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Filmin, la scommessa spagnola dello streaming

Accanto ai giganti globali dell’on demand, ogni nazione ha le sue esperienze autoctone. In Spagna, la più importante è Filmin. E i due fondatori ci raccontano la sua storia e i progetti futuri.

Nella guerra dello streaming si scontrano giganti globali come Netflix, Amazon Prime Video o Disney+. Ma in alcuni Paesi esistono piattaforme locali che si sono ritagliate uno spazio puntando sulla qualità dell’offerta e su un catalogo diverso di film e serie. È il caso di Filmin, la prima piattaforma made in Spain di cinema indipendente in streaming, disponibile anche in Portogallo. Nata nel 2008, conta oggi un catalogo di oltre 14.000 titoli. L’abbonamento mensile di base costa 7,99 euro. Gli utenti possono comprare ticket o pagare per vedere un solo film in prima visione. Il catalogo, organizzato in collezioni tematiche, spesso aggiornate seguendo l’attualità, include i film di Pedro Almodóvar e Ken Loach, ma anche cinema coreano o film di festival indipendenti. Tra gli italiani ci sono Fellini, Rossellini, i fratelli Taviani, Sorrentino e Moretti, per citarne alcuni. Da qualche mese la piattaforma ha incorporato anche i grandi classici di MGM (da Rain Man a West Side Story, da Martin Scorsese a Woody Allen) e Universal (da Alfred Hitchcok a Billy Wilder). Tra le serie ci sono Halt and Catch Fire, Utopia, Press, Mrs. Wilson e The Virtues. La società dà lavoro a una trentina di persone, e dopo dieci anni complicati festeggia il terzo consecutivo in attivo e sei milioni di euro di fatturato nel 2019 (tre volte la cifra del 2016). Dati ufficiali sul numero di utenti non ci sono: le piattaforme in Spagna non ne danno ma, secondo gli ultimi dati di CNMC, a fine 2019 in quattro case su dieci con accesso a internet si usavano piattaforme di contenuti audiovisivi online a pagamento. Indipendentemente dal numero di utenti, quella di Filmin è comunque una storia di successo. La piattaforma nasce quando Spotify è ancora agli inizi, Apple lanciava l’App Store, Netflix passava dai dvd allo streaming, in Spagna la pirateria era un piaga (all’epoca gli spagnoli scaricavano circa 350 milioni di film illegalmente all’anno, secondo stime di settore), stava iniziando una crisi economica durissima e le connessioni a internet a banda larga non erano diffuse come oggi. Il progetto era visionario, pioniere in Europa. Ma a tutti sembrava impossibile che, in quel contesto, gli spagnoli fossero disposti a pagare per vedere contenuti online. Eppure Filmin ce l’ha fatta e, in pochi anni, è diventata sinonimo di qualità e la piattaforma preferita dei cinefili. Ma come ci sono riusciti? Ne parliamo con due fondatori, Juan Carlos Tous (CEO) e Jaume Ripoll (direttore editoriale).

Cosa rende Filmin un’esperienza unica in Europa?

Ripoll: Innanzitutto, la composizione dell’offerta. Da un lato, il nostro catalogo è costruito a partire da segni d’identità chiari, per esempio la difesa del cinema europeo, delle serie indipendenti, del cinema classico e dei contenuti creati nel nostro Paese, per aiutare il talento locale. Dall’altro, Filmin è singolare anche per quanto riguarda il modo in cui questi contenuti sono offerti, le nostre scelte editoriali, come guidiamo l’utente nella piattaforma. Ci sono piattaforme che vogliono che lo spettatore ci metta poco tempo a scegliere il film; per noi invece non è un problema che l’utente navighi e faccia ampi giri per trovare un titolo. Possiamo fare un’analogia: ci sono librerie per il consumo rapido dove all’ingresso trovi i bestseller, vai alla cassa, paghi e te ne vai; noi siamo un altro tipo di libreria, dove puoi navigare, scoprire cose, raccomandare. Infine, un’altra cosa che ci ha reso unici in Europa, questo sì, a lungo, è stata la scommessa tecnologica. Abbiamo investito sull’innovazione, lanciando applicazioni prima di chiunque altro, sviluppando lo streaming prima di tutti. Essere pionieri può essere rischioso. Ha un costo, ma anche molti vantaggi. 

Filmin ha festeggiato dieci anni. Come nacque e quali sfide dovette affrontare all’inizio? 

Tous: Filmin nasce tredici anni fa dalle conversazioni di tre esperti del settore della distribuzione del cinema in ambito domestico. Eravamo José Antonio de Luna, Jaume e io. Ci riunivamo per analizzare quello che succedeva nel mondo. Era l’epoca di YouTube, di Napster. I contenuti iniziavano a passare su internet. Come conoscitori del mercato domestico e della fornitura di contenuto, ma anche entusiasti dell’innovazione, partivamo da un’altra impresa, Cameo, dove lavoravamo io e Jaume, e senza avere grandi conoscenze di tecnologia avevamo deciso di scommettere su un servizio on demand. Pensavamo che sarebbe stato il futuro della distribuzione del cinema in ambito domestico. Avevamo venduto Vhs, poi dvd e Blu-ray e sapevamo che il passo successivo sarebbe stato lo streaming. In realtà, all’inizio pensavamo anche al download o alla vendita dei contenuti. Il modello non era chiaro. Dopo due o tre anni, nel 2010, lanciammo il primo abbonamento e decidemmo di concentrarci su quel modello. Siamo stati la prima impresa in Spagna e la seconda in Europa per i contenuti audiovisivi, cinema e serie. Abbiamo mantenuto un modello ibrido che comprende il noleggio delle novità, ma la proporzione è 90-10. La nostra è stata la prima app per iPad e per smartphone, e anche per smart tv. 

“Ci sono piattaforme che vogliono che lo spettatore ci metta poco tempo a scegliere il film; per noi invece non è un problema che l’utente navighi e faccia ampi giri per trovare un titolo. Possiamo fare un’analogia: ci sono librerie per il consumo rapido dove all’ingresso trovi i bestseller, vai alla cassa, paghi e te ne vai; noi siamo un altro tipo di libreria, dove puoi navigare, scoprire cose, raccomandare”.

C’è stato un momento che ha marcato una svolta per la vostra piattaforma?

Tous: Ce ne sono stati due. Il primo è stato la chiusura di Megaupload. Tutte le pagine web pirata che usavano i link di Megaupload rimasero bloccate per qualche giorno. Il pubblico che usava quelle pagine rimase senza servizio, ma aveva ancora voglia di consumare cinema. Quegli utenti iniziarono a scoprire che c’era una piattaforma come Filmin e che, per alcuni contenuti, era fantastica: quel tipo di cinema era difficile da trovare illegalmente e, se si trovava, si vedeva male o aveva i sottotitoli con molti errori. Ora c’era questa piattaforma piccola che offriva quei contenuti organizzati bene, con buona qualità tecnica e strumenti che permettevano di vederli a piacere. Questo è stato il primo momento di svolta. L’altro, più in generale, è stato l’arrivo di Netflix in Spagna. Ha creato un mercato. L’investimento pubblicitario e tutta l’attenzione che la stampa ha dedicato a Netflix sono stati fattori positivi per tutti. Solo quando gli spettatori hanno scoperto davvero che esistevano piattaforme in cui, pagando una piccola quantità al mese, potevi accedere a un catalogo molto ampio ci siamo consolidati nel mercato.

Ora però la competizione è agguerrita. È una lotta all’ultimo abbonato. Come andrà a finire?

Ripoll: Credo che la soluzione sarà quella di abbonamenti combinati, dove l’utente pagherà una cifra che include varie sottoscrizioni come Filmin, Hbo, Disney+ o Netflix. Sta già succedendo, almeno qui in Spagna, con i servizi di Vodafone o Movistar+, in cui nella tariffa flat di internet e cellulari si include l’abbonamento a alcune piattaforme. L’utente non sarà tanto cosciente che sta pagando 7-8 euro per una piattaforma, ma magari ne pagherà 20 per un pacchetto di sottoscrizioni che lo soddisfi appieno.

In questo periodo si torna a parlare molto di memoria audiovisiva, per esempio con la recente discussione su film come Via col vento. Filmin ha sempre puntato sull’importanza dei classici, sulla storia del cinema, anche da un punto di vista educativo. Penso alla recente iniziativa di The Filmin Times, una specie di quotidiano online che, giorno dopo giorno, racconta la storia d’Europa attraverso i film. Cosa pensate di queste polemiche?

Ripoll: Bisogna capire il passato, non cancellarlo. Non possiamo dire che Griffith non ha girato Nascita di una nazione, per fare un esempio, perché non ci piace quel film. Bisogna spiegare quel film anche per capire perché poi Griffith girò Intolerance. Non si possono togliere film da un catalogo per questioni di ideologie politiche. Per esempio, noi abbiamo avuto Il trionfo della volontà di Leni Riefenstahl, che è una chiara apologia del nazismo. L’idea di The Filmin Times o la scommessa sul cinema classico e sulla memoria europea sono pura vocazione. Sono certo anche scelte imprenditoriali, c’è un pubblico a cui interessano. I nostri abbonati apprezzano il nostro lavoro di recupero e analisi dell’archivio storico.

Fattore umano vs. algoritmo, scelte editoriali vs. big data. È questa una delle maggiori differenze tra voi e altri tipi di piattaforme, anche nella comunicazione e promozione dei vostri contenuti?

Ripoll: A Filmin siamo in tanti e chi lavora qui, dalla direzione ai tecnici, è amante del cinema e capisce come bisogna difendere e promuovere le nostre serie e film. La chiave è utilizzare il big data per analizzare l’uso dell’applicazione, ma lasciarsi guidare da un criterio editoriale e dalla conoscenza del mercato per sapere come promuovere un prodotto o evidenziarlo, anche in base a quello che intuiamo possa piacere al nostro pubblico. Gli utenti non vogliono vedere sempre le stesse cose. Anche se ti piacciono le commedie romantiche, non vorrai vedere commedie romantiche dal lunedì alla domenica. Serve sorprendere lo spettatore. A volte sbagliamo, certo. Ma anche il migliore algoritmo del mondo a volte commette errori. 

Con tanta concorrenza, diventa difficile decidere come o quando lanciare un prodotto. Nel caso delle serie, se pubblicare tutti gli episodi insieme o a cadenza settimanale. Spesso accade che di alcune serie si parli per un po’ e poi scompaiano, mentre altre basano il loro successo sull’interesse prolungato dovuto alla messa in onda settimanale. Voi come vi regolate?

Ripoll: Il lancio in blocco di tutti gli episodi di alcune serie dipende dal fatto che solo poche possono permettersi un episodio a settimana, e altre che potrebbero farlo decidono di evitarlo. Ma spesso non è una decisione delle piattaforme. Ovviamente Il trono di spade, Lost e Twin Peaks hanno avuto così tanto successo grazie al lungo periodo. E probabilmente anche con The Crown o Stranger Things sarebbe successo lo stesso. O con La casa di carta. I tanti colpi di scena probabilmente avrebbero lasciato un segno maggiore. Così si diluiscono, hanno un impatto emotivo minore. Per quanto riguarda Filmin, le nostre serie più importanti sono quasi sempre miniserie, per questo pensiamo sia meglio pubblicare subito tutti gli episodi. Di solito le lanciamo di martedì, anziché di venerdì come le altre piattaforme, in modo che gli utenti abbiano tutta la settimana per vederle.

“La chiave è utilizzare il big data per analizzare l’uso dell’applicazione, ma lasciarsi guidare da un criterio editoriale e dalla conoscenza del mercato per sapere come promuovere un prodotto o evidenziarlo, anche in base a quello che intuiamo possa piacere al nostro pubblico. Gli utenti non vogliono vedere sempre le stesse cose. Serve sorprendere lo spettatore. A volte sbagliamo, certo. Ma anche il migliore algoritmo del mondo a volte commette errori”.

Usciamo da mesi molto duri di confinamento per il Covid-19. Per le piattaforme on demand, in realtà, con tanta gente chiusa in casa alla fine è stata un’opportunità. Sono aumentati abbonati e consumo. Che bilancio avete fatto?

Tous: Il confinamento ha portato un’accelerazione nello sviluppo del mercato. Molte persone hanno provato un servizio Vod, molti che ne avevano uno ne hanno aggiunto un altro, magari approfittando di offerte o solo perché, con più tempo, era un buon momento per provare. Per questo tutti i servizi on demand hanno aumentato il numero di abbonati. Con Filmin abbiamo notato due grandi fenomeni. Da una parte, abbiamo visto crescere il pubblico: essendo una piattaforma aperta in cui la gente può venire a vedere un trailer, esplorare il catalogo, scoprire le collezioni, leggere il blog, abbiamo visto che aumentava il traffico. Molta gente veniva a vedere cosa offriamo e come lo offriamo. Dall’altra, è aumentato il numero di film consumati dai nostri abbonati, passando da una media di 11 film a quasi 20 al mese per ciascuno. Il consumo si è raddoppiato, in pratica. 

In questi mesi si è discusso molto del futuro della distribuzione. Alcuni film sono usciti solo in streaming e, per esempio, molti festival si sono svolti online. Possiamo fare qualche previsione su come sarà il mercato nei prossimi mesi?

Tous: Dobbiamo vedere se e come cambierà il consumo di cinema. Forse c’è stata un’accelerazione nel cambio di abitudini, ora che il pubblico ha scoperto che con il Vod, pagando una piccola cifra, si può accedere a cataloghi enormi di film. Pensiamo che il cinema sia il posto naturale per i film e che le grandi aziende lanceranno grandi film per fare in modo che il pubblico torni nelle sale, ma alla fine sarà il consumatore a definire il mercato. Quando abbiamo cominciato con lo streaming tutti ci dicevano che era una follia, che non avrebbe funzionato, che nessuno avrebbe pagato per i contenuti. E invece…

C’è anche molta gente che non può permettersi di pagare per tante piattaforme e continua a vedere la tv tradizionale…

Ripoll: È vero, non ci sono dubbi che la tv tradizionale sia ancora rilevante. Ci sono milioni di persone che la guardano. Anche se ci sono due aspetti: sono molti meno milioni di prima, e c’è da chiedersi se questi milioni di spettatori oggi sono sufficienti a renderla sostenibile. Per quanto riguarda invece i prezzi, è vero che per molte famiglie ci sono altri beni di prima necessità, ma è anche vero che il prezzo delle piattaforme è molto economico, quasi ridicolo direi, tenendo conto che qui abbiamo una tassa al 21%. Nessuno si lamenta per il costo del calcio: vedere il Barcellona o il Real Madrid in una piattaforma costa molto di più della sottoscrizione a un servizio come il nostro. Se puoi pagare 40 euro al mese per il calcio o per la banda larga puoi permetterti di pagare meno di 8 euro al mese per una piattaforma. Il problema è che alla fine si continua ancora a pensare che se non puoi vedere un film o una serie in una piattaforma puoi sempre vederla in un’altra o scaricarli illegalmente.

Ha ancora senso discutere delle finestre di sfruttamento dei film?

Tous: Già da anni le finestre si sono mosse, si stanno aggiustando e diventando complementari. Ci sono film lanciati solo online. Alcuni sono andati bene, altri meno. Spesso il dvd arriva dopo che il film è già sulle piattaforme. La linea che separa la pay tv tradizionale dal Vod è sempre più sottile. Le finestre si comprimono sempre di più: i film dopo 3-4 mesi dall’arrivo in sala sono già in streaming. Convivono più modelli. Prima era tutto più statico. A Filmin continuiamo a scommettere sull’importanza della sala perché è il cinema che fa grande un film e dargli notorietà. Ed è sempre la sala a dare ancora i maggiori benefici economici ai produttori. Anche per noi è importante. Non è lo stesso lanciare in streaming un film che ha avuto un grande successo nelle sale o un titolo invece che non è andato bene. 

Avete mai pensato di lanciarvi nella produzione originale?

Tous: Ci piace molto il cinema e crearlo è bello. Ci piacerebbe, ma siamo coscienti di ciò che possiamo e non possiamo fare. Da qui a produrre un film il passo è lungo. E ogni passo che fai devi tenere conto della tua capacità finanziaria. Magari una serie a basso costo è più accessibile. Non si sa mai…

È solo una mia sensazione o per gli spettatori spagnoli è difficile accedere a molti film italiani recenti?Ripoll: Devo essere sincero, non sono un grande esperto di cinema italiano. C’è tutto un lavoro che le agenzie nazionali fanno per promuovere la cultura fuori dalle loro frontiere. Il cinema francese ha fatto un grande lavoro, con le agenzie di vendita la relazione è molto fluida. In Italia c’è il MIA. Abbiamo preso alcuni titoli, però è vero che la relazione con le agenzie italiane è meno fluida. Con alcune sì, per esempio True Colors. Non è mancanza di interesse, anzi. Di recente, Ricordi? di Valerio Mieli è stato un grandissimo successo. Ma appunto è distribuito da un’agenzia francese, non italiana.


Algerino Marroncelli

Quando era bambino, passava i pomeriggi costruendo scenografie di plastilina e giocando “alla tv”. Da grande, ha lavorato in Italia come autore e regista e ha scritto due saggi sulla televisione. Fino a sbarcare nel 2008 a Madrid per lavorare prima a Magnolia e ora a FremantleMedia, dove si occupa dello sviluppo di programmi originali e dell’acquisizione di format internazionali. Su Twitter è @AlgeMarroncelli.

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