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I soldi, il successo

Nella popular music contemporanea, il denaro e la fama sono facili ossessioni. Che si innestano nei testi e punteggiano le storie personali: nel bene e nel male, sono cose che cambiano la vita.

Per quanto presente nella tradizione della canzone italiana a vari livelli (Mille lire al mese, Sciòr padrùn dalle belle braghe bianche), mai come oggi il denaro è l’argomento centrale, ossessivo del pop nazionale. In questo decennio si è verificata una transizione dai correlativi oggettivi legati al meteo, che riempivano le canzoni di pioggia, vento e nuvole, a un realismo tecnologico tramite cui il vissuto è convalidato da riferimenti a smartphone, social network e app, e che gli autori di canzoni hanno mutuato dal rap. Il crescente prestigio di quest’ultimo dal punto di vista espressivo (e l’oscillazione tra rap al pop in un numero maggiore di artisti, da Coez a Ultimo) ha poi portato quasi naturalmente a una produzione che individua nel denaro il punto di riferimento dominante nella vita, e soprattutto un punto di snodo di emozioni e filosofie diverse. I Soldi nel brano di Mahmood sono il punto critico della relazione con il padre, in Per un milione dei Boomdabash sono pietra di paragone dell’innamoramento (“Non c’è niente al mondo di migliore di te, nemmeno vincere un milione”), per i Maneskin sono l’opposto dell’arte: “I don’t need no money in my jeans to be an artist”, o “Tu lo fai per il dinero, io per diventare immortale”. Per Coez, argomento di discussione estetica: “Li hai visti i nuovi euro da 20? Boh che dire, i soldi sono sempre belli, erano belle anche le lire”. Curiosamente, questo accade mentre il successo mostra qualche lato deludente, che invece il cash, nella sua semplice funzione di pura misura, forse non ha.

Il crescente prestigio di quest’ultimo dal punto di vista espressivo (e l’oscillazione tra rap al pop in un numero maggiore di artisti) ha portato a una produzione che individua nel denaro il punto di riferimento dominante nella vita, e soprattutto un punto di snodo di emozioni e filosofie diverse.

Pubblicamente le popstar continuano a mostrarsi trionfanti e ricoperte di accessori da vip, ma anche chi potrebbe considerarsi immune (su tutti, Fedez) confessa “La voglia di tornare a girare in motorino in tre senza casco, ritornare a far gli scemi come tutto era iniziato”. “Ora che la realtà è distante qui non c’è niente da invidiare. Ora che ho una casa più grande, ma meno gente da invitare”. “Sono cresciuto, non entro più nel personaggio. Tanto sto parlando a un bambino scemo”. Ultimo, che è famoso da molto meno tempo (dal febbraio 2018), avverte, con un vernacolo che sembra un personale rifugio: “Fateme cantà pe’ l’amici che ho lasciato ar parcheggio. Io che quasi me ce sento ’n colpa pe’ ave’ avuto ’sto sporco successo, che è amico sul palco e t’ammazza nel resto. Che me sento anche un po’ innervosito da ’sta gente che me chiede ’na foto […]. Sto a impazzì appresso a troppe esigenze”. Irama: “Che ne sai tu di un hangover e di una pizza alle tre, che ne sai tu di una vita in una stanza d’hotel”, oppure “I soldi non portano altro che bugie perfette”. Gemitaiz, in Davide (n.15 tra i singoli più ascoltati nel 2019) canta “Esci con me? Così giriamo come gli orologi. Un po’ come quando non c’erano i soldi e vivere così non era un obbligo”. Questo perché, spiega, “Ci sono delle cose che mi mancano rispetto a quando avevo 15 anni e ho iniziato a scrivere le canzoni. Non posso girare per strada, e questa cosa mi fa male. E il fatto di non poter passare un quarto d’ora nello stesso posto perché sennò si radunano 300 persone e mi cominciano a fare le foto come allo zoo è brutto”.

La differenza tra il pop e il rap

E tuttavia, potrebbe esserci una differenza di fondo tra il pop e il rap. Questo è costituzionalmente egoriferito e ha visto crescere tra i suoi stilemi il trionfo come valore in sé, come testimonianza di riuscita nel gioco dello spettacolo, e in effetti anche del capitalismo (…e sotto sotto, pure del dominio sessuale). La studiata ambivalenza con cui nel 2012 i Club Dogo affermavano “O faccio i soldi o muoio: euros o thanatos” poteva contenere qualche connotazione critica o provocatoria, o così il pubblico era libero di credere se proprio lo voleva. Alla fine del decennio, il 90% dei rapper e trapper non parla d’altro, e senza particolare originalità (Sfera Ebbasta: “Lancio i soldi in aria, anche oggi sono il re”; Drefgold: “Lancio soldi per aria, nulla mi cambia, soldi più soldi, faranno una muraglia”), e quasi come in una litania elencano i brand che distinguono il divo sia dall’hater che dall’ammiratore, che non può far altro che ammirare, consapevole del primato dell’idolo. Non passa giorno senza che rapper e trapper non dedichino un’ode al danaro (3 maggio 2019, Clementino & Fabri Fibra, Chi vuol esser milionario: “Non mi basta mai, voglio di più! Voglio fare un milione, fare un milione, viver come un signore in questo Meridione”) o ai suoi simboli più eclatanti: Rolex, Gucci, Lamborghini. Il corto circuito è vicino quando Gué Pequeno (già autore di Soldi in mano, Amore o soldi e Milionario) dichiara “I soldi per me sono Dio, ma per molti sono il demonio” in una canzone intitolata Lamborghini, mentre contemporaneamente Elettra Lamborghini in Pem pem canta “Me pide hacerlo en Lamborghini”. Ai Wind Music Awards, Elettra sale a ballare sul palco mentre Gué esegue Lamborghini, ed entrambi si ritrovano giudici di nuovi talenti a The Voice Of Italy. L’automezzo è il messaggio.

Il corto circuito è vicino quando Gué Pequeno dichiara “I soldi per me sono Dio, ma per molti sono il demonio” in una canzone intitolata Lamborghini, mentre Elettra Lamborghini in Pem pem canta “Me pide hacerlo en Lamborghini”. Ai Wind Music Awards, Elettra sale a ballare sul palco mentre Gué esegue Lamborghini, ed entrambi si ritrovano giudici a The Voice Of Italy. L’automezzo è il messaggio.

Nel pop, per contro il successo è più una prova del valore individuale col quale si mettono a tacere gli hater o il proprio capo o i compagni di scuola; per i tanti che tifano per il proprio idolo e per lui litigano furiosamente ogni giorno sui social, l’affermazione del cantante è una consolazione e uno sprone di fronte alle difficoltà quotidiane. Emma Marrone: “Ho trent’anni sulle spalle e qualche schiaffo in faccia, malelingue su di me non lasciano più traccia”. Fabrizio Moro: “Lascio parlare tutti quelli che non sanno; giorni più duri, io non mi spezzo, la mia bellezza nasce dal vostro disprezzo”. Ancora i Maneskin: “Come fuoco avanzerò per prendere tutto ciò che mi spetta, non mi basta più la Terra, voglio un altro pianeta. Guardami come fossi il sole: tu stella comune, io stella cometa”. 

Dovendo fare un nome: Queen

Per quanto sembri un colpo di scena indicare l’antica (e dimezzata) rockband come simbolo della narrazione del successo negli anni scorsi, il film Bohemian Rhapsody non è solo il vertice del successo che stanno ottenendo i racconti sulle star (vere, immaginarie o un po’ tutt’e due) al cinema, in televisione e in editoria (la domanda di biografie o anche semplicemente articoli celebrativi delle icone pop e rock non è mai stata così alta), ma anche un’operazione interessante perché del tutto modellata sulle aspettative del pubblico. Per adeguarsi alla narrazione del successo come riscossa dell’underdog, nella storia del gruppo inglese sono inseriti discografici ostili, familiari scettici, e il finale trionfale con lo show leggendario la cui motivazione profonda sarebbe la malattia del cantante (nella realtà, scoperta in un momento successivo). Paradossalmente, i veri eccessi del successo, con la bulimia sessuale del cantante e feste anche più eccessive e kitsch di quelle mostrate, sono temperati per non incorrere nella disapprovazione del pubblico e mantenere il livello di esagerazione a un livello accettabile e necessario – volendo, quello che il neo-rocker Achille Lauro attribuisce sognante a qualunque rockstar in Rolls Royce.

Così raccontati, i Queen guadagnano un’aura mitica sia per chi li ha vissuti sia per le giovani generazioni, scalando nell’immaginario globale quelle gerarchie del classic rock che – senza nulla togliere alle loro qualità indubbie – li vedevano in posizione subalterna rispetto a Beatles, Rolling Stones, Led Zeppelin, Pink Floyd, Sex Pistols, Nirvana e diversi altri. I loro album (non solo le raccolte) rientrano in classifica, su Spotify le loro canzoni viaggiano su numeri che nemmeno i Guns’n’Roses intravvedono. Grazie al film Bohemian Rhapsody, i Queen si ritrovano sul trono del rock forse per la prima volta nella loro pur fortunata carriera – e Freddie Mercury è morto da 28 anni.



Paolo Madeddu

È di Milano. Scrive su aMargine, Gioia, Corriere della Sera. Possiede una televisione.

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