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Guarda sereno, non è il tuo binge watching a causare la crisi climatica

Si parla sempre più spesso dell’impatto ambientale dello streaming. Ma, come spesso accade, c’è solo una parte di verità, e le soluzioni al problema, più che individuali, dovranno essere collettive.

Una falsa credenza si aggira per il mondo, palleggiata da negazionisti climatici in malafede e da persone comuni in buonafede, e cioè che lo streaming televisivo, varrebbe a dire tutte le ore che passiamo su Netflix e piattaforme affini, avrebbe un impatto drammatico sulla quota di emissioni che ogni giorno di più aggravano la crisi climatica. Lasciate che sgombri subito il campo dai dubbi: è una solenne balla. E non perché la recente esplosione dell’industria televisiva non abbia un costo in termini di emissioni di carbonio (ce l’ha, e pure piuttosto ingente), non perché un mondo sempre più interconnesso non incida sull’aumento di gas serra (incide, e pure tanto), ma perché nel computo delle emissioni totali legate a internet, lo streaming televisivo rappresenta una fetta minuscola.

Il peso climatico di internet

In questo momento, all’incirca il 60% della popolazione mondiale ha accesso a internet: questo significa che almeno 4,6 miliardi di persone ogni giorno utilizzano un dispositivo elettronico, sia esso un laptop, uno smartphone o una smart tv, per navigare e utilizzare servizi online. Se ci si sofferma a pensarci ci si rende conto di quanta energia, e dunque quante emissioni, comporti un uso della rete così massiccio: quella necessaria a fare funzionare i server e i data center, quella necessaria a fabbricare e quindi ad alimentare i dispositivi elettronici che utilizziamo per connetterci, quella necessaria a mantenere attive le reti wireless a cui ci allacciamo. Non stupisce perciò che l’utilizzo di internet, nel computo totale delle emissioni prodotte ogni anno dalle attività umane, sia piuttosto ingente: le varie stime oscillano tra il 3,7% e l’1,4% del totale. Una quantità che potrebbe essere (e sarà, si spera) ridotta dell’80% una volta completata la transizione alle energie rinnovabili. 

Parliamo di 1,7 miliardi tonnellate annue di CO2 equivalenti, e questo significa che ogni utente in media produrrebbe di 414 kg di anidride carbonica l’anno soltanto utilizzando la rete: in pratica l’equivalente delle emissioni prodotte guidando un’utilitaria per 2500 km. Ma attenzione, si tratta di un valore medio, che non tiene conto di come i vari utilizzi abbiano impatti nettamente differenti. Perché un conto è allacciarsi a internet per minare bitcoin (una pratica talmente costosa in termini energetici che ci sono nazioni, come il Kosovo e l’Iran, che l’hanno bandita perché ingestibile), un altro è fare ricerche su Google e inviare email. 

Quanto incide allora lo streaming?

L’abbiamo detto all’inizio, lo streaming televisivo ha un’incidenza sulla produzione di emissioni legate alla rete, ma molto inferiore a quanto verrebbe automatico aspettarsi. Per capire perché dobbiamo innanzitutto tenere conto del fatto che lo streaming tv richiede molta meno potenza di calcolo rispetto ad altre operazioni come le ricerche web, gli algoritmi di machine learning e quelli per la targetizzazione pubblicitaria. Ogni volta che facciamo partire un episodio di una serie, per dire, non stiamo chiedendo a un computer di effettuare ricerche complesse e di incrociare dati, ma semplicemente di accedere a un service dedicato, chiamato Content Delivery Network, dove sono archiviati i contenuti disponibili per lo streaming. Se a questo aggiungiamo i recenti progressi compiuti dai data center in termini di efficienza energetica, è facile capire perché lo streaming televisivo abbia un peso piuttosto ridotto nel computo generale del consumo energetico legato a internet. Parliamo di circa 0,077 kWh per ogni ora, un valore che naturalmente varia a seconda del dispositivo utilizzato.

Lo streaming tv richiede molta meno potenza di calcolo rispetto ad altre operazioni come le ricerche web, gli algoritmi di machine learning e quelli per la targetizzazione pubblicitaria. Ogni volta che facciamo partire un episodio di una serie, per dire, non stiamo chiedendo a un computer di effettuare ricerche complesse e di incrociare dati, ma semplicemente di accedere a un archivio.

Lo schermo utilizzato per accedere a un servizio streaming ha un impatto in termini energetici nettamente maggiore dello streaming stesso. Basti pensare che un televisore LED da 50 pollici consuma circa 5 volte più elettricità di un laptop, e circa 100 più di uno smartphone. Stando ai calcoli condotti da CarbonBrief, il 72% dell’energia consumata durante la visione di un episodio Netflix è imputabile allo schermo, il 23% alla trasmissione di dati, e solo il 5% ai data center. Considerando il costo in termini di emissioni della produzione elettrica globale attuale (ancora incardinata al comparto fossile), un’ora di streaming “costa” all’utente in media 36 grammi di CO2 equivalente, praticamente quanto consumerebbe un’utilitaria a percorrere 100 metri in piano; nell’ottica di una produzione energetica rinnovabile, questa quota potrebbe scendere al di sotto dei 2 grammi per ora di visione.

La questione va affrontata a livello produttivo

Chi si lamenta del costo ambientale dello streaming tv spesso tende a dimenticare una cosa ovvia, e cioè che produrre un film o uno show comporta molte più emissioni che trasmetterlo. Tra strumentazione, infrastrutture fisiche e digitali, trasporto di attrezzature e persone a volte su distanze molto lunghe, riprese e post-produzione, stando a un report pubblicato nella primavera del 2021 da Albert e intitolato “Video Shouldn’t Cost the Earth”, un’ora di produzione comporta 9,2 tonnellate di CO2 equivalente; per capirci, abbastanza per comportare lo scioglimento di circa 26 metri quadrati di calotta polare.

Il settore è in crescita, e la domanda sta aumentando, tanto che si prevede che nel 2022 l’82% del traffico internet sarà legato ai contenuti video. Non stupisce allora che molti stiano sviluppando strategie per ridurre l’impronta ecologica delle produzioni. La maggior parte dei player, naturalmente, si limita alle promesse, almeno per ora, e allora ecco che YouTube garantisce che raggiungerà la neutralità carbonica entro il 2030, Amazon entro il 2040, Netflix si sta dando da fare con la transizione alle rinnovabili e i carbon offset, la Bbc ha deciso che calcolerà l’impronta ecologica di ogni programma. Ma c’è anche chi sta pensando a come riconcepire alcuni passaggi del processo produttivo.

Poiché gran parte delle emissioni è legata agli spostamenti, una soluzione è limitarne il numero, questo significa non soltanto prediligere location uniche e manovalanza locale, ma anche trovare il modo di riutilizzare gli elementi scenografici e gestire buona parte del lavoro di editing e post-produzione da remoto. Quest’ultimo approccio si è diffuso in modo significativo negli ultimi due anni, anche grazie agli ostacoli produttivi posti dalla pandemia da Covid-19; ma si è reso ancora più manifesto il vero limite di questa scelta: la capacità di internet di gestire la mole di dati necessaria alla produzione video. 

Stando ai calcoli condotti da CarbonBrief, il 72% dell’energia consumata durante la visione di un episodio Netflix è imputabile allo schermo, il 23% alla trasmissione di dati, e solo il 5% ai data center. Praticamente quanto consumerebbe un’utilitaria a percorrere 100 metri in piano.

Un modo per risolvere il problema, e quindi ridurre l’impatto energetico di una produzione che venga parzialmente gestita da remoto, è affidarsi a sistemi cloud native, che consentono di trasferire il contenuto video registrato in tempo reale a una versione proxy più leggera sul cloud. Ciò consentirebbe di accedere al materiale di lavoro appoggiandosi a un’infrastruttura virtuale nettamente meno “pesante”.

Il problema non sono le tue abitudini da spettatore

Come abbiamo visto, lo streaming tv è già talmente poco carbon-intensive che per la maggior parte delle persone guardare un episodio di una serie con uno schermo da 50 pollici risulterebbe molto meno impattante che fare qualsiasi altra cosa (per esempio prendere l’auto per andare in un locale o un cinema distante più di 100 metri). Non solo, in futuro le cose potrebbero addirittura migliorare: innanzitutto perché si prevede una decarbonizzazione del comparto energetico; e in secondo luogo perché l’efficienza computazionale sta crescendo a un ritmo tale che la quantità di KWh necessari per un calcolo diminuiscono di circa 2,6 volte ogni due anni.

Il dibattito sulla necessità di moderare drasticamente il proprio consumo di materiale video, dunque, è decisamente pretestuoso. Ma non è un caso che continui a riemergere. Come per altri aspetti della nostra vita di consumatori, anche in questo caso c’è una chiara tendenza a rovesciare il problema climatico sulle scelte del singolo individuo, quando le vere misure necessarie sono di tipo strutturale e sistemico. Ho iniziato questo pezzo spiegando come questa narrazione fasulla sia palleggiata da negazionisti in malafede. Qualcuno potrebbe obiettare che a un negazionista, per definizione, non dovrebbero interessare le emissioni prodotte. Il punto è che i negazionisti climatici, da qualche tempo, non si concentrano tanto nel sostenere che il problema non esista (sarebbe controproducente, del resto, considerando che la stragrande maggioranza delle persone ormai crede nel cambiamento climatico), quanto nel diffondere l’idea secondo cui l’emergenza climatica sia in maggior parte colpa delle nostre abitudini personali e vada pertanto risolta a livello individuale (a chi volesse approfondire la questione, consiglio questo libro). È così che periodicamente spuntano studi e articoli che invitano a ridurre il tempo passato su internet, le ricerche eseguite su Google, e addirittura il numero di email inviate, quando nel computo generale delle emissioni stiamo parlando di quote ridicole.
Per avere un’idea di quanto le singole abitudini di consumo incidano sul problema climatico, è sufficiente pensare che il 70% delle emissioni prodotte ogni anno è imputabile a 100 multinazionali dell’industria fossile; che la metà delle navi che oggi galleggiano nelle acque internazionali è deputata al trasporto di idrocarburi; che ci sono compagnie aeree che fanno volare ogni anno migliaia di velivoli vuoti solo per non perdere gli slot; che il 15% delle emissioni annue totali derivano dalla sola estrazione e raffinazione di combustibili fossili. In petrolio, gas e carbone sono investiti ogni anno quasi 6000 miliardi di dollari, a volte dagli stessi capi di governo che poi ai summit internazionali si proclamano ambientalisti. Intendiamoci, imporsi una riduzione dei consumi non è sbagliato in sé; nei paesi occidentali sfruttiamo molte più risorse di quanto il pianeta sia in grado di generare, e questo è anche dovuto ai nostri sprechi ed eccessi. Ma pensare che le nostre abitudini online abbiano un peso determinante sul problema complessivo è una pia illusione, che spesso gioca a favore di chi ha tutto l’interesse a far sì che il problema non venga affrontato a monte.


Fabio Deotto

Laureato in biotecnologie, è scrittore, traduttore e giornalista. Scrive di scienza e cultura per diverse testate. Ha pubblicato due romanzi con Einaudi, Condominio R39 e Un attimo prima. Nel 2021 ha scritto il saggio L' altro mondo. La vita in un pianeta che cambia (Bompiani).

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