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Flop

Senza fare rumore. Il flop nel multichannel

Lontano dalle generaliste, l’insuccesso fa meno impressione. Addirittura, l’insuccesso c’è se il programma non si fa notare, non genera passaparola, non si distingue.

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Questo articolo è apparso per la prima volta su LINK Numero 24 - Flop. Il fallimento nell'industria creativa del dicembre 2018

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La storia delle emittenti digitali italiane sarebbe stata probabilmente diversa senza la rinuncia delle generaliste ai format di nuova generazione. Mi sono chiesto spesso perché Rai e Mediaset non abbiano surfato sulle grandi mode dell’intrattenimento degli ultimi lustri, mentre in un mercato affine al nostro come quello francese Tf1 e M6 si sono spartiti Masterchef e Top Chef (fenomeni da milioni di spettatori). La risposta è semplice: motivazioni sistemiche e culturali, pochi rischi, un’allergia al racconto costruito sul montaggio. Tutto questo ha però avuto una conseguenza importante, ovvero la definizione di uno specifico digitale: uno stile immediatamente riconoscibile, una confezione impeccabile e contenuti tematici pensati per pubblici mirati.

In qualsiasi momento, tra inediti e repliche, troviamo una miriade di bei programmi dall’aria familiare. Malgrado differenze minime, alcuni hanno avuto un successo incredibile, uscendo dalle rispettive nicchie. Altri invece non hanno funzionato come previsto e hanno ottenuto risultati inversamente proporzionali agli investimenti e alle speranze dei network, rimanendo a fare legna per le repliche-che-verranno o addirittura scomparendo dai radar senza far rumore. Di solito la parola flop evoca tonfi clamorosi, ma non è sempre così. Si può morire anche di indifferenza.

Per le generaliste è facile capire quando ci troviamo di fronte a un fallimento (sospensione a causa di bassi ascolti). E per le digitali? Impossibile utilizzare il mero dato quantitativo. Il valore numerico conta fino a un certo punto, al limite giusto per segnalare delle tendenze. Ci sono altri fattori che possono aiutarci a comprendere i motivi di flop che nessuno aveva visto arrivare: l’hype legato a un programma già culto in altri mercati, la capacità di costruire un’abitudine di consumo e uno spirito di comunità (che si nutre a sua volta di fenomeni virali, vedi i tormentoni legati ad Alessandro Borghese e a Quattro ristoranti), elementi legati alle tendenze e alle mode del momento. Ma esistono anche una serie di motivazioni meno aleatorie e più legate all’elemento discorsivo, alle abitudini di consumo proprie di un particolare genere televisivo e alla declinazione in chiave nostrana di un format chiavi in mano. Per aiutarci nell’analisi ci concentreremo sull’unica variabile che permette di allargare le maglie rigide dei format: il capitale umano. Da intendersi sotto un triplice aspetto: la scelta del cast (conduttori, giudici e concorrenti), il rapporto con gli spettatori e la capacità autoriale di creare racconto prima ancora che prodotto. È nell’intersezione fluttuante di questi tre fattori che vanno cercati certi insuccessi, alcuni più evidenti (come per quei programmi che chiudono i battenti dopo una sola stagione) e altri più sfumati, che continuano ad andare in onda nella speranza di invertire la tendenza.

All’hype! All’hype!

Top Gear (Bbc) è da anni un totem dell’intrattenimento anglosassone, capace di coniugare motori, spettacolo e humour. Quando si diffonde la notizia che è in preparazione la versione italiana (Sky Uno), si accendono gli entusiasmi degli appassionati. Le premesse sono buone, grazie anche al trio scelto per la conduzione, sulla carta ben assortito: il pilota Davide Valsecchi, il giornalista Guido Meda e Joe Bastianich, volto ultrapop del gruppo, capace di passare da zero a mainstream in pochissimo tempo.

Sin da subito però si capisce che qualcosa non è andato per il verso giusto. E non ha a che vedere con i numeri, tutto sommato positivi, ma con lo scarto tra modello di partenza e risultato finale. Top Gear Italia è rimasto intrappolato nella fatal tenaglia dell’hype: una sorta di calamita che attizza incendi già divampati e fa salire le attese a un livello da cui si potrà soltanto precipitare (non a caso spesso i titoli di maggior successo partono a fari spenti nella notte). L’hype aiuta a far arrivare il pubblico senza alcuna fatica, ma complica il lavoro di chi fa il programma: qualunque scelta si faccia, non sarà mai quella buona. A maggior ragione quando la famosa variabile umana non è all’altezza della situazione. Il trio di conduttori, semplicemente, non funziona. Così come le provocazioni di Bastianich (“ma vai a suonare tra le cosce di tua moglie!”), le battutacce da caserma (“non ti si alza più”, si sente dire il povero Valsecchi dopo una giornata sul sellino della bici), la running-gag di Cristiana Capotondi (“una donna”) che batte gli altri personaggi nella prova del giro di pista: a parte l’urticante sensazione di trovarsi a una recita delle scuole medie, il copione risulta troppo pigro e ci si accontenta dell’eredità genetica.

Non solo. Un dato spesso sottovalutato è che gli spettatori occidentali (specialmente noi che partiamo dalla periferia dell’industria) sono ormai esperti, competenti e, soprattutto, permalosi. Vivono in un brodo allargato che permette di vedere tutto moltiplicato per uno, dieci, cento (chi non ha già visto tutte le edizioni straniere del suo format preferito scagli la prima pietra). Essere fan non è necessario, ma certo agevola lo spreco di tutto questo tempo libero. Non sono però tenuti a conoscere esattamente come funzionino gli adattamenti dei format e quali siano gli obblighi produttivi. Vedere Meda, Valsecchi e Bastianich replicare le prove e gli schemi della versione-madre (valga per tutti l’esempio della gara in giro per Roma a bordo di mezzi differenti) provoca un enorme effetto di déjà-vu e di proteste per mancanza di idee. Un po’ come ascoltare la cover di una hit mondiale, tradotta (male) parola per parola. Uno sforzo inutile, e deludente, sia per chi voleva ritrovare i sapori dell’originale ma anche per chi sperava di trovare qualcosa di più, come dire, originale. Ecco il problema della prima edizione di Top Gear Italia: è troppo, ma non è abbastanza.

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Top Gear Italia (Sky Uno)

Promesse da marinai

Sui manuali troverete definizioni più accurate, ma la verità è che la parola emotainment vuol dire una cosa sola: lo spettatore deve piangere. Non si sa bene come, ma deve arrivare a provare l’osceno piacere della devastazione per le disgrazie altrui. Da qui a un anno (Real Time) si inserisce nella tradizione dei programmi in cui le persone comuni chiedono alla tv di essere accompagnate in un processo di cambiamento (perdere peso, cambiare sesso) o di motivazione (vincere una sfida impossibile). Il concept è tutto nel sottotitolo: “Se tu avessi un anno per trasformare completamente la tua vita, lo faresti?”. La grande ambizione, anche a livello produttivo, sta nell’ottenere il massimo dal cambiamento e dal coinvolgimento del pubblico. In ogni modulo la conduttrice Serena Rossi (astro nascente dello spettacolo italiano) presenta l’ospite, lo fa sedere sul divano, gli fa raccontare la sua storia e infine lo congeda. Poi, con un effetto magico, attraversa lo studio e, idealmente, varca una soglia temporale: in pochi secondi è già passato un anno. L’ospite rientra, la trasformazione è già avvenuta, e assieme alla conduttrice si torna nuovamente indietro nel tempo per spiegare a parole come è andata.

Uno schema talmente rapido che non si ha il tempo di affezionarsi alle vicende dei protagonisti e di identificarsi con loro. Di fronte a storie fortissime (in alcuni casi con materiale a sufficienza da costruirci un intero docureality ad hoc), possiamo solo intuire i problemi della gente (identità, dipendenza, bullismo): tutto è bruciato in pochi minuti. Anche la commozione della conduttrice (che tradisce una vicinanza nascosta però dal montaggio) non scalda i cuori di chi guarda. Lo stile è svelto, scattoso, probabilmente per evitare i soliti cliché, ma non si adatta bene alle abitudini del genere: senza raggiungere gli eccessi di durata delle generaliste, i programmi di emotainment hanno bisogno di tempo per sprigionare la loro potenza e per accontentare chi ha deciso di seguirli. Da qui a un anno risulta al di sotto delle aspettative perché l’esito arriva troppo presto. È come se si facesse spoiler da solo, e il debrief successivo perde di interesse. È stata tradita la promessa di partenza.

Una conferma dell’importanza capitale del patto con lo spettatore arriva dal genere dating, ovvero da una pletora di titoli accomunati dalla ricerca dell’anima gemella. Primo appuntamento (Real Time) presenta una cura e un’attenzione alla scrittura da tv generalista, capace anche di migliorare sensibilmente tra la prima e la seconda stagione: il micro-universo del ristorante con il cast fisso e i vari personaggi che ruotano, le storyline che si intrecciano come in una serie tv alternando i racconti più drammatici a quelli più divertenti. Il pitch di base, ovvero l’appuntamento al buio, non sempre però è confermato: gli accoppiamenti dei single in alcuni casi sono troppo spudorati (provenienza geografica, vissuto personale, coincidenze di gusti e passioni) e l’effetto finale a volte perde di spontaneità.

Molto più eclatante il tradimento de L’isola di Adamo ed Eva (Deejay Tv), la cui idea di base è far innamorare due persone spogliandole del tutto, per “conoscersi per quello che si è veramente”. I concorrenti arrivano su una spiaggia deserta dove, completamente nudi, tornano alle origini: seguono corteggiamenti, insidie, tentazioni, litigate e poi la scelta finale. Il problema è che i concorrenti sono nudi ma non sono nudi. Le parti intime sono offuscate. Prima si punta sull’effetto nudità ma poi a questo manipolo di simpatici esibizionisti è impedito di far quello perciò sono stati chiamati, ovvero mostrarsi per quello che sono veramente. Soprattutto, lo spettatore a caccia di emozioni forti viene deluso da questo illogico “lanciare il sasso” (reiterato senza motivo nella versione xxl che mostra in più solo il seno delle donne) e dunque è costretto a buttarsi in rete alla ricerca di versioni straniere più magnanime o di foto consolatorie (su YouTube e Google il primo risultato di ricerca legato al programma è proprio “nudi”). O ancora, se è in vena di allusioni, di vedo/non vedo, e dunque di un erotismo più soft, deve rivolgersi al più riuscito Undressed (Nove) che almeno ha il pregio di essere, come dire, se stesso. L’isola di Adamo ed Eva si presenta dunque come una sorta di coitus interruptus in cui rosicano tutti, i concorrenti e gli spettatori. Non è così che doveva andare.

Di solito la parola flop evoca tonfi clamorosi, ma non è sempre così. Si può morire anche di indifferenza. Per le generaliste è facile capire quando ci troviamo di fronte a un fallimento (sospensione a causa di bassi ascolti). E per le digitali? Impossibile utilizzare il mero dato quantitativo. Il valore numerico conta fino a un certo punto, al limite giusto per segnalare delle tendenze. Ci sono altri fattori.

L’eccellenza annoia

Quello che mi ha sempre affascinato del folle successo degli show di cucina è la totale impossibilità, per me che guardo, di poter giudicare i piatti e le ricette. A differenza di una canzone o di un balletto io non posso avere un’opinione (anche pretestuosa) sul gusto, ma devo sempre fidarmi del giudizio di qualcun altro. Tuttavia, pur non sapendo cucinare neanche un uovo bollito, perché con alcuni programmi mi ritrovo a tremare di emozione, e con altri invece cambio canale?

Top Chef (Nove) è una gara tra cuochi professionisti al cospetto di tre giudici severi-ma-buoni. A livello estetico e produttivo il risultato è eccellente. Tutto è curato nei minimi dettagli. Eppure il programma non riesce a sfondare. La prima causa è da ricercare in un deficit di personalità del format. In qualsiasi momento prevale la sensazione che manchi, come dire, un gusto sorprendente. Top Chef ha avuto certo la sfortuna di arrivare dopo Masterchef e Bake off, due trasmissioni perfette, ciascuna con caratteristiche peculiari: in una prevale il sogno del dilettante che vuole diventare chef, nell’altra l’elemento favolistico e favoloso legato al mondo della pasticceria. Ma il ritardo temporale non spiega tutto. Dovendo gestire gli stessi ingredienti di base di Masterchef, il lavoro autoriale su Top Chef avrebbe dovuto mirare a un aspetto che potremmo definire cosmopoietico: creare cioè un mondo dal sapore inedito, che tenesse, perché no, più in considerazione il contesto culturale del nostro paese. Invece si è pensato che per costruire il racconto potesse bastare il solo elemento dell’eccellenza, già previsto dal format. Ma il pubblico italiano è storicamente dalla parte dei dilettanti allo sbaraglio. La storia televisiva è piena di esempi in cui l’uomo della strada cerca un successo che non merita (nel caso: solo uno su mille ce la fa). Partire dall’eccellenza non infiamma, non appassiona: annoia. In Francia, dove Top Chef ha funzionato benissimo sulla generalista, esigono invece la bravura, la performance da fuoriclasse: e infatti non si contano i titoli di intrattenimento che assomigliano a tornei sportivi.

Il professionismo come unico fattore distintivo si porta dietro un altro problema: manca la cialtroneria, il tifare contro, lo sfottò e dunque il divertimento. Se sei già bravo bravissimo, che gusto c’è? Paradossalmente, l’essere un programma di cucina vero (“da noi la frittatina è inaccettabile”), lo ha indebolito, e ha condizionato anche il trio di giudici e il portato esperienziale dei protagonisti. Top Chef è apparso come una versione light (senza zuccheri, senza grassi, senza niente) del predecessore più famoso, e non è riuscito a bucare l’indifferenza. Come gli altri casi, dimostra che nessun flop arriva mai per caso e che, in un momento cerniera delicato, con l’offensiva onnivora dei servizi di streaming, è giunto il momento di mettere in discussione un dogma che dall’avvento dello specifico digitale sembra scolpito nella pietra: fare una bella televisione non sempre basta a fare una buona televisione.


Nico Morabito

Già piemontese, siciliano, romano, sceneggiatore per fiction Rai. Oggi parigino, autore di documentari, altre cose. Ha provato in molti modi a fare a meno della tv, ma la verità è che gli piace abbastanza. Coordina un atelier di scrittura audiovisiva all’Università Paris Nanterre.

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