sentimento di rivalsa del povero che arriva nella terra promessa senza niente, è maltrattato e deriso e poi, anche se in alcuni casi usa mezzi illeciti, si prende la rivincita diventando ricco, potente o quanto meno facendo successo. Non importa se cade male, facendo il botto, perché in qualche modo ce l’ha fatta, ha partecipato all’American dream.

In fondo, tutto sommato

Anche qui in Italia, per quanto ci indigniamo e tiriamo fuori l’orgoglio nazionale ogni volta che i mass media europei, spesso per questioni di rivalità calcistiche, ci associano a pizza, spaghetti, mafia o mandolino, per lo più non sembriamo disturbati da queste rappresentazioni prodotte negli Stati Uniti che descrivono come triviali, marioli, zotici o al limite cialtroni (vedi Joe Pesci in Mio cugino Vincenzo) gli italiani d’America e, di riflesso, sembrano condizionare anche l’immagine degli italiani d’Italia all’estero. Certo, la reazione cambia a seconda del contesto, di come interpretiamo l’intento e soprattutto della consapevolezza che tra un film, una serie tv e un giornale ci sono molte differenze. Però il recente successo della seconda stagione della serie statunitense The White Lotus, ambientata nella Sicilia di oggi e dove non sono pochi i personaggi locali mafiosi, rozzi o imbroglioni, sembra confermare che, per quanto siamo coscienti della grande influenza che l’industria dell’intrattenimento statunitense ha nel mondo, non prendiamo sul serio la diffusione di questi stereotipi su di noi. In definitiva, quello che stanno facendo oggi questi influencer italoamericani sui social, dove la finzione ha confini meno netti di cinema e serie tv, conferma che l’immagine dell’italiano grossolano o “spaghetti mafia” vende ancora bene. Anche per questo il nostro rap, in questi ultimi anni così brillante a fare business, la cavalca.


Luca Gricinella

Ha scritto due saggi per Agenzia X: il primo, Rapropos (2012), esplora il legame tra la società francese e il rap, il secondo, Cinema in rima (2013), ripercorre la storia della presenza dell'hip hop nei film, con qualche accenno alle prime serie tv in cui ci sono tracce di questa cultura. Ha collaborato con varie testate e attualmente scrive soprattutto su Rumore, Alias (Il Manifesto), CheFare e WU magazine. Lavora anche da ufficio stampa in campo musicale.

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