La nuova natura del flop, il suo ruolo nell’industria come nella vita e l’aura di terrore che lo circonda sono alcune tra le cose emerse con forza da questo numero di Link.

Era scritto che questo numero di Link sarebbe stato un flop. Da molto tempo ragionavamo a un monografico dedicato ai fallimenti, senza però avere il coraggio di affrontarlo. Difficile, ci dicevamo, che direttori di rete, produttori, autori, o chiunque detenga un potere significativo nella creazione di un prodotto qualsiasi dell’industria culturale, abbia voglia di condividere un insuccesso. Si tratta di opere collettive, non c’è solo l’amor proprio da mettere alla berlina, ma anche quello altrui. Non si fa: è una regola non scritta ma rispettata scrupolosamente da tutti. Il flop è un rimosso collettivo dello show business. Alla fine, però, ci abbiamo provato lo stesso, e abbiamo floppato. Troverete sì qualche “confessione”, ma molte meno di quante avremmo voluto. In compenso, fallendo abbiamo scoperto molte cose nuove, come per esempio un nuovo statuto del flop che ci racconta anche di un nuovo statuto del successo.

Samuel West, con un dottorato in psicologia delle organizzazioni, dopo anni trascorsi a fare consulenza ad aziende che si occupano di innovazione, ha creato il primo museo del fallimento, in Svezia. E qui ci parla della vergogna che accompagna il fallimento. Pur di nascondere i nostri insuccessi siamo disposti a mentire goffamente come farebbe uno studente delle medie al professore che gli chiede i compiti. È esilarante il racconto di come il Dr. West, al momento di riempire di prodotti-flop il suo museo, abbia avvicinato le stesse persone con cui lavorava negli anni da consulente, le quali non gli hanno negato un aiuto ma lo hanno dirottato su altre persone, che a loro volta lo hanno dirottato su altre persone, e così via fino a completare il giro. Una delle poche risposte ottenute menzionava la fantomatica scomparsa dei prodotti in un recente trasloco dell’archivio. Il cane che ha mangiato i compiti. E si trattava quasi solo di aziende che operano nel campo dell’innovazione, trasparenti, 3.0, della correttissima terra scandinava.

Anziché concepire il fallimento come un doloroso ma normale processo di crescita e apprendimento, la nostra società, caratterizzata dal culto della “performatività”, l’ha trasformato in una colpa. Da questo punto di vista internet, accrescendo l’esposizione pubblica del fallimento, ha cambiato per sempre anche le conseguenze del flop, portandoci in dono concetti nuovi diventati in breve tempo categorie del contemporaneo, su tutti quelli di epic fail e del backlash che genera — le conseguenze spiacevoli che crescono con la forza e la velocità delle maree all’esposizione pubblica dell’errore. La marea è inarrestabile perché i fallimenti altrui ci divertono, anzi ci fanno godere. Sono rassicuranti per curare le fragilità e i difetti di autostima che affliggono la maggior parte di noi, individui o società quotate in borsa. E ovviamente esiste una parola tedesca che racconta questo sentimento troppo umano: Schadenfreude. Il piacere provocato dalla sfortuna (danno) altrui.

Sapere fallire, cioè reggere il fallimento e imparare da esso per migliorare, è diventato tanto importante nel processo di formazione individuale che lo Smith College, in Massachusetts, ci ha fatto un corso intero, Failing Well. Gli studenti che lo frequentano devono affrontare varie prove, tra cui raccontare in video i loro insuccessi a perfetti sconosciuti e scrivere il curriculum dei loro fallimenti. L’idea è nata dalla pubblicazione in rete di un simile cv da parte di un professore di Princeton, Johannes Haushoffer, che elenca con minuzioso godimento i corsi di laurea in cui non è stato accettato, le borse di studio che gli sono state rifiutate, le riviste scientifiche che non hanno voluto pubblicare i suoi saggi. È una lettura divertente e utile che potete trovare all’interno del numero.

Fallendo nel nostro intento originale abbiamo scoperto un nuovo statuto del flop, si diceva. In altre parole, che fallire oggi è molto diverso di un tempo. È molto più facile ma meno doloroso. Non troverete nessun Cancelli del cielo in questo numero di Link, perché quel tipo di flop, capace di portare al fallimento una casa di produzione intera, la United Artists, non esiste più. Quel flop faceva rumore, creava intorno a sé un campo gravitazionale negativo capace di influenzare gli affari e la reputazione per anni. Erano fallimenti rari, ma epocali. Oggi i flop, invece, sono epic ma all’ordine del giorno. Sono tanti e singolarmente fanno meno rumore.

Il numero di novità che inonda i mercati, gli schermi e gli scaffali è tale che si fa presto a dimenticare un fallimento per un nuovo hype da vivere sfrenatamente. Ma tra hype e fallimento la relazione è circolare. Più attesa crei più è difficile mantenerla. Tanto hype tanti fallimenti, tanti fallimenti tanto hype. Creare attesa è più importante che mantenerla nel sistema comunicativo contemporaneo. Siamo assuefatti a un mondo dove l’attesa di un piacere finisce per valere più del godimento stesso. Una regola buona più o meno per tutto, come insegna la politica.

Un ulteriore perfezionamento di questa macchina si ottiene quando all’hype non può seguire un vero flop. È il caso di Netflix, diabolico comunicatore, capace di trasformare i brand dei suoi original in veri e propri status da esibire sui social per qualche settimana, per poi passare a un altro original, senza sapere se quello che avevamo appena finito di esaltare fosse un successo o un flop. In quanti l’hanno visto? Non importa. Quanto è costato? Buono per creare hype ma non per tirare una linea. Che valutazione interna ne è stata fatta? Lo capiremo forse dopo qualche mese, a hype spento, quando qualcuno gioirà per il rinnovo della serie o si lamenterà, magari nell’indifferenza generale, per la sua cancellazione.

Oggi viviamo questo paradosso. Da un lato, fallire ci terrorizza ma non possiamo sottrarci pena il peggiore dei fallimenti, l’indifferenza; dall’altro, il fallimento è parte di un processo di evoluzione così accelerato che esige novità in continuazione e quindi una quantità di fallimenti mai vista prima nella storia dell’umanità. Risolvere in modo sano questo paradosso è essenziale per chiunque, ma complicato. È una domanda che abbiamo posto al Rev. Zen Fausto Taiten Guareschi, che considera il fallimento come il maestro più grande. Ma una risposta ci arriva anche dagli anticorpi che il sistema industriale ha elaborato per limitare la portata distruttiva dei fallimenti. Il marketing ne è un esempio. In televisione, il format ha lo scopo di ridurre la possibilità di fallire. In rete, gli algoritmi imparano i nostri comportamenti portando a versioni beta sempre migliori. E ci sono il sistema delle startup e le piattaforme di crowdfunding dove il fallimento non solo è ammesso ma istituzionalizzato, controllato, previsto, e tutto sommato indolore. Il flop che fa ancora fallire sembra limitarsi solo a questi luoghi, cimiteri di progetti che ci ricordano i limiti della nostra ambizione. Ma gli unici in grado, di tanto in tanto, di generare successi del tutto imprevisti.