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Contro la tv

Il piacere di guardare qualcosa insieme

Poter vedere un programma in ogni momento, o una stagione intera in un solo shot, non sempre è il modo migliore. A volte preferiamo sentirci parte di una comunità, di un discorso. Sapere che altri guardano, e reagiscono, con noi.

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Questo articolo è apparso per la prima volta su LINK Numero 25 - Contro la tv. Venticinque miti da sfatare del dicembre 2019

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Mi ero dimenticata di lui. Avevo avvertito tutti. Lui no. E quando nel dormiveglia ho sentito arrivare un messaggio, ho preso il cellulare e ho letto in automatico: “Che cagata”. Aveva visto l’ultima puntata de Il trono di spade di notte, cosa che io – pur spettatrice fedele – non ho mai fatto. E così, io che avevo evitato quasi ogni spoiler (quasi, perché quando Amazon in Germania aveva diffuso per sbaglio in anteprima la quarta puntata, qualche collega aveva voluto mandarmi indizi per “divertirsi”), mi trovavo a dover affrontare l’ultima puntata con una cosa ben peggiore, un giudizio estremo (come si usa in quest’epoca) che creava in me un pregiudizio. Per fortuna poi ribaltato dalla mia personale visione.

Non discuterò qui il finale della serie di cui tutti abbiamo parlato e scritto, discuterò invece del fatto che la serie ha dimostrato come quella che stiamo vivendo sia un’epoca di transizione molteplice e multiforme. Da un lato la vecchia cara scuola dell’appuntamento settimanale seriale, tutti sincronizzati, tanto nella visione quanto nell’attesa. Dall’altro la nuova aggressiva modalità del tutto e subito, vedi quando vuoi e quanto vuoi. Scansione settimanale contro binge watching, e in mezzo, certo, le posizioni intermedie. Come quella de Il trono di spade. Vederlo in diretta alle 3 di notte in contemporanea con gli Stati Uniti, in inglese sottotitolato. Vederlo quando voi, al risveglio, sempre in versione sottotitolata, grazie al video on demand. Vederlo la sera, in diretta, su Sky Atlantic, o magari un’ora dopo su Sky Atlantic +1, o magari se già iniziato su Sky Atlantic pigiare l’apposito bottone e ricominciare da capo. Infine, vederlo doppiato una settimana dopo, su Sky Atlantic o anche qui quando vuoi, on demand (certo, quest’ultima scelta è quasi una perversione, da molti abbandonata nell’ultima stagione).

Tutti sincronizzati

Una visione collettiva sincronizzata nell’asincronia, assaporata tutti insieme ma con tempi ritardati. Roba da perderci la testa: era possibile vedere la potenza della tv seriale e allo stesso tempo il suo lento disfacimento (ma non è questo, il passaggio da un’era all’altra, che proprio Game of Thrones racconta?). Certo, sono stata felice di non dovermi alzare alle 3 di notte per la mia visione, e comunque ero più o meno ancora sincronizzata con la maggioranza: il lunedì si vede, il martedì si commenta, il mercoledì si fanno le ipotesi. E si vede una e una sola puntata, non due o tre; una sola, da gustare e lasciar decantare. Avrei davvero potuto avere un’esperienza spettatoriale così forte se Game of Thrones fosse stata una serie da binge watching? Parlo di fruizione, ma il discorso si dovrebbe allargare, perché certi meccanismi narrativi della quality tv sono possibili solo grazie alla serialità vecchio stile, e non al consumo di tanti titoli e tanti episodi tutti e subito. Insomma, certe visioni seriali sprigionano il loro potenziale solo grazie a una scansione centellinata e condivisa, e dunque per forza decisa da altri. Infine, certe visioni seriali possono essere capite e assorbite, e possono cambiare il corso della storia di un medium, solo se riescono a incastonarsi nel flusso temporale delle nostre vite collettivamente, grazie ad appuntamenti fissi e condivisi.

Avrei davvero potuto avere un’esperienza spettatoriale così forte se Game of Thrones fosse stata una serie da binge watching?

Non è solo questione di evitare spoiler, anche se sì, certo, è un bel problema. Tutti attenti a non dire troppo, e a volte c’è chi vorrebbe il silenzio assoluto fino alla visione di tutti in tutte le possibili versioni: mi hanno accusato di fare spoiler perché commentavo la puntata inglese sui social, e invece avrei dovuto tacere fino alla messa in onda della versione italiana (o forse fino a ogni personale visione di ogni follower/amico). C’è però anche l’altra faccia della medaglia dello spoiler:non poter condividere apertamente un’emozione, ciò per cui la tv è sempre stata forte, perché non sai chi ha visto cosa. È quello che si faceva una volta, dopo una puntata, prima con i familiari, poi gli amici magari al telefono, infine con i colleghi il giorno dopo. Poi sono arrivati i social: trasformati in “secondi schermi”, avevano ampliato il concetto di visione collettiva. Adesso è cambiato (in poco tempo) di nuovo tutto: “Quando è lecito commentare la puntata di Game of Thrones?”, scrivevano in molti su quegli stessi social paradossalmente azzoppati dalla tecnologia. Ma almeno in questo caso c’era una possibilità di sincronia, mentre con il binge watching è difficilissimo. Quando qualcuno scrive sui social, come me, un commento su Fleabag, finita di vedere magari in due settimane e non in due giorni, quel commento ha ancora senso? E non solo sui social: ormai questo ragionamento vale anche per la critica televisiva. Se si devono masticare le ore di visione velocemente, forse lo spazio per la riflessione vera non c’è più.

Se questa possibilità di post-visione perpetua pare aver allargato a dismisura il concetto di spoiler (ogni cosa è spoiler e per sempre), ha anche cambiato il nostro rapporto con il tempo della visione e del racconto televisivo. La serialità scandita settimanalmente nasce per non abbandonarti mai (salvo calo ascolti), non nasce per farti arrivare velocemente a una conclusione. Nasce per crescere di stagione in stagione, di anno in anno, non per bruciare di fiammate improvvise, magari incapaci di andare avanti per più stagioni. Adesso però pare che siano tornati a essere più importanti la fine e il fine, non il viaggio e il percorso. Questi ultimi erano la forza della serialità, permettevano una narrazione potenzialmente infinita. Tempo moltiplicato e sospeso, non tempo accelerato e finalizzato.

Il ritmo della serialità

La serialità infatti non è solo la divisione in puntate, come ci vogliono far credere in molti, tanto che alle volte è evidente che ci hanno confezionato solo un lungo film diviso in spezzoni che dovremmo fruire il più in fretta possibile, quasi in gara con gli altri. La serialità è la temporalità interna dei testi che si fa tempo del palinsesto, scandisce il flusso, dà ordine ai frammenti, regola la fruizione dei testi. La serialità è un meccanismo basato sul tempo: è il ritorno ciclico di eventi e/o la loro evoluzione cronologica. Ma tiene anche in considerazione il tempo dello spettatore: appuntamento fisso che scandisce la settimana, ruba il tempo a chi lo guarda, ne detta il ritmo delle serate, ne riempie l’intervallo fra un episodio e l’altro, fra una stagione e l’altra. È il tempo che non c’è, quello dell’attesa, quello che ci separa dal prossimo appuntamento. Il tempo della messa in onda è spesso calibrato con il tempo di vita dello spettatore, come se i suoi giorni si potessero definitivamente specchiare nel piccolo schermo. Una serie deve durare il più possibile sincronizzandosi al meglio con le nostre vite. È come se il tempo scorresse in parallelo, è come se le due vite, dei personaggi e degli spettatori, evolvessero in contemporanea.

La sincronizzazione è un doppio movimento. Prima, nella fase creativa, la scrittura si modella su quanto accade nel mondo e cerca di riprodurne le fasi calendarizzando gli eventi (Natale, Halloween, le elezioni americane). Poi, la visione collettiva assorbe tale scansione, ma può anche trovare nuovi significati a seconda di quello che sta andando in onda su altri canali o che sta succedendo nel mondo. Ora siamo un po’ tutti chiusi nella nostra bolla algoritmica, nei nostri tempi individuali ancorati al nulla, manco a uno spot pubblicitario, e il testo non si deposita più nelle nostre vite, scivola via veloce. Non solo: non dialoga più con il contesto, e così forse abbiamo perso parte del senso che nasce dalla casualità.

La serialità scandita settimanalmente nasce per non abbandonarti mai, non nasce per farti arrivare velocemente a una conclusione. Nasce per crescere di stagione in stagione, di anno in anno, non per bruciare di fiammate improvvise, incapaci di andare avanti per più stagioni.

Non è questione di nostalgia, è che se cambiano le modalità fruitive cambia il medium, il testo, la scrittura. E cosa ci riserverà il futuro ancora non si sa. La verità è che la serialità alla vecchia maniera, quella tanto del testo quanto della fruizione, ha forgiato il fare artistico della tv. Altre caratteristiche chiave di questo fare sono (state?) la diretta, la possibilità di sentirsi una cosa sola nello stesso momento. Come in una sala da cinema, moltiplicato per mille. Il trono di spade è stato un evento mediale, come da definizione di Daniel Dayan e Elihu Katz, ne Le grandi cerimonie dei media: è trasmesso in diretta, tiene ferma una nazione o il mondo, è eccezionale, festivo, si pone al di là della programmazione abituale raggiungendo milioni di spettatori nelle loro case. Gli eventi mediali creano nuovi legami sociali e comunitari, riaffermano alcuni valori condivisi dalla società. La tv recente, soprattutto la quality, ha cercato di eventizzarsi, di creare eventi di intrattenimento. Ma ora è difficile: ogni settimana escono così tanti titoli, spacciati come piccoli grandi eventi, che si perde l’eccezionalità. Tanto che se l’evento arriva spesso è inaspettato, come La casa di carta. Non solo: l’evento mediale nella sua accezione più stretta deve, come dicevamo, essere in diretta. Ma oggi esiste davvero la diretta per una serie tv?

Cosa cambia, cosa resta

Game of Thrones è stato forse uno degli ultimi eventi di intrattenimento, ma già mostrava l’inverno che sta arrivando, quell’asincronia tanto euforica e comoda eppure anche tanto destabilizzante per testualità e fruizione. Ma la serialità oggi vive ancora tantissimo di queste dinamiche, perché la sua forza è ancora irresistibile, soprattutto quando i numeri sono ancora eccezionali, e il senso della parola popolare non ha perso vigore. Finiva Game of Thrones, finiva la più classica delle sitcom per stile, narrazione, fruizione, The Big Bang Theory. La Rai fa ancora il suo dovere di costruzione di un immaginario comune grazie alle grandi fiction in prima serata alle 21 e passa, da Montalbano a L’amica geniale.

Non è vero dunque che vogliamo vedere tutto quando vogliamo noi, non è vero che è sempre meglio. La fruizione libera è bella, sì, ma ha le sue pecche. Non torneremo mai indietro (io alle 3 di notte non mi alzo, e fino alle 21 del giorno dopo magari non riesco ad aspettare), ma bisogna trovare nuovi equilibri. E poi, diciamolo, è anche questione di pigrizia. In questo mondo che cambia ogni giorno, e tanto è bello quanto è stressante, cosa c’è di più rassicurante della cara vecchia televisione accesa tutti insieme nello stesso momento, per evadere nel sogno tutti insieme? Ecco perché Sanremo funziona sempre.


Stefania Carini

È giornalista e autrice. Collabora con Corriere della Sera, Il Foglio, Mediaset, Rai, Sky, Studio Universal. Tra i suoi programmi Dizionario del Cinema, Galassia Nerd, Televisori. Tiene corsi all’Università Cattolica. Tra le sue pubblicazioni Il testo espanso (2009), I misteri de Les Revenants (2015) e Ogni canzone mi parla di te (2018).

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