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Il bello di Teodosio Losito

Il giorno dopo l’improvvisa scomparsa, pubblichiamo un ricordo dello sceneggiatore di Ares, che ha lasciato un forte segno nella nostra fiction.

Teodosio Losito è stato un piccolo grande mistero della nostra piccola grande fiction. Di lui si sapeva poco o nulla. Concedeva rarissimamente interviste. Si vedeva pochissimo in giro. Frequentava poco o nulla il mondo della televisione e i salotti limitrofi. Ogni tanto, però, si spazientiva e a certi critici prevenuti rispondeva per le rime, con grazia gentilmente perfida (o perfidamente gentile). Quel poco che si sapeva di lui sembrava costruito ad arte per alimentare dicerie, leggende metropolitane, perfino l’idea che non esistesse davvero, che fosse un nom de plume dietro a cui si celavano in tanti.

L’infanzia difficile da figlio di “terroni” emigrati al Nord, i mille mestieri, anche i più improbabili, i trascorsi da attore e cantante, Sanremo ’87 (con la canzone “Ma che bella storia”, con esiziale ritornello “Ma chi gatto me l’ha fatto fare”) e il Festivalbar, le foto da modello in b/n, i fotoromanzi. Pareva davvero la biografia di uno dei suoi personaggi per fiction. Sul piano onomastico, Teodosio Losito, d’altronde, suonava un po’ come Gabriel Garko (che all’anagrafe, più modestamente, fa Dario Oliviero, ma vuoi mettere…). E Garko è stato forse la sua creazione più mirabolante, prelevato di peso da un destino segnato di (anonimo) bonazzo tra piccolo e grande schermo e riplasmato in una delle poche icone divistiche dei nostri tempi, attraverso una lunga teoria di fiction che promettevano tanto fin dagli struggenti e geniali titoli-endiadi (L’onore e il rispetto, Il peccato e la vergogna eccetera).

Losito e Tarallo

Teodosio Losito era anche Alberto Tarallo, però. Il suo produttore, il suo compagno, il suo pigmalione nella vita e nella professione. Sotto la sua ala aveva esordito come sceneggiatore a fine anni Novanta, consolidando un rapporto maturato nel tempo verso ruoli sempre più editoriali e dirigenziali nella loro factory, sotto diverse sigle produttive, ultima in ordine di tempo quella della Ares Film, con la figurina di un guerriero greco di profilo in assetto da battaglia. Tarallo, a sua volta, è un altro personaggio da fiction Ares, magari scritta proprio da Losito: movie buff rapito dal cinema (e da Roma), cinephile di provincia follemente innamorato delle dive (in primis Virna Lisi), una carriera semi-invisibile di attore (specializzato in piccoli ruoli tutti da scoprire tra polizieschi e melò anni Settanta e Ottanta) che poi è sfociata con naturalezza nella gavetta dietro la macchina da presa.

Fino a quel pugno di tv movie sospesi tra Robert Siodmak e Sergio Martino (La signora della città, Occhi verde veleno, Il morso del serpente), realizzati per Retequattro (e Fininvest) a metà degli anni Novanta, in un momento di transumanza creativa e produttiva del cinema verso la tv, dove cominciò a rivelarsi, nell’ultimo dei titoli sopra citati, la penna di Losito. A leggere con attenzione tra le righe, lì c’era già in nuce tutto il futuro star system griffato Losito-Tarallo: Garko, Eva Grimaldi, Giuliana De Sio (la Bette Davis Ares-style), Lorenzo Flaherty, le amatissime Sandrelli e Lisi (un vero pallino ossessivo cinefilo), i “fantasmi” divistici dei vari Ben Gazzara, Carrol Baker, Anita Ekberg. Nasceva lì quella ricetta inconfondibile, poi griffe amata quanto detestata, in grado per più di quindici anni di farsi fenomeno negli ascolti (non solo Mediaset), abilissima a mescolare alto e basso, feticismo cinematografico e marketing televisivo: lo stile Losito-Tarallo, che i poveri in spirito, superficialoni e tromboni definivano trash, addossandogli ogni nequizia e colpa e risolvendolo semplicisticamente in estetica pop-queer.

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Il bello delle donne

Il successo e il rilancio

Il bello delle donne, nel 2001 – in clamorosa sincronia con le scaldane melò de Le fate ignoranti di Ozpetek al cinema –, oltre il trait d’union Garko (e la comune matrice Mediaset-Medusa), definì con chiarezza le idee di Losito (e Tarallo, davvero l’uno non si può dare senza l’altro), oltretutto con un parterre registico che metteva insieme, tra gli altri, l’ex critico super-impegnato Maurizio Ponzi e l’eterno figlio d’arte Giovanni Soldati: mitologie e icone del cinema hollywoodiano che fu, le Women di Cukor e le foglie al vento di Sirk, rimesse in piega in un salone di bellezza che era micro-macrocosmo, centro del mondo (femminile) e piccolo galateo in rosa. La passione per il cinema classico conviveva serenamente con la letteratura per serve, l’uno non si sentiva sminuito dall’altra che, a sua volta, non cercava il paravento della prima. E se lettera d’amore doveva essere non si poteva affrancarla senza un cast che era, con tutta evidenza, una dichiarazione di cinefilia post-moderna: dietro le regine Sandrelli e Lisi, c’era un vero who’s who del cinema e della fiction italiani di allora e di ieri (inclusi i ritorni eccellenti delle varie Michele Mercier, Florence Guerin, Rossella Falk, Anita Ekberg), a significare, nella sua crescita stagione dopo stagione, l’aumento di scala del progetto (all’inizio incompreso da Mediaset, che lo voleva intitolare Trucco e parrucco e dirottare su Retequattro).

Ovvio, non ci si poteva fermare lì, ma bisognava rilanciare sempre più. E, infatti, usando come un grimaldello Garko, corpo del desiderio femminile da rivestire di volta in volta come un Big Jim/Barbie (perfido nazista, prete tormentato, mafioso faccia d’angelo, su su fino allo sfregio supremo, addirittura il latin lover per antonomasia del cinema, Rodolfo Valentino), Losito ha potuto frequentare generi ormai proibiti alla produzione cinematografica italiana: il mafia movie (L’onore e il rispetto), il giallo all’italiana (Io ti assolvo) e para-argentiano (Caldo criminale), il thriller (Viso d’angelo), lo storico-papalino-risorgimentale alla Magni (Il sangue e la rosa), il war movie screziato di neorealismo (Il peccato e la vergogna), tutti condotti oltre il punto di non ritorno dell’eccesso irredimibile del melò.

Questo era il fulcro della poetica di Losito (e Tarallo): riprodurre in vitro, dietro la foglia di fico del bestiario attoriale bramato dalla casalinga di Cologno Monzese (Garko, e i suoi epigoni, Massimiliano Morra, Francesco Testi; e soprattutto le varie Grimaldi, Arcuri, Torrisi, Coppola, Del Vesco), la frastagliata geografia dei generi che un tempo apparteneva al cinema italiano e che poi si era persa irrimediabilmente negli anni Ottanta. Inutile nasconderselo: è stato anche un progetto industriale, di un ritorno al cinema che faceva sognare gli spettatori (in salotto, non più in sala), prima che l’Italia diventasse un paese di registi e di autori e il cinema italiano un club privé dei soliti noti.

Per questo Losito non tratteneva la sua penna e la intingeva nell’inchiostro dei sogni di celluloide in grande che furono: i cast Ares dialogano con la storia del cinema italiano (Lisa Gastoni, Giancarlo Giannini, Franco Nero, Ornella Muti) e hollywoodiano (e non solo: Tony Musante, Burt Young, Eric Roberts, Bo Derek, Marisa Berenson); dietro la macchina da presa tornano revenant mai domi e dimenticati da tutti (ma non da Losito e Tarallo), come il Salvatore Samperi di Malizia, perfetto per le atmosfere siciliane retrò-reinventate de L’onore e il rispetto, ma anche un (ex) enfant terrible mai sbocciato, come l’Eros Puglielli eterna promessa post-argentiana, adattissimo alle incursioni più giallo-thriller.

C’era, quindi, un Losito’s Touch nella scrittura delle fiction Ares? Probabilmente sì, e stava in quel gusto di raccontare il mondo femminile (anche nello sguardo sull’altra metà maschile) senza pudori e senza ipocrisie, sempre dalla parte delle “sue” eroine follemente sur, che fossero Manuela Arcuri/Pupetta o Sabrina Ferilli in fuga dalla mafia, usando la memoria del cinema come serbatoio e matrice.

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L'onore e il rispetto

Il tocco di Losito

C’era, quindi, un Losito’s Touch nella scrittura delle fiction Ares? Probabilmente sì, e stava in quel gusto di raccontare il mondo femminile (anche nello sguardo sull’altra metà maschile) senza pudori e senza ipocrisie, sempre dalla parte delle “sue” eroine follemente sur, che fossero Manuela Arcuri/Pupetta o Sabrina Ferilli in fuga dalla mafia, usando la memoria del cinema come serbatoio e matrice, perché lì il suo amore per le narrazioni fluviali ottocentesche alla Dickens incrociava il gusto cinephile raffinatissimo di Tarallo. In questo senso, pur senza l’icona Garko, il titolo più privato e personale per Losito è stato forse Furore. Il vento della speranza, storia anni Cinquanta di terroni emigrati e ghettizzati sulla riviera ligure al solito condotta senza falsi pudori, intimamente autobiografica, ma riletta attraverso i grandi melò hollywoodiani sulla segregazione razziale. Come a dire, Rocco e i suoi fratelli incrociato con La parete di fango e Pinky la negra bianca. D’altronde, nelle writers’ room di Losito, si passava impunemente, spesso sullo stesso titolo, da Luigi Montefiori/George Eastman, braccio destro di Aristide Massaccesi/Joe D’Amato, piccola enciclopedia vivente del genere popolare e delle pratiche basse a Stefano Tummolini, cineasta indipendente, raffinato scrittore e traduttore, sottile cultore del melò americano.

Bastava armonizzare gli apporti, tutti indispensabili, sosteneva Losito, consapevolmente già autentico showrunner nostrano, e ben prima che questo titolo cominciassimo a spenderlo per l’Ivan Cotroneo di Sirene o per il trio Rampoldi-Sardo-Fabbri di 1992/1993. Anzi, vien quasi voglia di spararla grossa e di riconoscere in Losito l’unico, vero, possibile Ryan Murphy italiano: stesso sguardo obliquo ed eccentrico sugli stereotipi (non solo di gender), stesso gusto impudico per gli sconfinamenti e i deragliamenti di genere (guardatevi un po’ Non è stato mio figlio), stesso culto feticistico delle dive di ieri riproposte come tante Norma Desmond (ma senza la sottile crudeltà di Billy Wilder), stessa sfacciataggine nel saccheggiare la storia del cinema (ne Il bello delle donne… alcuni anni dopo, ci sono spesso, alla lettera, le foglie al vento, come da amatissimo titolo sirkiano).

Magari è vero che quel filone tra super-soap, iper-feuilleton e uber-melò, di preferenza ambientato in un passato prossimo mitico, dopo un ventennio di amore appassionato che sconfinava nella venerazione da parte di milioni di affezionate spettatrici (e non solo), si era ormai esaurito, e gli ascolti segnavano il passo, crudelmente, a suggerire un cambio di paradigma e di sensibilità. Ma c’erano, possibili, ulteriori sfide all’orizzonte: l’America, a fare là lo showrunner e il produttore, il teatro (il vagheggiato Che fine ha fatto Baby Jane con De Sio-Sastri come Davis/Crawford), il ritorno alla musica (il brano appena uscito Sei Sei Sei scritto per Adua Del Vesco). Al limite ci sarebbe piaciuto anche solo saperlo nella sua Xanadu, la villa-buen retiro a Zagarolo, che fu di Bernardino Zapponi, ricolma di memoria e parafernalia cinematografici, a un tiro di schioppo da quella di Ursula Andress e di Garko, dove si scatenava con il suo Alberto in impagabili serate cinefile, a rivedere le star (di ieri). “A Zagar-Hollywood”, come commentava con bonaria perfidia il solito Lucherini.


Rocco Moccagatta

Critico e studioso di cinema, televisione e new media, analista dei media e insegna Storia del cinema delle origini e classico e Modelli e scenari televisivi e crossmediali nazionali e internazionali presso l’Università IULM di Milano. Da sempre si occupa di generi popolari e di cinema italiano del passato e contemporaneo. Scrive o ha scritto su FilmTv, L’Officiel Homme, Duel/Duellanti, Segnocinema, Comunicazione politica, 8 1/2, Marla, Nocturno Cinema. Ha appena pubblicato un libro sul cinema dei fratelli Vanzina. È stato ribattezzato “Giancarlo Cianfrusaglie” da Maccio Capatonda e ne va orgoglioso.

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