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Forme e limiti del racconto del cinema sui media

Giornali e tv parlano spesso dei film: quelli in uscita, quelli di successo, quelli che hanno bisogno di una spinta o possono dare qualcosa in cambio. Ma siamo sicuri lo facciano nel migliore dei modi?

Quando un film incassa quanto sta incassando C’è ancora domani scatta la gara di quelli che ci avevano visto lungo e rivendicano di aver intuito per primi il futuro successo. Ma, superate le vanità, il bello di un successo del genere sta anche nel modo in cui rompe la monotonia e le abitudini della stampa, perché poche cose non sono mai messe in discussione dai media italiani come il fatto che si parli dei film quando non li ha visti nessuno. Invece, solo negli ultimi giorni, sono stati scritti articoli per parlare della chiusura della merceria mostrata in C’è ancora domani, analisi della colonna sonora e dei riferimenti cinematografici, appelli per la visione nelle scuole, articoli su altri registi famosi che si complimentano con Cortellesi per il successo, più tutta una serie di editoriali che cercano di portare il film nel campo dell’attualità (con buone ragioni) o in quello politico (con meno ragioni) e perfino sociologico. 

Sono apparse anche le stroncature del film, e questo è doppiamente curioso, perché le stroncature sono ormai rarissime e, dunque, ci fa capire che un’altra legge non scritta del giornalismo italiano è che un film può essere stroncato solo se va bene o solo se si presume che andrà bene. Se un film non l’ha ancora visto nessuno il recensore non sente di avere il potere o il dovere di sconsigliare alle persone di andare a vederlo – rinunciando dunque alla sua funzione critica – ma, incredibilmente, se invece il film ha successo allora il recensore ci tiene a spiegare a tutti che lui sa riconoscere lo specifico filmico, ci tiene a puntualizzare i difetti e a trasformarsi immediatamente in Satta Flores in C’eravamo tanto amati.

I talk show si reggono ancora in buona parte sul sistema delle ospitate: un attore o un regista con un film in uscita saranno disposti a farsi ospitare in tv e a parlare della qualunque – gratis, che non guasta affatto – purché poi si parli del film e si mostrino un paio di clip. Se l’ospite è già apparso altrove pazienza. E se l’ospite ha fatto solo una veloce comparsata nel film, forse anche meglio.

Abitudini e automatismi

La mia rubrica preferita di recensioni cinematografiche è Psycho, il cinema visto da uno psicanalista tenuta da Vittorio Lingiardi su Il Venerdì di Repubblica. Eppure non passa settimana senza che, leggendola, mi domandi: ma non capirei meglio questo articolo se avessi visto il film di cui sta parlando? Non potrebbe trovare, che so, un modo per avvisare i lettori che tra due settimane parlerà di quel film? Magari non sono solo io, magari sarebbe davvero più gustoso leggere di un film avendolo visto, invece di tenere l’articolo da parte e, chissà, rileggerlo quando si sarà al pari con la visione. Ma niente. Come già detto, è un meccanismo che non è mai messo in discussione e non si capisce perché. 

I talk show si reggono ancora in buona parte sul sistema delle ospitate e della promozione: un attore o un regista con un film in uscita saranno disposti a farsi ospitare in tv e a parlare della qualunque – gratis, che non guasta affatto – purché poi si parli del film e si mostrino un paio di clip e, mi raccomando, si dica che “fa anche ridere”. Perciò perlomeno si comprende facilmente la ragione per cui le televisioni si contendono gli ospiti in promozione, anticipandola e dilatandola il più possibile: più promozione significa più ospiti, e se l’ospite è già apparso altrove pazienza. E se l’ospite ha fatto solo una veloce comparsata nel film, ma accetta l’intervista, pazienza lo stesso, anzi forse anche meglio. Ma la stampa? In quel caso, spesso almeno, l’impressione è semplicemente che si sia sempre fatto così e, dunque, continueremo a fare così, nonostante tutto appaia il residuato di una vecchia battaglia tra quotidiani nel voler piantare una bandierina il prima possibile, e forse un modo per accontentare gli uffici stampa.

Mi pare che ci sia ormai una sorta di assuefazione e la famosa Fomo (fear of missing out) sia stata ampiamente sostituita dalla placida convinzione che ogni cosa vada vista o letta a suo tempo. E che ci siano proprio due strade che corrono parallele: su una va veloce la stampa parlando di ultime uscite a nastro continuo, sull’altra i lettori/spettatori che fanno le cose nei loro tempi.

Certo, il fatto che i film più sfortunati durino in sala giusto un paio di settimane e che il successo di un film al cinema dipenda ormai principalmente dall’incasso della prima settimana, se non addirittura solo del primo weekend, conta moltissimo: tutta la promozione del film è incentrata sul giorno d’uscita perché da quei primi giorni dipende tutto. Ma invece di segnalarlo come ennesima evidenza di un sistema sclerotizzato e inattuale, si finisce tutti per adeguarsi (nolenti) a questo sistema. Fino ai casi clamorosi di film o documentari (o “eventi”, parola passe-partout che ormai può essere affibbiata a qualsiasi uscita che altrimenti non si saprebbe definire) che escono al cinema solo tre giorni e che paiono invadere per tre giorni ogni quotidiano e rivista, per poi sparire rapidi come una meteora e riapparire, forse un giorno, su qualche piattaforma online senza più alcun battage.

Meccanismi perversi 

Non so se chi lavora nel cinema è soddisfatto di questo meccanismo perverso, ma qui mi sto ponendo la questione dal punto di vista dei lettori: non sono, infatti, loro le vittime principali? Prima di tutto non sono certo che bombardarli di notizie sulle prossime uscite sia il sistema migliore per trasformarli anche in spettatori. Mi pare, anzi, che ci sia ormai una sorta di assuefazione e la famosa Fomo (fear of missing out) sia stata ampiamente sostituita dalla placida convinzione che ogni cosa vada vista o letta a suo tempo. E che ci siano proprio due strade che corrono parallele: su una va veloce la stampa parlando di ultime uscite a nastro continuo, sull’altra i lettori/spettatori che fanno le cose nei loro tempi. 

Ma la cosa più assurda è che spesso appare che i media rispondano alle esigenze delle produzioni prima che a quelle dei lettori, ed è un gigantesco controsenso. Perché è evidente a tutti che dovrebbero rispondere alle esigenze di chi legge: dopotutto sono loro i “clienti”, e non a quelle di chi fa i film. E la mia impressione resta che lavorando in un modo diverso i prodotti migliori ne gioverebbero. E molte più cose riuscirebbero a emergere dall’indistinto in cui sono confinate a causa della sovrapproduzione. Avremmo più bisogno di giornalisti pagati per “sacrificarsi” al posto nostro e che ci sconsigliassero dal guardare (o leggere) cose che non meritano, piuttosto che di giornalisti pagati per “sacrificarsi” e vedere tutto e concedere a tutto almeno un sei politico.


Arnaldo Greco

Nasce a Caserta e vive a Milano, dove lavora per la tv. Ha scritto per Il Venerdì, IL, Rivista Studio, Il Post, Il Mattino.

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