Dai social alle recensioni online, la scrittura oggi non è più una vocazione esclusiva ma una pratica diffusa e condivisa. Nel suo libro, Arnaldo Greco racconta le trasformazioni che hanno reso ciascuno di noi narratore di sé stesso, con le stesse ambizioni e inquietudini dei grandi scrittori.
Un estratto dal libro E anche scrittore. Come ci siamo messi tutti a scrivere (UTET) di Arnaldo Greco
Mi piace immaginare una possibile ucronia tra le decine immaginate in questi anni. Un giorno, un enorme attacco hacker potrebbe rendere pubblico tutto quello che ci siamo scritti in privato. Sms, email, WhatsApp. Tutto. Miliardi di parole e di chat, giga su giga di chiacchiere e discorsi, decenni di ciance. Cosa succederebbe? Un pandemonio? Certo. Eppure mi piace pure immaginare che tutti sarebbero talmente concentrati sulla propria vanità e sul proprio narcisismo, su quello che si dirà di me ora che sono totalmente esposto, che nessuno penserebbe realmente ad attaccare gli altri per cosa hanno detto e fatto. Che, insomma, la paura per le proprie parole lasciate in giro ci colga più impreparati della curiosità per quelle altrui. Forse, dopo il delirio dei primi giorni, le cose troverebbero un nuovo equilibrio con maggiore rapidità di quanto si potrebbe temere. Gli scandali pubblici otterrebbero molto meno interesse di quelli privati, perché ognuno sarebbe troppo impegnato a prevenire i suoi, prima di occuparsi di quelli altrui. E magari sarebbe talmente impossibile muoversi nella quantità di materiale esistente che, in breve, si stuferebbero tutti. In effetti, abbiamo scritto troppo.
Una tribù ugandese considera Dio onnipotente perché, secondo loro, il suo principale attributo sarebbe la capacità di “scrivere tutto”. Allora, tra le tante accuse di hybris mosse verso l’uomo che, ormai, ha la presunzione di dare e togliere la vita ed essere come Dio, forse andrebbe aggiunta anche questa. Scrive tutto.
Una volta capitava solo agli scrittori di struggersi alla ricerca di un’idea di scrittura per qualcosa, oggi tutti hanno quel pensiero costante: cosa posso raccontare? Come posso far emozionare gli altri?
Ma sono tutti scrittori anche perché scrivere ormai equivale a portare a conclusione un testo. (Ancora una volta vale la pena di ribadire che lo dico senza alcuna connotazione negativa, ma come dato di fatto.) È saltato del tutto il tappo dell’autocritica, intesa come quella forma di imbarazzo che segnava fino a qualche anno fa la differenza tra scriventi e scrittori. E questa forma di imbarazzo è saltata perché le reazioni del pubblico hanno convinto (o illuso) tutti della propria capacità di produrre emozioni. Siamo tutti convinti di avere la capacità di suscitare emozioni negli altri attraverso la scrittura. Non perché figli, fratelli o amanti che scrivono e quindi capaci di suscitare emozioni in genitori, sorelle o coniugi che ci conoscono e ci leggono, ma proprio perché abili Scrittori, in grado di muovere il cuore di tutti. A chi ci conosce come a chi non ci conosce. Anzi, dopo averci letto, chi non avrebbe voglia di conoscerci?
Adesso pensate un attimo a quello che accade attorno a voi. Fino a pochi anni fa, osservare il mondo pensando a come trasformarlo nella scrittura era un’ossessione di pochissime persone. Solo poche persone vivevano la vita pensando a come plasmarla sulla pagina e quelle poche persone si differenziavano dal resto del mondo per via di quella ambizione. Spesso dedicavano la vita a quell’ambizione sfrenata, soffrivano per quell’ambizione ed erano subito riconoscibili per essa. Si pensava di qualcuno che “vivesse per scrivere” e solo quelli erano gli Scrittori. Si pensava, quasi, che quella ossessione li rendesse diversi da tutti altri. Oggi, invece, tutti gli altri non ci sono più, perché capita a tutti (o quasi, vabbè) di vivere immaginando come raccontare ciò che c’è intorno. Tutti osservano il mondo pensando a come potranno raccontarlo. Ascoltano una frase detta dai figli, guardano un film alla tv, leggono un titolo di un giornale, trovano una cartaccia per terra, ascoltano una frase sbagliata in un bar, restano senza aria condizionata in treno, assaggiano una pizza buonissima, assaggiano un sushi cattivissimo, vedono una bella mostra, esultano per una squadra di calcio, scorgono un cartello buffo, notano un errore di grammatica… e tutti pensano immediatamente a come potranno raccontarlo. Una volta capitava solo agli scrittori di struggersi alla ricerca di un’idea di scrittura per qualcosa, oggi tutti hanno quel pensiero costante: cosa posso raccontare? Come posso far emozionare gli altri? Come posso farli ridere, piangere, stupire, intenerire, riflettere, rimanere a bocca aperta, dispiacere o sorprendere?
Una delle risposte più comuni a questa domanda è: racconto cosa emoziona me, infatti, non si può non notare che, negli ultimi anni, sia in atto una tendenza a raccontarsi che coinvolge tanto la letteratura edita su carta quanto la letteratura dei social network. Se, fino a qualche anno fa, una delle prime regole della scrittura era non dire “io soffro”, perché “io soffro” è una frase che non trasmette nulla, oggi abbiamo molta più fiducia che “io soffro”, condita bene ovviamente, susciti realmente emozione. Perché abbiamo molta più fiducia che gli altri sentano quell’io come un corpo in carne e ossa, non come un io puramente letterario. Oggi, che la nostra presenza è molto più credibile, perché ne diamo prova continua, dire “io” è molto più “io” di qualche anno fa. Quando l’io era solo un pronome su carta senza corrispondenza con la realtà. Oggi l’io ha una corporalità coadiuvata da una presenza costante, continuamente dimostrata e dimostrabile. Vediamo le foto di questo io e ne conosciamo i movimenti, lo vediamo con gli amici e al mare, sappiamo quali abiti acquista, cosa lo fa ridere e cosa lo fa incazzare. Per questo quando lo Scrittore scrive “io soffro” gli crediamo di più di quando “io soffro” lo leggevamo giusto su un foglio.
Leggiamo cosa dice Milan Kundera nel Sipario: «Dopo una serata mondana trascorsa in presenza di Madame Arnoux di cui è innamorato, Frédéric dell’Educazione sentimentale, inebriato dal suo futuro, torna a casa e si ferma davanti a uno specchio. Cito: “Si trovò bello – e rimase un minuto a guardarsi”. “Un minuto.” In questa precisa misura temporale, c’è tutta l’enormità della scena. Frédéric si ferma, si guarda, si trova bello. Per un minuto intero. Senza muoversi. È innamorato, ma non pensa a colei che ama, sedotto com’è da se stesso. Si guarda allo specchio. Ma guardandosi allo specchio non si vede (come lo vede Flaubert). È chiuso nel suo io lirico e non sa che la tenue luce del comico si è posata su di lui e sul suo amore. La conversione antilirica è un’esperienza fondamentale nel curriculum vitae del romanziere; distolto lo sguardo da se stesso, egli si vede d’un tratto a distanza e si stupisce di non essere quello che credeva. Dopo questa esperienza, saprà che nessuno è quel che crede di essere, che il malinteso è diffuso, elementare, e proietta sulle persone (ad esempio su Frédéric impalato davanti allo specchio) la tenue luce del comico».
Il mondo in cui viviamo ha convinto tutti che raccontare la propria gioia o la propria sofferenza sia il modo più immediato per accedere alla porta che conduce alla gioia e alla sofferenza altrui.
Non sarà che il successo della forma memoir o dell’autofiction o come volete chiamarla, negli ultimi anni, non sia dovuto anche al fatto che questa conversione antilirica non appare più irrinunciabile allo Scrittore? La tendenza della Letteratura edita e la scrittura online ci raccontano, infatti, di un atteggiamento mutato verso questo “lirismo”. Mentre Flaubert ci mostra Frédéric da fuori, a moltissimi Scrittori di oggi interessa raccontare cosa Frédéric avesse in mente mentre si guardava in quel minuto lunghissimo. Perfino quando sono loro stessi il Frédéric della scena. Anzi, sono talmente ansiosi di descrivere cosa avesse in mente Frédéric, di dire che loro sono come Frédéric, che non avvertono il comico della scena. Possono perfino pensare che Kundera si sbagli e che nella scena non ci sia nulla di comico. Che l’antilirismo non sia necessario per raccontare, anzi il lirismo serva, perché il lirismo smuove le reazioni vere, viscerali, il lirismo è l’anima della letteratura, mentre l’antilirismo è freddo.
Come se Kundera potesse sbagliare! Ovviamente in quel brano Kundera analizza i capolavori del romanzo otto-novecentesco senza esprimere regole valide in assoluto e, men che meno, profezie sui generi letterari del futuro. Ma involontariamente ci avverte che il mondo in cui viviamo – dove la percezione del corpo altrui è radicalmente cambiata perché sentiamo i corpi se non più vicini, di sicuro più raggiungibili, con sempre meno gradi di separazione, e ogni esperienza più vicina alle nostre, e dove tendiamo a ridurre anche le esperienze più lontane nel tempo e nello spazio come simili alle nostre – ha convinto tutti che raccontare la propria gioia o la propria sofferenza sia il modo più immediato per accedere alla porta che conduce alla gioia e alla sofferenza altrui. E che questa vicinanza e questo bisogno di vicinanza mai sazi hanno convinto anche tutti di essere scrittori.
Arnaldo Greco
Nasce a Caserta e vive a Milano, dove lavora per la tv. Ha scritto per Il Venerdì, IL, Rivista Studio, Il Post, Il Mattino.
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