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Narrazioni

Perché film e serie non sanno raccontare il cambiamento climatico

Prima di Greta Thunberg c’è stato Waterworld. Un racconto di finzione che, pur fallimentare, ha provato a raccontare un mondo che cambia. Ma la climate fiction è ancora soltanto all’inizio.

Si calcola che dal 1880 a oggi il livello medio degli oceani sia aumentato di circa 26 centimetri, e che di qui alla fine del secolo la cifra potrebbe toccare il metro, nel frattempo alcune grandi città costiere stanno già iniziando a sprofondare. Una delle ricadute attualmente visibili del riscaldamento globale è l’innalzamento del livello dei mari, dunque ci si aspetterebbe di ritrovare riflessi di questa crisi nei film e nelle serie tv più recenti. Eppure, passando in rassegna i titoli usciti negli ultimi trent’anni, il solo che ha affrontato di petto la questione è Waterworld, rutilante action movie del 1995 ambientato in un mondo sommerso dall’acqua, che tende a comparire nelle liste dei più rumorosi flop della storia piuttosto che in quelle dei film di “climate fiction” (termine mutuato da “science fiction” per indicare le storie a sfondo climatico).

Oggi, a quasi venticinque anni dall’uscita nelle sale, Waterworld appare meno strampalato di quanto fosse risultato all’epoca: dopotutto, un mondo in cui l’acqua è allo stesso tempo un bene di scarsità e una minaccia non è poi così diverso da quello in cui ci stiamo abituando a vivere. Con questo non intendo dire che lo sfortunato baraccone della strana coppia Kostner-Reynolds possa essere ritenuto profetico, perché dal punto di vista strettamente scientifico Waterworld era e resta un’accozzaglia di trovate sconclusionate e del tutto irrealistiche. A cominciare dalla premessa, ossia che tutti i ghiacciai e le calotte polari della Terra si siano sciolte innalzando il livello dei mari fino a inghiottire l’intera civiltà umana: se davvero tutto il ghiaccio si sciogliesse, avremmo un aumento massimo del livello degli oceani di 65 metri, e questo non basterebbe nemmeno a bagnare le caviglie ai milanesi (Milano è a 120 metri sul livello del mare), figurarsi a inabissare ogni continente. A livello di worldbuilding, però, Waterworld è tutt’altro che campato per aria: c’è un’umanità stremata che ha imparato a riciclare l’acqua (cosa che sta succedendo), ci sono città galleggianti organizzati come atolli (qualcuno le sta già costruendo), la terra è diventata più rara e preziosa dell’oro (e oggi la sabbia sta progressivamente sparendo da alcune zone), inoltre il mondo tratteggiato ha un aspetto vecchio, corroso dalla salsedine, sbiadito in un marroncino uniforme che spicca solamente grazie al contrasto con il blu onnipresente dell’oceano.

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Waterworld

Un baraccone premonitore

Ma per rendersi conto che Waterworld non è solo un baraccone circense pieno di fuochi d’artificio basta concentrarsi sulle scene in cui compaiono gli Smokers, bonificandole dalla patina demenziale che le contraddistingue. A un certo punto il Diacono, capo degli Smokers, passa in processione in mezzo a una folla esultante e distribuendo manciate di sigarette urla: “La crescita è progresso!”. Ascoltare questa frase in un film dove i cattivi sono una banda di belluini adoratori dei combustibili fossili e dei motori a scoppio, barricati in una nave petroliera chiamata Exxon Valdez, a più di vent’anni di distanza, mi ha fatto rendere conto che probabilmente abbiamo più strumenti ora per cogliere l’intento satirico sotteso alla pellicola di quanti ne avessimo allora. Il Diacono continua a invocare “San Joe”, un improbabile protettore che ha i connotati del più profano ed esistente Joseph Hazelwood, capitano dell’omonima petroliera che nel 1989 si incagliò su una scogliera riversando 41 milioni di litri di petrolio nel Golfo dell’Alaska. Hazelwood era accusato di essere ubriaco al momento dell’impatto, e non a caso il Diacono viene mostrato spesso con una bottiglia di Jack Daniel’s in mano. Al tempo l’ironia era chiara, e poteva strappare qualche sorriso, oggi ha una carica allegorica più evidente: i pochi superstiti della specie umana si sono organizzati a vivere su atolli artificiali galleggianti, riciclando acqua potabile, dedicandosi al baratto e alla coltivazione di poche piante selezionate, e questi predoni dei mari continuano a bruciare petrolio nella convinzione di raggiungere una terra promessa in cui si sollazzeranno nell’abbondanza.

A voler seguire l’arco della parabola, è facile individuare punti di contatto con la situazione presente, in cui da un lato c’è la stragrande maggioranza degli scienziati, e una porzione sempre più consistente delle persone che vivono in zone dove gli effetti del riscaldamento globale sono già visibili, che concorda nel dire che è necessario un cambio di rotta deciso; dall’altro c’è chi preme sull’acceleratore cercando di approfittare degli effetti a breve termine del cambiamento climatico, accrescendo ulteriormente le tensioni fra le varie aree del mondo. È una delle rare situazioni in cui, di fronte a un nemico comune, i popoli accentuano addirittura la guerra tra loro. La frase “la crescita è progresso” suonava neutrale nel 1995, ma oggi ha una chiara connotazione politica: se ci troviamo in questa situazione è proprio perché abbiamo privilegiato la crescita come unico parametro. La nazione il cui PIL non cresce è in recessione, l’azienda che non aumenta il fatturato sta in cattive acque, ma un mondo con risorse esauribili in cui la produzione di ricchezza e beni materiali cresce senza sosta è destinato al collasso. Vedere Dennis Hopper pronunciare questa frase in un film così datato produce lo stesso effetto straniante di ascoltare Thorn (Charlton Heston) in 2022: i sopravvissuti (1973) che si lamenta di come Sol (Edward G. Robinson) non faccia che ripetere: “Sembra di stare in un forno, finiremo tutti arrosto prima o poi”. Il film è ambientato in una New York sovrappopolata, 30 milioni di abitanti oppressi da un’eterna estate in un mondo devastato dall’inquinamento. Anche in questo caso, quella che in origine era una frase neutra, persino didascalica, assume oggi un’altra valenza, perché un mondo stravolto dal caldo in cui ancora si parla di riscaldamento globale come un orizzonte futuro assomiglia in modo spiazzante al nostro.

Negli ultimi vent’anni, complice anche il progressivo e ormai innegabile inasprimento delle condizioni climatiche, sul fronte letterario la narrativa a sfondo climatico è rapidamente uscita dalla nicchia in cui si era sviluppata. Non si può dire lo stesso del cinema e della televisione.

L’impatto delle narrazioni

Negli ultimi vent’anni, complice anche il progressivo e ormai innegabile inasprimento delle condizioni climatiche, sul fronte letterario la narrativa a sfondo climatico è rapidamente uscita dalla nicchia in cui si era sviluppata. Non si può dire lo stesso del cinema e della televisione. Prendiamo i titoli generalmente associati al cambiamento climatico usciti negli ultimi anni, come Snowpiercer, Interstellar, The Day after Tomorrow. C’è una cosa che li accomuna tutti, ed è che la cornice è sempre rigorosamente futuristica, e sempre rigorosamente apocalittica. Colpa in gran parte della falsa credenza per cui il modo migliore per sensibilizzare le persone sul cambiamento climatico sia spaventarle, e che il modo migliore di incutere questa paura sia architettare storie coinvolgenti ambientate in futuri prossimi devastati dall’effetto dell’attività umana sul clima. Ad alimentare la convinzione, a volte, è intervenuta la scienza stessa: in uno studio del 2004, Anthony Leiserowitz dello Yale Program on Climate Change Communication ha analizzato l’effetto in tempo reale sul pubblico del film The Day after Tomorrow (da qui in avanti Day after), in cui gli effetti del riscaldamento globale finiscono paradossalmente per calare una coltre di ghiaccio sulla terra. L’equipe di ricercatori ha fatto un sondaggio prima e dopo la proiezione del film nelle sale, e ha rilevato come le persone che avevano visto il film fossero più inclini a modificare il comportamento per ridurre l’impronta ecologica, a parlare con gli amici di cambiamento climatico e a considerare questa tematica al momento di votare per un candidato politico. “Non è possibile sperimentare direttamente il riscaldamento globale”, ha dichiarato Leiserowitz. “Si tratta di una costruzione astratta. Gli scienziati hanno raccolto dati e temperature per molti decenni e noi abbiamo accolto questi dati attraverso il nostro cervello analitico. Il che è importante, certo, ma il film ha una storia”.

Qui Leiserowitz riesce allo stesso tempo a centrare e a mancare il bersaglio. Perché è vero, le storie ci offrono un mezzo immersivo unico per comprendere la stratificata complessità della questione, ci forniscono un arco narrativo che siamo abituati a percorrere e, di fatto, rendono allettante un tema che altrimenti rischierebbe di raccogliere solo sbadigli; non è però vero che il riscaldamento globale non sia direttamente sperimentabile. Oggi, in molte parti del mondo, ci sono persone che stanno già vivendo in prima persona la ricaduta del cambiamento climatico antropogenico, basti pensare al fatto che la città di Giacarta sta affondando a un ritmo tale che il governo indonesiano si sta organizzando per costruire una nuova capitale. Poiché questi cambiamenti sono avvenuti nell’arco di vent’anni, molti sono in grado di ricordare come fosse il mondo prima che l’equilibrio cominciasse a incrinarsi. La climate fiction a cui il cinema ci ha abituati sembra ignorare questi scenari, per costruirne di più rumorosi e fittizi, nella speranza irragionevole speranza che un orizzonte terrificante ci indurrà a rallentare o addirittura a invertire la rotta. In realtà, quello che è chiaro è che questo tipo di scenari ha ottenuto un altro duplice effetto: quello di paralizzare il fruitore (il problema è troppo grosso per essere affrontato, siamo spacciati) e di renderlo incredulo (sono vent’anni che ci dicono che il mondo brucerà ma io continuo a svegliarmi con gli uccellini che cantano in primavera).

Lo studio di Leiserowitz è interessante, ma incompleto: è vero, un film come Day after può generare una reazione virtuosa; ma cosa succede quando quindici anni dopo ci troviamo in una situazione molto diversa da quella descritta in questi film? Quanto possiamo titillare il dispositivo che induce uno spettatore a sviluppare paura, prima di desensibilizzarlo? In sostanza: quanto possiamo urlare “Al lupo, al lupo!” prima di condannarci a una pericolosa incredulità? A furia di presentare scenari futuri estremi e apocalittici, si è ottenuto di abituare lo spettatore all’idea che sì, il cambiamento climatico è un tema importante, ma le storie proiettate su schermo sono probabilmente delle calcate allegorie volte a far passare il messaggio. A peggiorare la situazione c’è il fatto che molti film, come Day after, presentano uno scenario scientifico implausibile, e non è un caso se ricerche come quella di Leiserowitz hanno dimostrato che molte persone sono uscite dalla sala più allarmate, certo, ma anche più confuse di prima.

La transizione non è mai mostrata, se non sotto forma di cataclisma. Non c’è troppo da stupirsi: una città invasa dall’acqua presenta potenzialità scenografiche e narrative allettanti per un cineasta, una città costretta a sollevare le proprie strade di un metro (come sta accadendo a Miami Beach) molto di meno.

Una fase di transizione e attesa

Oggi ci troviamo in una fase di transizione tra il mondo che il cinema si è abituato a fotografare dalla sua nascita a oggi, e quello che ha imparato a proiettare nella sua tradizione speculativa: il mondo in cui viviamo non è la terra riarsa di Mad Max, e tantomeno la landa ghiacciata di Snowpiercer e Day after, ma è comunque un mondo in rapido cambiamento che richiede un’attenzione particolare. Molti dei film oggi ascritti nella categoria “climate fiction” obliterano questa fase di passaggio. Pensiamo a The Rover, a The Colony, a Into the Storm: la transizione non è mai mostrata, se non sotto forma di cataclisma. Non c’è troppo da stupirsi: una città invasa dall’acqua presenta potenzialità scenografiche e narrative allettanti per un cineasta, una città costretta a sollevare le proprie strade di un metro (come sta accadendo a Miami Beach) molto di meno. In compenso può essere un ottimo oggetto per un documentario (e infatti appare in Before the Flood di Fisher Stevens), e non è un caso se, a differenza di film e serie tv, i documentari climatici negli ultimi anni hanno registrato un’impennata.
Paradossalmente, nel frattempo, il problema climatico sta filtrando nelle sceneggiature delle pellicole meno realistiche: film molto diversi come Downsizing, Aquaman e gli ultimi due Avengers rendono conto della pressione che la questione climatica esercita sull’immaginario comune. Se si passa al realismo, però, le cose cambiano, così oggi la climate fiction si limita a inquadrare le esacerbazioni politiche e marginali di una crisi climatica (è il caso di La donna elettrica e First Reformed). Una lodevole eccezione è I re della terra selvaggia, ambientato in uno dei lembi di terra delle coste della Louisiana che sta rapidamente sprofondando. In una recensione critica su Interstellar, reo di aver presentato il problema climatico come una seccatura che impedisce all’uomo di esplorare lo spazio, Noah Gittell ha scritto: “Se Hollywood continua a inquadrare male il riscaldamento globale forse è per la stessa ragione per cui i politici non sono in grado di risolverlo. Perché le potenziali soluzioni al cambiamento globale non hanno una carica drammatica o un potenziale spettacolare. I pericoli derivanti dall’inazione sono terribili e molto cinematografici, le soluzioni sono prosaiche e noiose”. La climate fiction letteraria però sta dimostrando che è possibile creare archi narrativi coinvolgenti senza lasciare la questione climatica dietro le quinte. La sfida che il cinema e la televisione devono raccogliere, di qui ai prossimi anni, è proprio questa.


Fabio Deotto

Laureato in biotecnologie, è scrittore, traduttore e giornalista. Scrive di scienza e cultura per diverse testate. Ha pubblicato il libro Condominio R39 (Einaudi). Il suo ultimo romanzo è Un attimo prima (Einaudi).

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