Non solo la politica, ma anche l’economia. I meme hanno conquistato, un po’ per ridere ma con effetti drammaticamente seri, i mercati finanziari, dando slancio e visibilità al mondo delle cryptovalute. Per il rischio di molti e la gioia di pochi.
Questo articolo è apparso per la prima volta su LINKNUMERO 31 -Chi controlla i meme controlla il mondo? delnovembre 2025
L’architettura dell’economia contemporanea è piena di interstizi e pareti cave, di illusioni prospettiche e anamorfismi. In uno dei più influenti – ma meno conosciuti – fra i suoi muri perimetrali, le strategie d’investimento passano per un placido cane di razza Shiba Inu, la rivendicazione orgogliosa di acronimi come “Hodl” e la convinzione che un contenuto virale possa ambire a sostituire le trimestrali. È il mondo delle meme coin, ed è molto più serio di quanto possa sembrare a prima vista. Nate per quella solita miscela di scherzo e nichilismo che popola i sottoboschi nerd della cultura web, le criptovalute fondate sulla memetica hanno preso in tempi rapidi la via del mercato reale, alimentate da community iperattive, investitori giovani o giovanissimi, e un linguaggio che si nutre di sarcasmo, simboli da iniziati e un certo furore da cupio dissolvi. In un ecosistema in cui tutto è esagerazione, parodia o provocazione, l’ironia non è solo un paradigma comunicativo, ma finisce per dettare le regole del gioco. Il problema comincia quando questa grammatica del disincanto viene presa troppo sul serio. Cosa succede quando il meme non è più un meta-commento sulla finanza, ma la finanza stessa? È quello che è accaduto con il caso capostipite di questo filone, quello di Dogecoin: la moneta che ha fatto ridere Wall Street, finché non ha cominciato a spaventarla. Ma è ciò che è accaduto – anzi, che sta accadendo – anche con centinaia di altri token generati dal nulla, sostenuti dal soft power scanzonato dei meme, e non di rado promossi con la nonchalance di un’inserzione su X o TikTok.
Per comprendere le dimensioni del fenomeno è bene allargare l’obiettivo, perché il contesto in cui opera non è neutro. Un’intera generazione si è affacciata al mondo della finanza in un momento in cui le istituzioni si mostravano fragili, le promesse di una qualche stabilità economica infrante, e i mercati finanziari tradizionali progressivamente inaccessibili. Ed è qui che l’umorismo virale fa da supplente, riempiendo uno spazio educativo e sociale che un tempo spettava ad altri. Se a questo quadro si aggiunge il dato di svolta fondamentale degli ultimi anni, e cioè quello che ha visto un sistema costruito sui meme finire nelle mani della comunicazione disintermediata di leader politici e capi di Stato, il passo tra situazionismo satirico anti-sistema e propaganda istituzionale si fa pericolosamente breve. Nella grande costruzione della finanza internazionale sono state edificate piattaforme che permettono a chiunque di lanciare la propria moneta-meme nel giro di pochi minuti. E se da un lato questo può sembrare un sano, persino democratico esercizio di libertà creativa finanziaria, dall’altro il risultato ricorda da vicino un casinò iperconnesso dove le fiches sono file con nomi buffi. La domanda non è solo perché queste monete – e il sottobosco che le sostiene – siano arrivate lontano, conquistando buona parte del mondo. Ma anche e soprattutto a chi parlano e che tipo di cultura lasciano dietro di sé.
Qui una volta era tutto Dogecoin
Questa storia inizia come iniziano quasi tutte le cose su internet: con una battuta che sfugge di mano. È il 2013 e un programmatore australiano di Adobe, Jackson Palmer, decide di prendere due cose che vanno forte online – il Bitcoin e il meme di un’immagine di un cane di razza Shiba Inu, accompagnata da un testo in Comic Sans che gli fa esprimere i suoi pensieri in un inglese maccheronico – per crearne un ibrido. Nasce così il Dogecoin: una criptovaluta dichiaratamente inutile, pensata per prendere in giro il corso finanziario del momento. Nel giro di qualche anno, però, Dogecoin risulterà capitalizzata per decine di miliardi: il mercato, insomma, ha riso alla battuta e poi ha iniziato a comprare in massa.
Qualsiasi personaggio che abbia fatto almeno un giro da protagonista sul circuito di 4chan poteva, potenzialmente, diventare una criptovaluta.
Dopo anni di mutevoli fortune e un’espansione inesauribile nella cultura online, a rendere il gioco del meme finanziario per eccellenza ancora più serio è stato uno degli uomini più ricchi del mondo: Elon Musk. Tra il 2020 e il 2021, l’ex braccio destro di Donald Trump ha cominciato a twittare regolarmente su Dogecoin, contribuendo in modo sostanziale alla generazione di un momentum che ha trasformato lo scherzo in un asset da miliardi di dollari. Il 4 febbraio 2021, Musk ha twittato semplicemente “Dogecoin is the people’s crypto”, “la criptovaluta del popolo”, e con quel solo gesto ha innescato un rally immediato del 50% sul prezzo del token. Poi è tornato a parlarne il mese successivo, annunciando di volerlo portare “literally To The Moon” (“letteralmente sulla Luna”, ma To The Moon nel gergo di Bitcoin è anche l’espressione che designa l’affermazione trionfale della criptovaluta sul mercato finanziario) con SpaceX. Il tutto condito da meme photoshoppati in cui Musk stesso figurava come il “DogeFather”.
L’apparizione di Musk al Saturday Night Live a maggio dello stesso anno – un evento che, per paradosso, era attesissimo dalle community crypto – ha segnato il picco e la conseguente esplosione della bolla. Nel suo sketch, Musk ha definito Dogecoin “a hustle” (“una fregatura”), e in pochi minuti la criptovaluta ha perso oltre il 30% del proprio valore. E il mercato che aveva scommesso sulla sua legittimazione si è trovato di fronte a una burla da milioni di dollari di perdite. Il caso Musk con Dogecoin è paradigmatico anche in questo senso: ha mostrato con chiarezza che in questo mondo non serve un piano industriale, né un’infrastruttura tecnologica. Bastano un account X, una community variamente suggestionabile e un miliardario che si diverte a scherzare con il fuoco. Dopo Dogecoin, comunque, si sono aperte le cateratte: l’imitazione è diventata il nuovo standard memetico aureo. Nel giro di poco tempo sono nate Shiba Inu, Baby Doge, Pepe Coin, Wojak. Non valute in sé e per sé, ma tentativi di monetizzare ogni brand memetico affermato esistente. Qualsiasi personaggio che abbia fatto almeno un giro da protagonista sul circuito di 4chan poteva, potenzialmente, diventare una criptovaluta. Senza white paper, senza use case: l’unico requisito finanziario è aver generato engagement nei forum frequentati dai possibili investitori. Dietro questa proliferazione incontrollata ci sono un’estetica – e un’etica – ben precise, e meno banali di quel che sembrano. Le meme coin non si limitano a cavalcare l’umorismo anti-establishment della rete: lo codificano, lo standardizzano e lo monetizzano. Non sono devianze del mercato, insomma, ma la sua immagine restituita da uno specchio deformato. Le community che lo animano parlano un linguaggio solo in apparenza caotico; in realtà è tutto strutturato: gerghi specialistici, rituali rodati, ironia stratificata inaccessibile agli esterni. Un ecosistema che mescola i codici del forum con quelli della speculazione più bieca, in cui la cultura memetica è tanto content quanto infrastruttura. Il risultato è una borsa parallela, gestita da tribù digitali che si scambiano asset come se fossero gif animate. Perché in fondo, chi può dire che non lo siano per davvero?
Memer alla conquista del mainstream
La comunicazione, nel mondo delle criptovalute, non passa per i bollettini di Bloomberg o gli articoli dell’Economist, ovviamente. Il canale principale è X, l’ex Twitter, che dopo essere stato rilevato da Musk è diventato la meta più gettonata della crypto-sfera, e dove i listini borsistici possono assumere la forma di un thread con lessico post-ironico fatto di meme accelerazionisti, slang da gaming e citazioni della sempre più discussa manosfera. Chi acquista lo fa for the lolz, per divertimento ritualizzato; chi vende diventa rapidamente paper hands, un mani di carta (al contrario, chi tiene duro davanti alle oscillazioni sismiche tipiche di queste monete può essere detto un diamond hands, ma anche giga chad se lo fa con ostentazione virile). I rug pull – cioè le truffe in cui i fondatori spariscono con il denaro raccolto “pompando” un token inesistente – non sono più uno scandalo, ma una feature del sistema. Dove una volta c’era il prospetto informativo ora c’è la Fomo (acronimo di Fear Of Missing Out, letteralmente: il timore di perdersi qualcosa), una forza oscura sempre in agguato, alimentata da video che promettono moltiplicazioni bibliche del capitale in tempo record. Il meme non è solo una forma comunicativa, insomma: è uno strumento di legittimazione. Serve a rendere desiderabile, condiviso, persino cool un progetto che, sulla carta, non ha nulla da offrire. A costruire una narrazione collettiva dove chi investe non è un ingenuo, ma un insider di un gruppo di iniziati. E dove l’ironia protegge sempre dalla responsabilità: se va male, d’altronde, si può sempre dire che era soltanto un gioco. Senza contare che, come si accennava, la politica internazionale si è gettata a peso morto nel bacino controculturale delle meme coin. E l’ha fatto dai vertici delle più prestigiose istituzioni globali, quelle che fino a poco tempo fa avremmo faticato ad associare a forum popolati da giovanissimi tendenzialmente in rotta col mondo. Nel gennaio 2025 ha visto il lancio di $Trump, criptovaluta ufficialmente approvata e promossa dallo stesso Donald Trump. Inizialmente annunciata da alcuni canali affiliati al suo entourage, è stata poi definita dal presidente sui propri social “l’unica meme coin ufficiale di Trump”. Il logo rappresenta una sua caricatura con il pugno alzato, e due entità controllate direttamente dalla Trump Organization possiedono l’80% dei token, con un piano di rilascio graduale spalmato su tre anni. Il valore del token ha avuto un incremento del 300% in pochi giorni, raggiungendo una capitalizzazione di mercato superiore ai 13 miliardi di dollari e piazzandosi tra le prime 20 criptovalute mondiali. A pochi giorni dal suo ritorno alla Casa Bianca, insomma, il neo presidente degli Stati Uniti ha optato per un’operazione simpatia indirizzata ai suoi supporter crypto bros, uomini giovani e tendenzialmente di idee reazionarie, premurandosi di farli sentire rappresentati anche nel campo delle meme coin.
Ma anche più a sud, in Argentina, le meme coin sono arrivate dritte nei palazzi del potere nazionale. Il 14 febbraio il presidente Javier Milei ha promosso sui suoi canali social ufficiali la criptovaluta $Libra, presentandola come un’iniziativa privata volta a stimolare l’economia nazionale attraverso investimenti in piccole imprese. Il valore del token è salito rapidamente – in meno di un’ora – da 0,000001 dollari a 5,20, per poi crollare a 9 centesimi nel giro di poche ore. Circa 74.000 investitori hanno subito perdite finanziarie significative, mentre i creatori del token ci hanno guadagnato 87 milioni di dollari. Hayden Mark Davis, imprenditore americano che ha lavorato come consulente del governo argentino, ha detto di aver concordato la campagna promozionale di $Libra direttamente con il team di Milei, il quale però dopo il crollo del token ha deciso di rimuovere il suo endorsement, spiegando di non sapere abbastanza del progetto. Il crollo della meme coin dell’istrionico presidente argentino ha scatenato una tempesta politica comprensiva di commissioni parlamentari ad hoc e diverse denunce contro Milei, accusato di frode e abuso d’ufficio.
Pompa e scappa
Ancora più esplicito è il caso di Pump.fun, piattaforma basata sulla criptovaluta Solana che consente a chiunque — ed è un termine da intendere in senso letterale: chiunque — di creare una criptovaluta-meme in pochi clic. Il sito si presenta come un rivoluzionario strumento di democratizzazione finanziaria, ma la realtà è più torbida. A marzo, un gruppo di investitori ha intentato una class action accusando la piattaforma di incentivare schemi di pump & dump mascherati da “performance artistiche”: Pump.fun e i suoi fondatori avrebbero promosso e venduto titoli non registrati sotto forma di meme coin, violando le leggi statunitensi. Le denunce affermano che la piattaforma ha facilitato schemi di pump-and-dump, ovvero “pompaggio” di un token – tramite costruzione artefatta di hype sui social, nei forum e nelle community crypto – per poi fuggire con il bottino una volta che si è lucrato sulla viralità, generando crolli di valore e conseguenti perdite finanziarie significative per gli incauti investitori.
L’ambiguità è funzionale: permette di attrarre capitali senza offrire garanzie, e di difendersi in tribunale con varianti giurisprudenziali della frase-manifesto dell’era post-ironica: “bro, era solo un meme”.
Le autorità, per ora, rincorrono. La posizione della Sec statunitense sulle meme coin allo stato attuale è, nella migliore delle ipotesi, una cortina di fumo giuridico. Tecnicamente, molte di queste criptovalute non rientrano nella definizione di “security” secondo l’Howey Test (il criterio usato negli Stati Uniti per stabilire se un asset finanziario debba essere regolamentato): non promettono dividendi, non rappresentano quote societarie, non sempre hanno un’organizzazione riconoscibile dietro. Ma se vengono vendute con claim aggressivi? Se raccolgono milioni in prevendita e poi svaniscono dopo il classico pump & dump? Se la roadmap promette “ricavi passivi” o “rendimenti moltiplicati”? In questi casi, il quadro si complica. Alcune corti federali – come nelle class action contro Pump.fun – hanno iniziato a valutare l’idea che le meme coin possano, in certi contesti, configurarsi come titoli finanziari non registrati. Il risultato è una giungla semantica: una moneta che “non è un investimento” finché non causa perdite, ma anche un progetto artistico finché non finisce in aula. Per i creatori di queste coin, si tratta della zona grigia perfetta. Per chi ci mette i soldi, invece, diventa spesso un incubo. Le prime class action sono state avviate, sì – e alcune poggiano su accuse tutt’altro che lievi: manipolazione del mercato, truffa, assenza di disclosure – ma in un contesto dove tutto è stato presentato come pseudo-scherzo di una cricca di persone che passano troppo tempo online, distinguere tra ironia e dolo diventa più complesso del previsto. L’ambiguità è funzionale: permette di attrarre capitali senza offrire garanzie, e di difendersi in tribunale con varianti giurisprudenziali della frase-manifesto dell’era post-ironica: “bro, era solo un meme”.
Crypto-uomini soli
Dietro la facciata colorata dei meme e il gergo internettiano si nasconde un sistema che parla a una platea definita: legioni di giovani uomini socialmente emarginati, spesso nativi digitali, immersi in una cultura online che mescola ironia, cinismo e un diffuso senso di precarietà esistenziale, che non di rado si sostanzia in un odio cieco per il genere femminile, per le istanze dell’inclusione e per l’etichetta del politicamente corretto. Come osserva uno studio del politologo Dan Cassino, c’è una relazione stretta tra l’estetica delle meme coin e le retoriche proprie della manosfera. Non è un caso che termini come Giga Chad e redpill siano perfettamente interscambiabili tra i thread finanziari su X e i forum dell’alt-right. L’investimento diventa una forma di performatività virile, dove “hodlare” una coin significa resistere al caos con lo stesso fervore con cui si combatte contro le bugie del mainstream globalista e femminista. In fondo a tutto, sembra di poter scorgere il barlume di un recondito desiderio di controllo. In un sistema che ha tolto certezze, le meme coin offre almeno l’illusione della partecipazione: un modo per sentirsi protagonisti, anche se in un gioco truccato alla base. Come osserva Evgeny Morozov nel suo saggio To Save Everything, Click Here, la cultura digitale tende a ridurre anche i meccanismi di dissenso a gesti estetici ripetibili: “l’ironia non è più una forma di resistenza, ma un formato di consumo”. E può diventare rapidamente anche una sorta di anestesia collettiva, per prendere parte a qualcosa senza doversi prendere necessariamente sul serio. L’ironia diventa uno spazio affettivo, non solo estetico. Il che spiega perché, anche dopo aver perso migliaia di dollari, molti rimangono nel giro: quello è il loro meme, e abbandonarlo significa tradire la propria identità. Un recente paper sottolinea come la proliferazione delle meme coin sia legata a una percezione distorta del rischio tra gli investitori retail più giovani, spesso abituati a vedere ogni evento online come parte di una narrazione condivisa (e, di conseguenza, emotivamente neutra). Quando la borsa è un gioco, la perdita non è una tragedia, ma al massimo un plot twist. Le meme coin, nate per ridere del mercato finanziario, hanno finito per replicarne le logiche peggiori: si arrogano la rivoluzione, ma portano acqua al mulino delle istituzioni; parlano di libertà, ma offrono volatilità; promettono partecipazione, ma arricchiscono pochi memer senza nome. Eppure non possiamo più ignorarli: parlano di una crisi reale di fiducia, di accesso, di rappresentazione che va ben oltre i confini delle nicchie del web. Per occuparsene, serve qualcuno capace di insegnare l’economia a chi guarda il mondo nei panni di un Wojak.
Davide Piacenza
Scrive di attualità e cultura. Ha lavorato nelle redazioni di Rivista Studio, Forbes e Wired. La sua newsletter Culture Wars racconta e analizza ogni settimana i casi in cui i nuovi codici sociali e i discorsi intorno al politicamente corretto riplasmano il mondo in cui viviamo.
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