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Dopo l’evento

Dal 9 novembre è in libreria e sugli store digitali il nuovo numero cartaceo di Link. Idee per la televisione, intitolato “Dopo l’evento. I media e la pandemia”. Il direttore, Fabio Guarnaccia, ci racconta il numero.

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Questo articolo è apparso per la prima volta su LINK Numero 26 - Dopo l'evento. I media e la pandemia del novembre 2020

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Che l’emergenza sanitaria legata a Covid-19 sia stata, e sia tuttora, un acceleratore di tendenze nel mondo dei media e della società è evidente a molti, soprattutto a chi legge i dati. È stato un esperimento, certamente involontario e di cui tutti avremmo voluto fare a meno, che ha confermato alcune dinamiche in corso da tempo e ha reso più veloce il cambiamento, al punto che ora ci ritroviamo avanti di qualche anno rispetto alle previsioni. Di quanti anni è difficile dirlo, mentre è più facile riconoscere lo shock da curvatura da cui ancora non ci siamo ripresi. Molte voci nella comunità scientifica hanno paragonato gli effetti del lockdown a quelli del Disordine da stress post traumatico (Ptsd): vale a livello individuale, e per traslato anche per le organizzazioni, tra cui la tv (Post television stress disorder, potremmo chiamarlo). Il paesaggio circostante è cambiato, e occorre prima di tutto riorientarci. Non fatichiamo a riconoscere lo stato formicolante in cui siamo ancora immersi, e da cui cerchiamo di trovare soluzioni tattiche per sopravvivere nel presente ancor prima di definire soluzioni di lungo periodo. Con Link abbiamo sempre cercato di mettere a fuoco il nuovo, e allora anche stavolta corre l’obbligo di fare uno sforzo per capire cosa è qui per rimanere e cosa no, cosa è davvero cambiato per sempre e cosa sarà in qualche modo riassorbito dal lento ritorno a una vita con meno limitazioni sul piano sociale.

Durante i mesi di lockdown la televisione gratuita ha registrato ovunque una crescita importante nei consumi. Il piccolo schermo ha mostrato ancora una volta la sua centralità quando si tratta di avere una voce che parli a tutti nello stesso momento (quello del bisogno). Tuttavia, ha dovuto fare i conti con un’inevitabile diminuzione degli investimenti pubblicitari: il paradosso di avere tutti quegli spettatori e pochi investitori a cui vendere la loro attenzione ha determinato, anche qui in modo trasversale ai vari Paesi, un ridimensionamento delle produzioni che solo in autunno sono tornate ad affacciarsi ai palinsesti, tra mille difficoltà realizzative. La televisione in sé gode di ottima salute, ma il mercato un po’ meno.

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Lo sa benissimo anche la stampa, che ha vissuto in modo drammatico la contraddizione tra aumento del consumo e diminuzione dei ricavi: qui la crescita dei lettori online si è rivelata per certi versi addirittura dannosa. Lo racconta Lelio Simi: “le blacklist hanno bloccato sui siti web la visualizzazione di oltre 1,3 miliardi di annunci pubblicitari, per non farli apparire accanto ai contenuti con la parola ‘coronavirus’ e i diversi altri termini legati a essa. Così gli aumenti tra il 40% e il 50% di traffico registrati da moltissimi siti delle grandi testate giornalistiche, nei fatti, non hanno portato concreti benefici economici”.

Il lento processo di digitalizzazione dei mezzi nati prima dell’affermarsi di internet è causa di grandi sofferenze in un tempo segnato dal definitivo balzo in avanti del digitale. Un altro vecchio mezzo come la musica, che dalla disruption è stato invece smembrato e dolorosamente riassemblato in una forma adattata all’ambiente odierno, ha dimostrato una tenuta sorprendente. Tolto il comparto degli eventi live, il cui sprofondo è drammatico, la musica registrata è prevista in crescita. Goldman Sachs ha rivisto dopo la pandemia il suo Music in the air, report di riferimento dell’industria musicale, ritoccando al rialzo la crescita dello streaming (1,22 vs. 1,15 miliardi di abbonati al 2030), nuovo motore della discografia. I dati che arrivano dal mercato sembrano confermare le stime: nel primo semestre del 2020 la Spagna ha fatto registrare un + 4%, e la Germania, quarto (quasi terzo) mercato discografico al mondo, un +5%.

Le piattaforme digitali, del resto, crescono ovunque. Scrive Gianluca Diegoli: “il mostro privatizza i profitti negli anni luminosi, ‘collettivizza’ le perdite negli anni bui. Nel secondo trimestre, i ricavi di Google sono calati del 7%: confrontatelo con le perdite di giornali e tv. Facebook nello stesso periodo ha guadagnato l’11%”. A sua volta Netflix è cresciuta di 10 milioni di abbonati, un rilevante +25% sull’omologo del 2019. Per non parlare dell’ecommerce di Amazon (anzi, parliamone: nel secondo trimestre del 2020 ha registrato un balzo dei ricavi da 63,4 a 88,91 miliardi di euro).

Le piattaforme dimostrano di avere un modello capace non soltanto di resistere a ogni circostanza, ma di prosperare. E anche l’idea di globalizzazione che offrono è molto diversa da quella a cui eravamo abituati con le multinazionali, che fossero Coca Cola o Mtv. Nel mondo televisivo, Netflix è diventata un’ossessione che incarna il successo pur andando contro molte delle logiche che lo decretavano. Dal punto di vista industriale non funziona molto bene, ma il valore continua a crescere (aprile 2020: la capitalizzazione di mercato di Netflix supera quella di Disney). A differenza di Mtv, per dare un sapore locale alla sua offerta globale non ha avuto bisogno di creare in ogni singolo Paese la sua impresa: nel modello piattaforma di Netflix tutto è controllato da un quartiere generale, da pochi avamposti e da un’infinità di dati di consumo provenienti da qualsiasi recesso della Terra. Un esercito di poche persone ha riportato importanti vittorie per la conquista del mondo dell’audiovisivo, a danno di un mercato strutturato e maturo che sembrava inespugnabile, fatto a sua volta di titani. Secondo Agcom, nel 2018 l’indice di globalizzazione (la percentuale di ricavi al di fuori del continente domestico) è stato del 46% per le piattaforme e del 15% per le Tlc e le media company. Non a caso proprio le multinazionali dell’intrattenimento sono ossessionate da questo modello che vorrebbero diventasse il loro. Ma che fatica cambiare! Che fatica mettere al mondo tutte queste piattaforme (come Disney+, approdata in Europa in piena pandemia) che si radicano in un terreno non del tutto digitale e spesso
confliggono con i meccanismi e le logiche del vecchio modello.

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Un effetto che la dice lunga sulla differenza sostanziale tra queste realtà è da ricercarsi nella produttività della forza lavoro. Sempre il report Agcom indica: “le piattaforme online mostrano una maggiore produttività del lavoro rispetto alle imprese di telecomunicazioni e media; nel complesso, un dipendente delle piattaforme online produce il 53% di ricavi in più di un dipendente delle imprese di media e telecomunicazioni […]. Netflix presenta un indice di produttività per addetto (pari a 1,9 milioni di euro per dipendente) più di quattro volte superiore rispetto a Comcast (uno dei principali operatori mondiali nel settore audiovisivo). Nella stessa direzione Amazon, nonostante sia la piattaforma con minori ricavi per dipendente, se paragonata al più grande distributore tradizionale (Walmart), ha un valore di produttività del fattore lavoro (300 mila euro) pari a circa il doppio”. Ed è un dato che conta parecchio e che la pandemia ha evidenziato con colori fluo. Nei momenti di crisi, i danni subiti da queste società sono molto inferiori a quelli subiti da tutti gli altri. La realtà non è la stessa per tutti.

E a proposito di realtà, un altro dato interessante di questi mesi legato al mondo dei media di flusso, come social network e videogiochi, è stata l’affermazione del “metaverso” incarnato da quei titoli online che hanno incorporato in sé la logica dei social network. Realtà come Minecraft e Fortnite che già prima del confinamento erano usate come luoghi di ritrovo dopo scuola, durante il lockdown hanno offerto la possibilità di vivere vere e proprie esperienze sociali. Non si tratta più solo di magnificare le nostre vite offline, ma di eliminare del tutto i confini tra reale e virtuale, realizzando il mondo immaginato dal cyberpunk. Uno dei suoi padri letterari, William Gibson, ha recentemente dichiarato, in un’intervista di Francesco Guglieri per Studio, che “la parola disruption era sulla bocca di tutti, la distruzione del mondo come lo conoscevamo era una prospettiva di cui tutti sembravano ben lieti. C’era una certa compiaciuta fiducia che questo cambiamento fosse una cosa buona di per sé. Mi colpiva – e mi lasciava ancora più perplesso – anche notare come le persone che più sostenevano queste opinioni erano anche dei fan dei miei romanzi! Eppure io ho sempre fatto di tutto per descrivere i risultati complessi e problematici di quelle tecnologie che hanno finito per assomigliare a internet”.

Le macerie che la pandemia sta lasciando al suo passaggio hanno spinto molti a riflettere sulla storia, alla ricerca di un precedente, per quella umana necessità di ricondurre il non noto al già noto. Non è stato un compito ricco di risultati, a dire il vero, ma molti hanno notato che una pandemia ha posto fine a un’epoca buia, il Medioevo, e aperto le porte al Rinascimento, che metteva al centro l’uomo. La scelta di illustrare questo numero di Link richiamando questa similitudine ha più che altro il sapore di un augurio.


Fabio Guarnaccia

Direttore di Link. Idee per la televisione, strategic marketing manager di RTI e condirettore della collana "SuperTele", pubblicata da minimum fax. Ha pubblicato racconti su riviste, oltre a diversi saggi su tv, cinema e fumetto. Ha scritto due romanzi, Più leggero dell’aria (Transeuropa, 2010) e Una specie di paradiso (Laurana, 2015).

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