immagine di copertina per articolo Niente ha descritto l’America di oggi meglio di Atlanta
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Niente ha descritto l’America di oggi meglio di Atlanta

La comedy amara e surreale di Donald Glover si è intrecciata, nelle sue due stagioni, con la presidenza statunitense meno attenta di sempre alla comunità afroamericana. Per questo è stata fondamentale.

Durante il tradizionale press tour estivo della Tca (la Television Critics Association, una associazione di circa 200 critici americani che ogni anno analizzano i nuovi prodotti tv americani) del 2016, Donald Glover, rispondendo a una domanda sulla fine della sua avventura in Community e l’inizio della sua nuova serie, Atlanta, disse: “semplicemente mi piacciono le conclusioni. Credo che qualsiasi cosa debba avere una clausola di morte, in fin dei conti. Gli umani ce l’hanno, una clausola di morte. Grazie a Dio, un giorno, anche Donald Trump morirà”. Atlanta non era ancora stato presentato da Fx al pubblico americano e Trump non era ancora stato eletto Presidente degli Stati Uniti, e il mondo in generale era un posto molto diverso. Qualche giorno prima che Trump smettesse di essere presidente, Glover ha annunciato la produzione della terza e quarta stagione del lavoro che lo ha consacrato come uno dei più originali autori d’America, paragonandolo per giunta al capostipite di ogni show americano: I Soprano. Se lo show di David Chase era riuscito a raccontare meglio d’ogni altra cosa i sobborghi americani dei primi anni Duemila – in quel New Jersey che nessuno conosceva se non come periferia di New York, che rappresenta invece a pieno il “nuovo mondo americano” – Atlanta è stato quello che meglio di tutti è stato capace di descrivere la rassegnazione e la miseria della black experience in America lungo l’amministrazione Trump, illuminando uno dei nuovi centri culturali del Paese, capace di riflettere la strana e complessa evoluzione dell’America moderna. 

Deep Dirty South

Nelle elezioni 2020 la Georgia ha assegnato tutti i suoi grandi elettori a Joe Biden. Quando la Cnn ha “chiamato” la vittoria di Biden, il candidato democratico aveva già superato la soglia dei 270 grandi elettori necessari alla vittoria, ma il successo in Georgia è stato comunque storico. In primis perché gli ha permesso di raggiungere quota 306 (la stessa di Trump nel 2016), ma soprattutto perché per la prima volta in trent’anni lo stato è andato a un candidato democratico. La Georgia è storicamente uno stato repubblicano, con una forte tradizione sudista e una cultura condizionata dal ricordo delle truppe che hanno difeso gli interessi del Sud nella Guerra di secessione. Donald Glover lo ha ricordato spesso, parlando di Stone Mountain, il posto in cui è nato: “se la gente vedesse come sono cresciuto, ne resterebbe colpita: c’erano letteralmente bandiere confederate a ogni angolo”. Stone Mountain è un sobborgo a nord-est di Atlanta in cui si trova lo Stone Mountain, per l’appunto, enorme monumento scolpito in una montagna che inneggia alle gesta del Generale Lee e compagni, e a Stone Mountain pare si sia riformato il “moderno” (si fa per dire) Ku Klux Klan. Stone Mountain si trova all’interno della contea di DeKalb, dove vanno in scena una buona parte delle sequenze di Atlanta

La serie inizia proprio da DeKalb, da una sparatoria in cui sono coinvolti Earn (Donald Glover), suo cugino Paper Boi (Brian Tyree Henry) e Darius (Lakeith Stanfield). Atlanta racconta infatti la storia di Earn, uno che ha lasciato senza un motivo conosciuto Princeton per tornare a casa, avere una figlia e provare a diventare il manager di suo cugino Alfred, la più classica delle one hit wonder americana, che sta piano piano conoscendo la popolarità con Paper Boi, il suo ultimo e più famoso brano. A fare da contorno, narrativo ma soprattutto culturale, alla serie c’è la trap, l’ultima grande innovazione musicale del rap. Negli ultimi cinque anni tutte le cose più rilevanti successe nel mondo della musica americana sono imputabili alla trap: a livello sonoro, di estetica e di narrativa il genere ha letteralmente trasformato il rap, modificandolo nelle sue fondamenta proprio mentre quest’ultimo diventava, numeri alla mano, il genere più ascoltato al mondo. Se la trap è la cornice all’interno di cui si muove Atlanta, gran parte del merito, secondo Glover (che nella vita fa il rapper e artista, sotto il nome di Childish Gambino) è dei Migos: “i Rolling Stones della nostra generazione”, come ha detto dietro le quinte dei Golden Globe, dopo aver tenuto un discorso che resterà per sempre nella storia della musica americana. I Migos – il trio formato da Quavo, Offset e Takeoff – sono il più grosso gruppo trap moderno, nonché comparse nella serie. I tre interpretano infatti una loro versione parodistica in “Go for broke”, un episodio della prima stagione in cui si ritrovano coinvolti in un affare di droga con Earn e Darius.

Nella serie si mostra un finto commercial, con tre ragazzini afroamericani che mangiano i cereali: alle loro spalle arriva un lupo che vuole i cereali. Il lupo è però bruscamente bloccato dalla polizia che lo atterra e gli piazza un ginocchio sulla schiena. I ragazzini protestano e cominciano a registrare tutto con lo smartphone. La sequenza, che parodizza la police brutality, è un distillato perfetto di come Glover ha inteso il suo lavoro: utilizzare la satira e la parodia, mescolando il dark humor e una visione chiara e realistica della realtà per raccontare la black experience.

La capacità di Glover di utilizzare un tratto così caratterizzante di Atlanta in maniera così originale e poco banale è una delle cose che ha reso Atlanta un prodotto televisivo interessante. Il surrealismo con cui Glover affronta la quotidianità nera gli permette di approcciarsi a qualsiasi tipo di argomento in maniera unica e nuova. In “Nobody Beat the Biebs”, Glover mette in scena un “Justin Bieber nero”, stravolgendo la realtà e mostrando una delle più grandi popstar del pianeta (fino a quel momento il riferimento perfetto della superstar bianca e viziata) come un giovane afroamericano a cui quegli atteggiamenti sono concessi solo nella realtà in cui si ritrova a vivere. Glover rende intoccabile un afroamericano, giocando per assurdo in un momento in cui negli Stati Uniti la polizia ammazzava Terrence Martin o Tamir Rice. Non è un caso Glover abbia definito Atlanta la “black Twin Peaks”, soprattutto per l’utilizzo del surrealismo per addentrarsi all’interno del racconto di pezzi inesplorati della black experience. In “B.A.N.” – il cui titolo prende il nome da BET, storica emittente televisiva nera – mentre Paper Boi partecipa a un assurdo talk televisivo è raccontata la storia di Antoine Smalls, un giovane afroamericano convinto di essere un trentacinquenne bianco del Colorado. 

Sempre nella serie si mostra un finto commercial di “Coconut Crunchos”, con tre ragazzini afroamericani che mangiano i cereali: alle loro spalle arriva un lupo che, invece di puntare a mangiare i ragazzini, vuole i cereali. Il lupo è però bruscamente bloccato dalla polizia che lo atterra e gli piazza un ginocchio sulla schiena. I ragazzini protestano per l’uso spropositato della forza da parte del poliziotto e cominciano a registrare tutto con lo smartphone. La sequenza, che parodizza la police brutality (ma che, vista ad anni di distanza, ricorda tragicamente la morte di George Floyd), è un distillato perfetto di come Glover ha inteso il suo lavoro: utilizzare la satira e la parodia, mescolando il dark humor e una visione chiara e realistica della realtà per raccontare la black experience. Con “B.A.N.” Donald Glover è diventato il primo afroamericano a vincere un Emmy per la regia di una serie comedy. Parlando della sua serie Glover ha più volte ribadito di averla creata per far notare ai bianchi cosa significhi veramente essere nero in America: “se fosse stato una serie solo per neri, credetemi, sarebbe stata molto diversa. E invece la mia idea era mostrare ai bianchi che, in fondo, non hanno mai capito davvero la black experience”. 

Una storia nera 

La Georgia ha una composizione demografica molto particolare: è uno stato molto grande in cui vivono però solo 10 milioni di persone, più del 50% però solo nell’area metropolitana di Atlanta. Questa è, da decenni, a forte maggioranza nera: la stessa Contea di DeKalb, da cui proviene Glover, ha circa il 70% di popolazione afroamericana. Tutto il resto della Georgia però è interamente popolato da bianchi molto conservatori, e anche Glover, che viene da una famiglia della piccola borghesia locale, è cresciuto in un contesto abbastanza bianco. “Essendo al Sud, sotto quella che viene chiamata la ‘Bible Belt’, ci sono tante cose estreme ad Atlanta – la religione, il razzismo, il sessismo e tutte quelle stronzate”, ha raccontato una volta alla Bbc Brian Tyree Henry. È naturale quindi che una delle carte principali della Georgia per ribaltare il risultato di quattro anni prima fosse incentivare gli afroamericani alla partecipazione al voto: lo ha fatto Stacey Abrams, una donna afroamericana che dopo aver perso di un soffio le elezioni a governatore nel 2018 si è concentrata per abolire la sistematica soppressione del voto a cui i neri erano sottoposti. Nel 2020 si stima che Abrams e la sua organizzazione siano riusciti a far registrare al voto 800 mila persone in più. Una campagna, quella per il voto, a cui hanno partecipato anche Stephen Glover, fratello di Donald, e Angela Barnes, entrambi parte del team editoriale di Atlanta, con una serie di video che riprende l’estetica della serie e i suoi tic narrativi, incentivando le persone al voto attraverso una campagna di sensibilizzazione in uno strip club.

Per questo motivo l’opera di Glover è, soprattutto, un tentativo di tradurre al pubblico la narrazione dell’esperienza nera in America, distillandola in un contenitore che possa essere accessibile a tutti, ma comprensibile appieno solo a chi avvezzo a determinati canoni ed estetiche. Ne è un esempio “FUBU”, l’episodio ambientato in un flashback di Earn all’inizio degli anni Novanta in cui lui stesso è a scuola con indosso una maglia FUBU (brand di culto della hip hop generation, acronimo di “For us by us”) di cui è molto orgoglioso. Questo prima che un suo compagno di scuola, che aveva una maglia FUBU pressoché identica, inizia a spargere in giro la voce che la maglia di Earn è falsa. Interviene allora Alfred – più grande e popolare di Earn – in difesa del cugino, sentenziando che non era in realtà di Earn la FUBU-fake, ma dell’altro. Solo pochi giorni più tardi il ragazzino si sarebbe suicidato. 

La prima stagione di Atlanta va in onda parallelamente al momento in cui la candidatura di Donald Trump, da ridicola e assurda, inizia a farsi sempre più plausibile, fino all’incredibile ma storico risultato della Election Night. È il momento in cui l’America vede sgretolarsi l’illusione della società post-razziale. La prima stagione di Atlanta si chiude solo una settimana prima della vittoria di Trump.

Atlanta è un prodotto che ha come scopo primario quello di capovolgere la narrazione con cui la black experience ci è sempre stata mostrata in tv, riappropriandosene in maniera decisa, contrapponendo shock negativi e positivi in maniera incredibilmente disillusa. Un prodotto che si è inserito perfettamente, e anzi è emerso come unico e “migliore” pur all’interno di un panorama di black series che comprendeva black-ish, Insecure, The Chi, o ancora Get Out o Black Panther. Nell’epoca d’oro della televisione nera, Atlanta è stata la gemma più preziosa. La capacità di fare satira di Glover – figlia del suo passato da stand up comedian e autore di 30 Rock – emerge pure in “Juneteenth”, episodio dove lui e la sua compagna Van sono invitati a festeggiare la popolare festa della fine della schiavitù a casa di una sua amica, una afroamericana che ha però sposato un antropologo bianco totalmente ossessionato dalla black culture ben oltre il limite dell’appropriazione culturale, che simboleggia splendidamente l’ipocrisia liberal che gli otto anni di amministrazione Obama hanno generato in alcuni comparti dell’America bianca. La prima stagione di Atlanta va in onda parallelamente al momento in cui la candidatura di Donald Trump, da ridicola e assurda, inizia a farsi sempre più plausibile, fino all’incredibile ma storico risultato della Election Night. È il momento in cui l’America vede sgretolarsi l’illusione della società post-razziale. La prima stagione di Atlanta si chiude solo una settimana prima della vittoria di Trump. 

La grande truffa americana

Atlanta è tornato nel 2018, in un contesto sociale e politico diviso come mai prima nella storia del Paese. Anche la sceneggiatura e il concept stesso della serie si è adattato a quel clima, intitolando la stagione “Robbin’ Season”, e cioè “la stagione in cui Natale si avvicina e ogni n***o deve mangiare. O essere mangiato”. In una intervista con il New York Times, Glover ha detto “sapevamo che le persone si aspettavano che avremmo parlato di Trump. Ma la vita dei poveri non cambia con un’elezione”. Invece che parlare di Trump, allora, Atlanta ha deciso di parlare dell’America di Trump: un Paese più insicuro, più teso, più cupo. Condizioni che valevano almeno per un certa parte della popolazione – la parte che non era bianca. Come ha scritto Brandon Tensley su Cnn: “parte del potere di Atlanta è che la serie è in grado di esporre l’ipocrisia di chi crede vada tutto bene per quello è che in realtà: un gioco divertente finché non lo è più”. Glover ha inserito elementi diversi, che vanno dal drama al thriller, all’horror vero e proprio, ottenendo un risultato complessivo ancora più alto ed evoluto della prima stagione. È stato come se Atlanta avesse messo da parte tutte le remore che nella prima stagione avevano reso il titolo accessibile a un pubblico bianco, mettendo a nudo in maniera spietata la vita degli afroamericani nell’America di Trump. Una vita che assomiglia sempre di più a una truffa. Ed è infatti proprio la froda, il furto, l’inganno il tema principale della “Robbin’ Season”.

Una truffa economica, come quella che tocca a Paper Boi in “Sportin Waves”, dove il rapper è derubato dal suo stesso spacciatore. O una truffa emotiva, come quella che sopporta Van durante l’episodio “Champagne Papi”, in cui le è promesso di partecipare a una festa in cui ci sarà ospite Drake, e invece c’è solo un cartonato della popstar con cui potersi scattare un selfie dopo aver pagato 20 dollari; o anche una truffa razziale, come quella che spetta a Earn in “Money Bag Shawty”, in cui non riesce a spendere i 100 dollari che ha guadagnato perché ogni posto in cui va pensa che quei soldi, in mano a un nero, debbano per forza essere falsi, così che Earn finisce a bruciarli tutti in uno strip club, con Van, Paper Boi e Darius (“tutti vengono ad Atlanta per gli strip club”, d’altronde, come aveva detto una volta proprio Glover). In ogni episodio della seconda stagione di Atlanta si finisce con l’accusare la mancanza di qualcosa – in “Woods” della fiducia dei propri fan, in “Teddy Perkins” della vita stessa – un sentimento che se ha accomunato l’America intera è stato ancora più forte all’interno della black community: alla comunità afroamericana negli ultimi quattro anni è mancato un presidente, qualcuno che avesse anche solo la minima volontà e interesse a rappresentarli. 

Nel suo libro Trick Mirror (edito in Italia da NR edizioni), la giornalista del New Yorker Jia Tolentino ha definito l’elezione di Donald Trump come “la truffa finale e definitiva per la generazione millennial. Donald Trump è un eterno truffatore, orgoglioso e apparentemente inarrestabile. Per decenni, prima di entrare in politica, ha spacciato una narrazione magnificamente fraudolenta su se stesso, e il fatto che la menzogna fosse sempre in bella vista è diventata parte centrale del suo fascino”. Trump d’altronde potrebbe essere uno qualsiasi dei personaggi secondari di Atlanta Robbin’ Season”. Potrebbe essere Bibby, il barbiere di “Barbershop” che promette l’“usual”, il solito, a Paper Boi prima di trascinarlo in ogni avventura. O ancora il Florida Man protagonista del primo episodio, “Alligator Man”. Lo ha detto anche Obama, durante uno degli ultimi comizi del 44esimo Presidente in supporto alla candidatura di Joe Biden: “Neanche il Florida Man avrebbe fatto tutte queste cose. Questo non è un comportamento normale. Non lo avreste tollerato da un collega, un allenatore, un preside o un membro della vostra famiglia. Perché lo tollerate dal Presidente degli Stati Uniti?”. Quello del Florida Man è un meme popolare su Twitter nel 2013, che si prende gioco degli inusuali e bizzarri titoli dei media dello stato su fatti altrettanto strani che accadono lì e che citano sempre un “Florida Man” qualunque (per esempio: “Florida man investito da un van dopo che un cane ha premuto sull’acceleratore”). In Atlanta Darius aveva spiegato a Earn il fenomeno così: “Il Florida Man è responsabile di un enorme numero di incidenti paranormali che accadono in Florida. Nessuno conosce la sua vera identità o la data di nascita o l’aspetto – è per questo che i giornali lo chiamano solo Florida Man”. Nella seconda stagione di Atlanta niente è stato normale, perché non era normale il Paese in cui era stata concepita e ambientata. 
Recensendo la serie su Vulture, il critico Matt Zoller Seitz ha scritto che “Atlanta ci aveva derubato dalle aspettative canoniche su cosa una serie tv dovesse essere – in particolare una serie tv sugli afroamericani del Sud, sulla classe operaia, sui poveri e sui giovani, e su tutte queste cose insieme”. Glover ha messo in scena dinamiche e relazioni normali nella loro disfunzionalità, in situazioni assurde e improbabili. Atlanta ha radicalmente trasformato il modo in cui si pensa all’intrattenimento nero in America, a quello di cui deve parlare e al numero di layer di complessità che deve avere. Ha lanciato in maniera definitiva non solo la carriera di Glover o quella di Hiro Murai (regista di tanti episodi) ma anche quella di Lakeith Stanfield, oggi uno dei più influenti e presenti attori afroamericani in circolazione. Atlanta è stata la serie generazionale della più disgraziata e talentuosa generazione afroamericana di sempre, quella che ha imparato a non fidarsi di nessuno. Tantomeno del suo Presidente.


Francesco Abazia

Lavora come project manager e managing editor di nss magazine. Studia ed è affascinato da tutto ciò che riguardi la black culture, di cui ha scritto su Il Foglio, Esquire e Rolling Stone.

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