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Decostruire la maternità

Molti film e narrazioni televisive contemporanee raccontano l’avere figli, mettendone in discussione gli aspetti che diamo per scontati e presentandone così un lato difficile, equivoco, spesso disturbante.

Il 24 aprile 2022 su Hbo ha debuttato una miniserie dal titolo The Baby: è una comedy-horror che indaga la maternità, e racconta la storia di una donna che nonostante non abbia alcun desiderio di avere figli si ritrova suo malgrado ad accudirne uno, terrificante e pericoloso. La protagonista Natasha, ben presto, capisce infatti che il neonato ha poteri sovrannaturali e da decenni lascia intorno a sé una scia di cadaveri, tra cui in primis tutte le donne che hanno provato ad accudirlo. The Cut ha definito The Baby “un’allegoria sulla genitorialità forzata” che propone un’idea tabù, che “i bambini sono terrificanti” e possono rendere la vita un inferno. La serie affronta anche il controllo dei corpi, il fantomatico istinto materno, il carico del lavoro di cura, mettendo in scena una satira irriverente e fin troppo attuale. 

La concezione che la maternità sia qualcosa di sacro, di naturale, un’esperienza straordinaria nonché un rito di passaggio obbligato, è ancora piuttosto diffusa nella società oggi, ma allo stesso tempo è sempre più lontana dalla realtà. Da quando è scoppiata la pandemia, per esempio, si è parlato molto di “lavoro riproduttivo”, teorizzato dalla studiosa e scrittrice femminista Silvia Federici, volto a indicare non solo la procreazione ed educazione dei figli ma anche tutto ciò che riguarda la cura della casa e della famiglia, che quasi sempre grava sulle spalle delle donne. Costrette a fare rinunce, a scendere a compromessi, sacrificando e soffocando molto di sé. Proprio come succede in The Baby: “Tutto il giorno a casa, senza nessuno con cui parlare. Urla, pisolino, mangiare, fare la cacca, e tutto di nuovo da capo. È pesante”, dice un’amica di Natasha nel terzo episodio, dopo che un’altra donna racconta di aver immaginato di sbattere la testa del figlio al muro, perché non smetteva di piangere. La serie sfida il pubblico nel dire e mostrare l’indicibile, ma è solo l’ultima di una lunga serie di prodotti audiovisivi che – nella serialità tv e non solo – hanno iniziato a decostruire la maternità in ogni suo aspetto. Presentando una figura materna anticonvenzionale, perturbante e finalmente più vicina al reale. 

Inversione di ruoli

Sempre su Hbo è andata in onda Scenes from a Marriage, remake gender swap dell’omonima serie svedese di Ingmar Bergman del 1973, che racconta il rapporto complicato tra marito e moglie – rispettivamente Oscar Isaac e Jessica Chastain – tra bugie, tradimenti, separazioni e ritorni di fiamma. La serie indaga il significato del matrimonio, includendo anche relazioni aperte e poliamorose, e attraverso l’inversione dei ruoli emerge una figura femminile assolutamente sovversiva, se paragonata alla versione originale: una moglie infedele e una madre distaccata che mette se stessa al primo posto, a discapito del marito e della figlia. “Non me ne frega un cazzo. Pensa pure che sia un mostro o quel cazzo che ti pare, non mi interessa”, urla Mira al marito Jonathan, dopo avergli detto di averlo tradito e di voler andare via tre mesi per raggiungere l’amante. La donna ammette di sentirsi “una madre terribile”, ma decide di partire perché non riesce più a “respirare”, a vivere in una casa che le sembra una gabbia.

La serie scritta e diretta da Hagai Levi propone anche un altro ribaltamento dei tradizionali ruoli di genere: se da un lato Mira è una moglie e madre frustrata che scappa dalle responsabilità, dall’altro è una donna in carriera, che lavora fino a tardi e guadagna di più rispetto al marito, il quale al contrario lavora da casa, occupandosi maggiormente della figlia. In questo senso, “è come se Mira vivesse come un uomo, soprattutto grazie al suo compagno, che ama prendersi cura degli altri, e al fatto che hanno abbastanza soldi per rendere le cose più facili. È una fantasia”, scrive Lydia Kiesling sul New York Times, notando che anche la figlia, “quasi sempre a letto”, non crea mai nessun problema. Con il procedere degli episodi, Mira fa alcuni passi indietro: rifiuta un’importante offerta di lavoro (compromettendo la sua carriera) per dovere e senso di colpa, e continua ad avere un rapporto, seppur superficiale, con la figlia, che alla fine non abbandona mai del tutto.

Madri scandalose

Del resto, una donna che scappa e lascia la famiglia per soddisfare i suoi desideri, specialmente se sessuali, è un tabù, un peccato capitale, un atto sovversivo considerato tra i più deplorevoli. Eppure, è esattamente quello che si mette in scena, in modo ancor più radicale, anche in un’altra serie: The Pursuit of Love, andata in onda lo scorso anno in Inghilterra su Bbc One (in Italia è inedita). È la trasposizione del romanzo omonimo di Nancy Mitford del 1945, e segue le vicende dell’eccentrica famiglia aristocratica Radlett, dagli anni Venti agli anni Quaranta, e in particolar modo di due amiche e cugine: Fanny e Linda. Ed è proprio quest’ultima a incarnare una maternità scandalosa e disturbante, nel momento in cui scappa in Spagna con l’amante dopo aver lasciato il marito e la figlia, ignorata sin dalla nascita. “Cara, non per spaventarti, ma è stata assolutamente la cosa più orribile che mi sia mai successa”, dice Linda a Fanny nel secondo episodio, parlando del parto della figlia Moira. “Non è giusto che se sono io a tradire è disgustoso, mentre quando è Tony a tradire nessuno dice nulla”, afferma in un’altra scena, dopo esser stata bandita dalla casa del padre perché intenzionata a chiedere il divorzio. 

“Parliamoci chiaro, l’idea di un buon padre è stata inventata trent’anni fa. Prima era normale che fossero silenziosi, assenti, inaffidabili ed egoisti. […] Ma la società non accetta assolutamente gli stessi difetti in una madre. Né strutturalmente né spiritualmente”. Più ci si allontana dall’ideale che prevede una dedizione quasi totale per i figli, più si rischia di essere tacciate per madri sbagliate, snaturate.

Linda è una donna impulsiva, irrequieta, sempre in fuga, in cerca dell’amore e di qualcosa e qualcuno che la faccia sentire viva, diversamente da Fanny, timida e riflessiva, che si sposa, mette su famiglia e sceglie di restare. Di adempiere alle sue responsabilità di moglie e madre. “Ho sempre detto a tutti che non sei come mia madre, ma in realtà sei proprio come lei”, dice Fanny alla cugina, in un momento di rabbia e gelosia. Linda non è l’unica a vivere la vita fregandosene delle convenzioni e delle conseguenze delle proprie azioni: Fanny è stata cresciuta dalla zia perché la madre, chiamata “The Bolter”, non faceva altro che viaggiare e scappare con uomini diversi. Per questo la donna ha abbandonato la figlia, perché altrimenti sarebbe stata d’intralcio: “Ho avuto una vita meravigliosa”, dice a Fanny senza giri di parole, consigliandole di provare a fare lo stesso quando capisce che anche lei vorrebbe vivere una vita più stimolante, al di fuori delle mura domestiche. Fanny si definisce una donna timida ma “con un leone dentro”, e se da un lato ama davvero il marito e i figli, dall’altro soffre a esser stata lasciata indietro da Linda, a non poter vivere nuove avventure come lei e soprattutto con lei. Nonostante i tanti amori, i matrimoni e viaggi, ciò che resta nel corso degli anni, infatti, è la loro eterna amicizia, che supera tutte le distanze, metaforiche e non. “Lo so di essere stata cattiva con Moira. È che sapevo che prima o poi avrei dovuto lasciare Tony, e non volevo affezionarmi a lei. O che lei si affezionasse a me. Sarebbe potuta diventare un’àncora”, spiega Linda all’amica. “Fanny… A volte penso che non siamo nate per nulla donne. È come se ti avessero tarpato le ali. E poi tutti si sorprendono che tu non sappia volare”. 

Il mostruoso femminile

In un’intervista a Rolling Stone, l’attrice e showrunner di The Pursuit of Love Emily Mortimer ha spiegato che, secondo lei, tuttora le donne sono giudicate più duramente degli uomini quando commettono errori ma se “hai paura di sbagliare, smetti di vivere, in un certo senso. E questo è un romanzo che parla di un personaggio che vive la sua vita senza remore, che commette errori enormi e viene applaudito per questo”. Anche nel film Marriage Story (Netflix) di Noah Baumbach, l’avvocata della protagonista Nicole dice qualcosa di simile: “Parliamoci chiaro, l’idea di un buon padre è stata inventata trent’anni fa. Prima era normale che fossero silenziosi, assenti, inaffidabili ed egoisti. […] Ma la società non accetta assolutamente gli stessi difetti in una madre. Né strutturalmente né spiritualmente. Perché alla base della nostra storia giudeo-cristiana o quello che è, c’è Maria, Madre di Gesù, ed è perfetta. È una vergine che partorisce”. Più ci si allontana da quell’ideale, quindi, che prevede una dedizione quasi totale per i figli, più si rischia di essere tacciate per madri sbagliate, snaturate, fallite o addirittura mostruose. 

Lydia Kiesling sempre sul New York Times scrive che “il cinema ama le madri mostruose”, citando non solo Scenes from a Marriage, ma anche altre serie e film che raccontano la maternità in modo più onesto e complesso, come The Lost Daughter e C’mon C’mon. L’articolo si intitola “Hollywood Loves a Monstrous Mommy. Can It Do Her Justice?”, ma se è importante normalizzare le imperfezioni e i fallimenti della figura materna perché continuare a parlare di mostri? Un termine di norma usato per indicare una persona che differisce dalla norma, considerata “malvagia” o chi “ha commesso uno o più delitti”, si legge sulla Treccani. La protagonista di The Lost Daughter, per esempio, è anche lei una madre egoista, sgarbata, a volte meschina, logorata dal carico del lavoro domestico, che decide di mollare tutto. Di lasciare il marito e le figlie per tre anni, per proseguire la sua carriera di traduttrice e intraprendere una relazione clandestina con un accademico: “È stato stupendo. Come se stessi cercando di non esplodere e poi sono esplosa”, afferma Leda, con le lacrime agli occhi, afflitta dai sensi di colpa. La donna, infatti, è tutt’altro che indifferente, distaccata o mostruosa: in alcuni flashback la vediamo giocare con le figlie, preoccuparsi per loro, parlarne con affetto e nostalgia. “Sono una madre snaturata”, dice in un’altra scena, e a distanza di anni continua a ripensare a ciò che ha fatto, come dimostra anche la misteriosa attrazione per le bambole, espressione di un desiderio latente di tornare a essere madre e figlia insieme.

L’amica geniale parla della mostruosità femminile ma senza condanna o giudizio morale, puntando il dito contro un sistema patriarcale che prosciuga, piega e a volte spezza le donne. Per questo, molto spesso, per sopravvivere non hanno altro modo che sottrarsi da quel ruolo e violare le norme di genere, scegliendo la fuga e l’abbandono della progenie.

Kiesling definisce la pellicola scritta e diretta da Maggie Gyllenhaal (trasposizione del romanzo di Elena Ferrante) uno di quei film che “cercano di rendere udibile l’urlo che sale in gola” e dal tempismo perfetto “perché arriva in un momento in cui la pandemia ha distrutto la scuola, ha fatto a pezzi l’infrastruttura per l’assistenza all’infanzia già logora, costringendo le madri a lavorare con i bambini in grembo o a abbandonare del tutto il lavoro”. Anche C’mon, C’mon di Mike Mills è un altro esempio di rappresentazione della maternità e di quanto possa essere difficile ed estenuante: “Non ci sono abituata, a volto odio tutto questo, cazzo”, dice Viv parlando del figlio Jesse con il fratello Johnny, che se ne sta occupando temporaneamente. “Cioè, io lo amo, più di qualsiasi altra cosa, il che rende le cose ancora più difficili quando riesco a malapena a stare nella stessa stanza con lui. Andando avanti, di continuo, parlando di cose a caso, interrompendo ogni mio singolo pensiero… Preparargli il pranzo, lavare i piatti, preparargli la cena, e poi lavare i piatti, e poi fare la spesa. Ancora e ancora. Non si finisce mai! È un incubo, cazzo”. Il film (uscito in sala ad aprile) indaga non solo la maternità ma la genitorialità in senso ampio, mettendo in scena la nascita di un rapporto zio-nipote realistico e commovente; e una figura materna affettuosa, presente, responsabile ma anche malinconica e stanca perché consapevole di dover affrontare tutto da sola. Come spiega Silvia Federici il problema è il sistema che non funziona, che “ha fatto e fa i soldi con il nostro cucinare, sorridere, scopare” – per una ricerca Oxfam il lavoro di cura vale 11 mila miliardi di dollari l’anno – e “rende la vita intollerabile e malsana per milioni di persone”. 

Dark lady

Eppure il concetto di “mostruoso” torna sempre. In un episodio della seconda stagione de L’amica geniale – andata in onda su Raiuno e tratta ancora dai romanzi di Ferrante – Lenù passeggia per il rione e mentre si guarda intorno vede alcune madri che ridono in modo sguaiato, altre che urlano e rincorrono i figli, minacciandoli di ucciderli e spezzarli le ossa. “Pareva avessero perso i connotati femminili. Erano state mangiate dal corpo dei mariti, dei padri, dei fratelli a cui finivano per assomigliare”, riflette la protagonista, chiedendosi: “Cominciava con le gravidanze questa trasformazione? Con il lavoro domestico, con le mazzate?”. Ferrante ci dice insomma che è il fardello della maternità, che sia ricercata o sia forzata, a rendere le donne mostruose, a cambiarle e trasformarle in figure spaventose, cattive, violente. “Le nostre facce hanno iniziato a deformarsi dopo tutto questo sorridere”, afferma ancora Federici. Anche L’amica geniale parla della mostruosità femminile ma senza condanna o giudizio morale, puntando il dito contro un sistema patriarcale che prosciuga, piega e a volte spezza le donne. Per questo, molto spesso, per sopravvivere non hanno altro modo che sottrarsi da quel ruolo e violare le norme di genere, scegliendo la fuga e l’abbandono della progenie.

Nella terza stagione della serie Lenù, ormai adulta, sposata e madre di due bambine, inizia anche lei a sentire tutto il peso del lavoro domestico e di cura, che le impedisce di lavorare come giornalista e scrittrice, rendendosi conto di esser scappata dal claustrofobico rione – un luogo di violenza, povertà e degrado – solo per finire in un’altra gabbia, dorata e borghese ma altrettanto violenta e oppressiva. “Io ti lavo, ti stiro i panni, ti cucino, ti pulisco casa, cresco tua figlia. E tu? Tu scrivi, vedi la gente. Vai all’università, pensi alla tua carriera”, dice Lenù al marito Pietro, dopo l’ennesima notte insonne. “Sei tale e quale a tutti gli altri uomini. Tu non vuoi una moglie, vuoi una serva fidata. […] Sai che ti dico? Io me sò rott u cazz”. La fuga con Nino Sarratore, a fine stagione, è così l’apice della ribellione e smarginatura da un mondo perbenista che non ha nulla di giusto o civile. Come scrive Tiziana de Rogatis in Elena Ferrante. Parole chiave, “la quadrilogia è la storia di due amiche che si alleano per ‘passare il limite’, per sconfinare dagli spazi reali e simbolici nei quali una millenaria subalternità femminile le ha rinchiuse”. 

Anche nel film Ema (2019) di Pablo Larraín ritorna il tema dell’abbandono materno: la protagonista è una ballerina, moglie e madre che decide di riportare il figlio adottivo ai servizi sociali, a seguito di un incidente, per poi cambiare idea poco dopo. A differenza di Scenes from a Marriage o The Lost Daughter, però, la donna non si mette mai in discussione, non ammette mai l’errore, rigettando ogni giudizio morale o tentativo di essere colpevolizzata: “È colpa tua se tutto il corpo mi fa male”, dice Ema al marito Gastón, accusandolo di essere lui il problema perché sterile. “È colpa tua se la gente ci guarda per strada come se avessimo soffocato un cane con un sacchetto di plastica”. Ema è una donna enigmatica, fiera; e come una dark lady, seducente e pericolosa, mente, manipola, inganna, facendo di tutto per riprendersi il figlio Polo – incluso fare sesso con i nuovi genitori adottivi e bruciare auto con un lanciafiamme – riuscendoci. Ed è questo a rendere la pellicola così rivoluzionaria: la protagonista incarna una maternità sregolata, scandalosa e imprevedibile che trasgredisce tutte le norme morali e di genere. “Io sono il male”, dice con tono provocatorio al padre adottivo di Polo, “Io ti spaventerò. Quando saprai quello che sto facendo e il perché, ti spaventerai”. In questo senso, Ema rivendica il desiderio di essere mostruosa, di essere un soggetto altro, difforme, che terrorizza e destabilizza lo status quo della società etero-patriarcale, per rivendicare la propria autonomia, personale, artistica e sessuale. Forse, allora, è proprio questa la via per decostruire la maternità: raccontare figure femminili così complesse e libere da fare spavento.


Manuela Stacca

Laureata presso l'Università di Sassari, si occupa di critica cinematografica e televisiva per alcune testate online.

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