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Serie tv

I May Destroy You ribalta tutto

Un oggetto strano come la serie di Michaela Coel, e il suo percorso da autrice, ci rivela tantissimo della contraddittorietà del presente e della ineludibile molteplicità dei punti di vista. Siamo tutti coinvolti.

Ci sono momenti, guardando I May Destroy You, la nuova serie televisiva scritta, diretta e interpretata da Michaela Coel, in cui lo spettatore resta paralizzato sul divano, gli occhi sgranati, trattenendo il respiro: la stessa reazione che avrebbe davanti a un thriller ad alta tensione o, più precisamente, nell’incontro inaspettato con qualcosa di inaudito o osceno. Solo che I May Destroy You non è un thriller e nelle sue dodici puntate da mezz’ora, la durata di una comedy, non capita nulla di inaudito, anche se di oscenità ce n’è parecchia. Un’oscenità però quotidiana, banale. È proprio questa innaturale naturalezza, questo contatto ravvicinato con qualcosa che stona a lasciarci spiazzati puntata dopo puntata.

L’impressione di trovarsi di fronte a un oggetto che non sappiamo bene come maneggiare è certamente una delle ragioni che ha fatto parlare tanta critica – dal Guardian a Vulture, da Vanity Fair al New Yorker – di serie tv dell’anno, anche se il titolo, una joint venture di Bbc e Hbo, è un grande calderone di citazioni quasi tutte britanniche: c’è Fleabag (per il tono sospeso tra commedia e dramma), c’è la blackness di Top Boy e Black Earth Rising (quest’ultima vedeva Coel nel cast), c’è la distopia quotidiana di Black Mirror. Ma il familiare che ci aspetteremmo di trovare sfugge sempre di mano, si trasfigura incessantemente in un prodotto che non possiamo veramente catalogare e la cui profonda stranezza spesso affascina e talvolta respinge. Questo senso di spaesamento è weird, anche se la serie ha un contenuto apparentemente prosaico nella sua brutalità: durante una serata alcolica la protagonista Arabella, una giovane scrittrice londinese di origini ghanesi, è drogata e violentata. Da quel punto in poi il racconto segue il suo tentativo di elaborare il trauma e, nel frattempo, di superare l’impasse creativa in cui si trova arenata.

Aspettative e realtà

Aggiungiamo il fatto che il primo libro di Arabella è un bestseller intitolato Chronicles of a Fed-Up Millennial, che grazie al libro Arabella è diventata una celebrità di Instagram, che abita con un ragazzo agorafobico e passa le giornate con un’amica d’infanzia e un amico gay ossessionato da Grindr, che ha una relazione con uno spacciatore di Ostia, che fa uso smodato di droghe, aggiungiamo Londra, mettiamo insieme tutto e potremmo immaginare di trovarci davanti a un’autofiction furbetta capace di pescare nei temi più scottanti del presente (le relazioni di genere, l’autodeterminazione sessuale, le tecnologie) strizzando l’occhio al suo target, quella classe colta e impoverita di più o meno giovani con ambizioni intellettuali in una metropoli occidentale (“the privilege of the underprivileged” commenta Terry, l’amica, quando l’editore paga ad Arabella un appartamento a Roma per una sessione di scrittura). Insomma una versione televisiva e britannica degli Amori e disamori di Nathaniel P o, al massimo, di un romanzo di Tao Lin. 

In un attimo, noi che pensiamo di essere dalla parte della ragione, di essere progressisti e di ampie vedute, di essere i buoni, ci ritroviamo senza neanche accorgercene dalla parte dei cattivi, mentre questi ultimi cominciano ad avere delle ragioni che non possiamo liquidare rapidamente, e questo anche quando fanno cose terribili, cose abominevoli che siamo certi di disprezzare dal profondo di noi stessi.

Sarebbe un assunto scorretto, che ci porterebbe molto lontano dal capire cos’è veramente I May Destroy You, e cioè una serie che ribalta tutte le aspettative che crea con una furia distruttrice che ha qualcosa di nichilista, lasciando lo spettatore con molte più domande di quelle con cui era partito e con la consapevolezza di vivere tempi i cui livelli di complessità sono paralizzanti. Senza dubbio la principale di queste aspettative è che I May Destroy You sia una serie “sul” movimento #metoo o nata in qualche modo da esso. Già da questo punto di vista il rapporto di adesione e disconferma delle aspettative è peculiare: Michaela Coel fa parlare il suo personaggio di stupro, violenza di genere e patriarcato, e lo fa da una prospettiva sicuramente femminista, militante e radicale; ma la complessità con cui tratta il tema, la quantità di punti di vista presi in considerazione, l’assenza di risposte definitive a cui arriva alla fine della sua tortuosa argomentazione rendono la disamina lontana anni luce da una guerra ideologica e più simile a un racconto corale stranamente incarnato in un unico, multiforme, cangiante punto di vista.

Esempio: il tema dello stupro non è presentato solo nella forma estrema dell’evento che guida la narrazione (Arabella, ubriaca e strafatta in un bar a tarda notte, è drogata e violentata in un bagno), ma anche in quella molto più sottile del ghostwriter affiancatole dall’editore, che si sfila il preservativo nel rapporto senza chiedere il permesso, o in quella dell’amico Kwame, forzato in un rapporto sessuale contro la propria volontà dall’ennesimo uomo incontrato su Grindr, e in quella di Theodora, che da bambina si è inventata uno stupro come risposta a una situazione familiare difficile e da adulta gestisce un gruppo di autoaiuto per donne davvero vittime di violenza sessuale; né è trascurato il fatto che l’attitudine di Arabella e Kwame verso il sesso è ambigua, le loro motivazioni non chiare, così come il ruolo giocato dalle droghe nella vicenda o l’indifferenza degli amici che lasciano ripetutamente Arabella incapace di intendere e di volere in situazioni che si possono solo definire pericolose.

Responsabilità

Insomma “tutti colpevoli, nessuno colpevole”? Assolutamente no, perché le responsabilità sono attribuite senza esclusione di colpi (per esempio la scena di public shaming del giovane ghostwriter), solo per essere subito dopo problematizzate (con il suddetto ghostwriter Arabella finirà per riappacificarsi), in una dimostrazione più unica che rara che è possibile essere radicali e militanti senza per questo cedere al riduzionismo o abdicare alla complessità. Il procedimento di Coel è di portarci in un tour delle infinite sfumature che compongono un problema e poi, quando stiamo cedendo alla tentazione di una disamina intellettuale distaccata, trascinarci in un accorato attacco al patriarcato o alla violenza sessuale istituzionalizzata, per finire ribaltando il tavolo un’ultima volta, vertiginosamente, con la sorprendente decisione metanarrativa di fornire non uno, bensì tre possibili finali alla vicenda. 

Durante ciascuna di queste brusche sterzate noi spettatori siamo costretti a farci delle domande che preferiremmo non farci: quanto di noi c’è nell’atteggiamento dei violentatori, e quanto in quello delle vittime? Dov’è il confine che separa gli uni dagli altri? Questo modus operandi peraltro non è limitato al solo problema della violenza di genere. Facciamo un altro esempio: durante una festa a casa di Terry si parla di global warming. Ciò che a noi (e quindi, duole dirlo, al pubblico di riferimento di Michaela Coel) sembrerebbe sacrosanto, anzi un dogma, e cioè il fatto che il riscaldamento globale sia l’emergenza dei nostri tempi, il tema più importante, è letto dagli amici di Terry, tutti di colore, come un’altra forma di oppressione dei bianchi nei confronti dei neri. Com’è possibile? Faccio rispondere la scrittura precisa di Coel, qui incarnata dalla figura di tal Pastor Samson: “Only yesterday a climateer came knocking on my door, saying now was the time to change my car to an electric something-something. I just bought a new Mercedes. I worked hard to get it, and you’re standing at my door telling me to what? Throw away my car? Huh? And what next? […] Let me tell you something about the vegan and the climateer. Well, they love looking into the future, but they don’t care about the past, because they don’t look too noble back there. It is our duty to remind them. May we never forget. We will count every sin. It is the same manipulative and sociopathic mind that helped them invade, exploit and rape all but 22 countries in the world […]. It doesn’t matter what it looks like. Jesus, the English language, sports, climate change. The only real agenda is power and worship. And money. The same way they used their missionaries to spread their “goodness”.

Il procedimento di Coel è di portarci in un tour delle infinite sfumature che compongono un problema e poi, quando stiamo cedendo alla tentazione di una disamina intellettuale distaccata, trascinarci in un accorato attacco al patriarcato o alla violenza sessuale istituzionalizzata, per finire ribaltando il tavolo un’ultima volta, con la sorprendente decisione metanarrativa di fornire tre possibili finali alla vicenda.

Ora, possiamo non concordare con Pastor Samson, naturalmente, ma possiamo veramente, con il cuore in mano, lavarci la coscienza pensando che il suo punto di vista sia retrogrado e miope? E se decidiamo di farlo, non stiamo decidendo di privilegiare una prospettiva (la nostra) su quella di una minoranza che ci piacerebbe dire di voler tutelare? Quale minoranza siamo disposti a sacrificare per il bene più grande? E siamo sicuri che tutto questo non ci ponga in una condizione eticamente discutibile? Ecco, quello che I May Destroy You fa continuamente, e su tutti i temi più importanti, è questo: in un attimo, noi che pensiamo di essere dalla parte della ragione, di essere progressisti e di ampie vedute, di essere i buoni, ci ritroviamo senza neanche accorgercene dalla parte dei cattivi, mentre questi ultimi cominciano ad avere delle ragioni che non possiamo liquidare rapidamente, e questo anche quando fanno cose terribili, cose abominevoli che siamo certi di disprezzare dal profondo di noi stessi.

Dissonanza cognitiva

Questa dissonanza cognitiva mi pare la vera chiave per leggere I May Destroy You, che sembra dirci nella quasi totalità delle sue scene che il presente è esso stesso una dissonanza cognitiva, un panorama in cui la presenza di troppi fattori in gioco, che si influenzano a vicenda e sono talvolta in aperta opposizione, rende impossibile tratteggiare un quadro unitario: Arabella è, al pari dei suoi amici e del mondo in cui vive, soprattutto una psiche frammentata, un quadro cubista in cui la frattura non si può ricomporre. Arabella è molti, come tutti noi, un io senza un centro o, come più propriamente suggerisce il nome del bar in cui è violentata, e che non per nulla è il setting in cui si apre e si chiude la serie, The Ego Death, un essere privato di io, una nebulosa umana che ruota intorno a un buco nero.

D’altra parte già nella seconda puntata della serie vediamo Arabella e il suo coinquilino che fumano erba guardando un cartone animato divulgativo sul tema della coscienza, un breve video dalle tinte psichedeliche in cui si dice che “consciousness is perhaps the biggest riddle in nature. Stripped to its core meaning, consciousness is what allows us to be aware both of our surroundings and of our own inner state. But thinking about consciousness has this habit of taking us round in circles […]. Once we try to pinpoint just what exactly “it” is, it leaves us grasping at thin air”. Questa, mi pare, è la vera domanda che si pone la serie: cosa significa essere persone oggi, di fronte alle tante sfide che ci pone il presente? Cosa significa esistere, amare, desiderare, in un mondo così complicato che non ci sono risposte semplici per niente? Cosa c’è nella scatola nera delle nostre menti oggi che siamo esseri accelerati e frantumati e talvolta posseduti dalla tecnologia, robot a metà, come dice Byung-Chul Han troppo morti per essere vivi, troppo vivi per essere morti? 

Cito Byung-Chul Han perché il sottotitolo di I May Destroy You potrebbe essere il titolo di un libro del filosofo tedesco-coreano, Eros in agonia: nella serie di Coel si fa moltissimo sesso, talvolta sesso estremo, e se ne parla senza freni, ma non si ha mai l’impressione che i personaggi si sentano arricchiti, liberati o anche solo eccitati dalle proprie esperienze. Avrei potuto usare una categoria in parte sovrapponibile, quella dell’“uomo senza inconscio” coniata da Massimo Recalcati, l’uomo contemporaneo la cui carica pulsionale liberata dalla tecnica e dal capitalismo porta alla morte dell’interiorità desiderante. E infatti Arabella, in una metafora forse un po’ facile ma efficace, nasconde tutto ciò che non vuole vedere della propria vita sotto il letto di camera sua e istantaneamente se ne dimentica. Nasconde un aborto, per esempio, e in una scena surreale, lirica e splatter allo stesso tempo, ci nasconde pure il suo stupratore.

Autofiction?

Eppure se volessi applicare queste categorie farei un torto a I May Destroy You, finirei per farla somigliare a un trattato di psicologia o sociologia e soprattutto finirei per far credere che Michaela Coel ponga una distanza tra sé e il mondo che racconta, che formuli un giudizio. Invece questo non capita mai: Coel è quest’essere semi-robotico che balla Firestarter dei Prodigy come posseduta da un dio elettrico, è la sua dipendenza dagli stupefacenti e dal consenso sociale, è la sua vulnerabilità e il suo trauma, è il vuoto assoluto dietro la maschera, l’assenza di un’interiorità propriamente detta. Non c’è distanza tra l’oggetto osservato e l’osservatore: l’effetto è che I May Destroy You ti attraversa come una scarica di adrenalina, ha la spontaneità di un’improvvisazione, di un’illuminazione.

Ho detto che la serie non è un’autofiction, ma anche qui il terreno che ho provato a edificare mi sfugge da sotto i piedi, perché forse “autofiction” è il termine più appropriato per descrivere un prodotto del genere, visto che Michaela Coel, oggi trentaduenne, ha raccontato al Guardian di essere stata drogata e assalita in un bar quand’era ventenne. Già nel 2017, Coel ha diretto e interpretato Chewing Gum, che le è valsa due BAFTA, incentrata su una ragazza molto religiosa che decide di sperimentare il sesso. Educata alla fede pentecostale, si definisce “aromantica”, cioè contraria all’idea del o incapace di provare amore romantico. La distinzione tra la vita privata e i suoi personaggi è labile, un altro elemento di iperrealismo alla Baudrillard che fa di I May Destroy You una perfetta manifestazione della nostra complessa, emozionante, sconfortante epoca ipermoderna. 
La serie tv di Coel non è solo un piccolo capolavoro di fiction borderline, di un realismo così nitido da somigliare alla distopia, una fiction di soglia, che mescola dramma e commedia, weirdness e quotidianità, psichedelia e post-romanticismo; è anche un prodotto importante in un mondo come quello di oggi dove la tentazione di rifuggire alla complessità chiudendosi in identità sclerotizzate e irrigidite è dilagante. I May Destroy You è uno specchio nel quale non possiamo fare a meno di specchiarci: lo specchio è rotto e la nostra immagine incoerente e disturbante ma proprio per questo più fedele.


Gianluca Didino

Nato nel 1985 in Piemonte. I suoi scritti sono apparsi su IL, Studio, Internazionale, Nuovi Argomenti, Esquire, Il Tascabile e numerose altre riviste. Ha curato la rubrica VALIS per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2020 ha pubblicato per minimum fax Essere senza casa. Sulla condizione di vivere in tempi strani. Dal 2013 vive e lavora a Londra.

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