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Musica Pop

Cesare Cremonini, la popstar che visse due volte

Cantante dei Lunapop, poi solista ancora troppo adolescenziale, infine maturo protagonista del pop italiano: in vent’anni di carriera, Cremonini ha toccato la vetta, è caduto, è risalito.

Cesare Cremonini, finora, è stato popstar due volte. La seconda, adesso: una fase aperta dall’album La teoria dei colori (2012), con cui ha iniziato un’escalation fino a San Siro, mentre singoli come La nuova stella di Broadway, Logico#1 e Buon viaggio hanno staccato un pass per la nostra memoria collettiva recente. E, soprattutto, gli hanno garantito un consenso trasversale, per cui oggi il cantautore bolognese rappresenta quel pop “ben fatto” che parla e piace ai millennial e alle mamme, agli ascoltatori attenti e a quelli occasionali. E che la prossima estate tornerà a riempire gli stadi per festeggiare vent’anni di carriera: un privilegio che in pochissimi, in Italia, possono permettersi. La prima volta, invece, ai tempi dei Lùnapop – la band di cui era leader fra il 1999 e il 2001. Erano i tempi della spensieratezza di 50 Special, dei capelli tinti e delle ragazzine che urlavano ai live, quando, senza sapere bene come, in una manciata di mesi si era preso tutto con un pop adolescenziale e scanzonato. Eppure, proprio per la presunta natura effimera del successo, avrebbe scontato quell’exploit nei lavori solisti successivi.

Perché dal 2002 al 2010 è stata crisi: sciolta la band, Cremonini non riusciva a liberarsi dall’etichetta di autore “per ragazzine” nonostante procedesse in direzione più matura. Poi, a trent’anni, la svolta: quei trascorsi sono diventati imprescindibili per lo sviluppo di un pop adulto ma trasversale, personale ma non modaiolo. E la sua immagine, nel frattempo, è stata rivalutata anche da chi l’aveva snobbata, fino a portarlo nel gotha di quelle 3-4 popstar italiane intoccabili. Ma procediamo per gradi.

Il peccato originale

Nella primavera del 1999 Cremonini ha diciannove anni, e all’esame di maturità fa ascoltare 50 Special, primo singolo dei Lùnapop appena registrato. I cinque, coetanei, vengono dai locali di Bologna, e fra “casa e scuola” suonano un pop senza pretese già dal nome: un’unione fra il “romantico” della Luna e – appunto – il pop. A giugno cantano al Festival di San Marino, ma nessuna grande etichetta sembra accorgersene, così firmano per la piccola Universo. E succede l’inaspettato. 

50 Special, che per tutta l’estate era un ronzio, a settembre diventa tormentone e poi disco di platino. Merito di un ritornello killer, di un testo che chiunque imparerà a memoria, e soprattutto dell’aver coniugato in maniera spontanea due elementi caldi di fine millennio: le boyband e il brit-pop. Più che dei Queen, i Lùnapop sono discendenti degli Oasis, delle melodie distese, delle chitarre limpide ma non plasticose. E più che dei Pooh, sono la versione nostrana dei Backstreet Boys: sex symbol che fanno proprie le mode, il look e lo spirito del 2000. È un binomio, questo, ribadito dalla ballad Un giorno migliore, uscita a dicembre insieme all’unico album, …Squérez?, che vende un milione mezzo di copie e trasforma il gruppo in un fenomeno di costume.

Proprio per questi atteggiamenti e per l’estetica giovanile/giovanilistica, fuori dalle legioni di fan – soprattutto ragazze, su cui è evidente l’ascendente dei cinque – i Lùnapop stanno antipatici a molti, nonostante si intraveda già un talento compositivo raro. Come se fosse facile, del resto, scrivere a vent’anni un classico del pop come 50 special.

La vittoria del Festivalbar 2000 con la hit Qualcosa di grande è la conseguenza di questo, così come le scene di isteria collettiva ai live. Cremonini (che dei pezzi è unico autore, oltre che cantante) diventa un’icona, recita persino nelle pubblicità. E per due anni lo si trova ovunque: è esagerato, sopra le righe; ma soprattutto è spontaneo, come un qualsiasi ragazzo che nel giro di pochi mesi si è preso il pop. Eppure, proprio per questi atteggiamenti e per l’estetica giovanile/giovanilistica, fuori dalle legioni di fan – soprattutto ragazze, su cui è evidente l’ascendente dei cinque – i Lùnapop stanno antipatici a molti, nonostante si intraveda già un talento compositivo raro. Come se fosse facile, del resto, scrivere a vent’anni un classico del pop come 50 special. Tant’è: quando nel 2001 il giocattolo si rompe – logorato da un successo che non era pronto a reggere – e il bolognese intraprende la carriera solista, seguito dal bassista Ballo e dal produttore Walter Mameli, è lui a pagarne lo scotto. Per tutti.

Un giovane vecchio

Bagus, l’esordio da solo datato 2002, è anche il disco mediaticamente più debole. Emblema, soprattutto, di un danno di immagine: sostituire la dicitura “Lùnapop” con un nome-cognome spiazza molti. In radio una canzone come Vieni a vedere perché ottiene comunque un’ottima diffusione, ma l’album arranca a sole 250mila copie. Tra l’altro, musicalmente è un lavoro intermedio: prova qualche soluzione sofisticata, ma resta molto in scia Lùnapop. E, a metà del guado com’è, allontana i fan vecchi senza trovarne di nuovi. Così, mentre le mode (il brit-pop su tutte) voltano pagina e inizia a sentirsi puzza di bruciato, Cremonini capisce che non è più tempo di essere giovani. Anche se ha appena 25 anni.

Con la virata di Maggese (2005) cerca di liberarsi dall’immagine adolescenziale: è posato nelle interviste e, soprattutto, scrive un disco curato ed elegante, su quelli che diventeranno i suoi riferimenti cardinali. Fra i Beatles, il pianoforte, i Queen e un cantautorato ultraitaliano (Lucio Dalla su tutti), l’album è una sorta di reboot, il primo del Cesare maturo, quello che fa sul serio. Per quanto il passaggio sia spontaneo, non basta: se la romantica e malinconica Marmellata #25 è un successone, il resto (in parte acerbo) non va oltre il disco di platino. E dire che lui si sforza di mostrarsi fuori dalle mode e maturo: ha talento compositivo, sa suonare il pianoforte studiato per una vita, mette in curriculum un tour con la London Telefirmonic Orchestra. Niente: a parte lo zoccolo duro dei Lùnapop, il grande pubblico non lo prende neanche in considerazione. E allora, nel 2008 se la rischia con Il primo bacio sulla Luna: la sua opera più complessa (la title-track è una suite da sei minuti: un suicidio commerciale), il lavoro che dovrebbe lanciarlo come cantautore, fra Dalla e Dylan. Ma salvo gli estratti beatlesiani Dicono di me e Le sei e ventisei, il risultato all’inizio è solo un modesto disco d’oro. La formula, insomma, è ancora acerba, e nel 2009 è la volta di un tour nelle piazze, con camerini allestiti nei locali del barbiere del posto. Il culmine di una gavetta “al contrario”: dopo il successo fulminante, ora deve sudarsi anche i live di paese.

La ricostruzione

“Qualche giorno dopo l’uscita di Figlio di un re ero a fare la spesa alla Coop di piazza Cavour, e c’era un ragazzo, uno di quegli hipster con la barba lunga, che mi fissava. A un certo punto mi fa: ‘Sai una cosa? Mi sono accorto che sei bravo’. Era il 2009 e, per la prima volta, ho pensato: ‘Forse c’è una via di uscita’”. (Cremonini a Rolling Stone)

Il flop di Il primo bacio sulla Luna, a sorpresa, porta benefici in casa Cremonini: chi lo snobbava inizia ad accorgersi del talento dietro un disco così complesso, mentre lui prende confidenza con il cantautorato. L’assoluzione mediatica è cominciata, e nel 2010 l’inedito Mondo (che azzecca pure il feat con Jovanotti: una benedizione dall’alto), pubblicato per i dieci anni di carriera, sarà il più trasmesso nelle radio. Il segnale è chiaro: l’equilibrio giusto fra musica d’autore e pop sbarazzino si sta innescando, ma anche il sentiment intorno sta cambiando. E, di fatto, la rinascita passa proprio per queste due direttrici.

Da una parte, infatti, sono decisivi l’abbattimento dei confini fra pop e indie (e successivamente l’esplosione dell’itpop, di cui è una sorta di padre putativo), la crescita dei millennial con pregiudizi meno rigidi e i trent’anni di Cesare, che impongono al pubblico un’immagine davvero matura, a forza di dischi a distanza di sicurezza dai Lùnapop. In questo senso, il successo di Mondo (il più importante dai tempi di Qualcosa di grande) mette un punto sulla timeline: nel 2010, Cremonini è una popstar rinnovata, non più “quello dei Lùnapop”. E comincia a stare simpatico.

Dall’altra, per un artista che da anni adotta uno stile di comunicazione neutra, di basso profilo rispetto allo stardom degli esordi, è innegabile il ruolo chiave delle nuove canzoni. E nel varco aperto, il disco La teoria dei colori (2012) si fionda con un pop adulto e radiofonico, con testi curati (Cremonini con gli anni ha sviluppato un lessico invidiabile) che hanno assimilato la lezione dei lavori acerbi sgrezzando i manierismi. Così, i singoli Il comico (sai che risate) e La nuova stella di Broadway bissando il successo di Mondo e trascinano l’album al platino. E, soprattutto, lanciano del tutto nell’immaginario il Cremonini-adulto.

“Qualche giorno dopo l’uscita di Figlio di un re ero a fare la spesa alla Coop di piazza Cavour, e c’era un ragazzo, uno di quegli hipster con la barba lunga, che mi fissava. A un certo punto mi fa: ‘Sai una cosa? Mi sono accorto che sei bravo’. Era il 2009 e ho pensato: ‘Forse c’è una via di uscita’”.

Lo step successivo, decisivo, arriva nel 2014, quando l’Algida sceglie per la pubblicità del Cornetto la sua Logico#1. Un lessico ancora azzeccato e una struttura cantautorale mischiata a suoni Edm, segnano l’ennesimo passo avanti: il pezzo, fra Coldplay, Dalla (ancora) e semplicemente Cremonini, diventa una hit senza piegarsi alle mode, e la fanbase si allarga. Ora c’è chi lo riconosce come figlio dei cantautori, chi lo ha riscoperto in radio, chi ne apprezza la coerenza e l’originalità degli arrangiamenti. Logico (l’album) è un altro disco di platino, la seconda hit made in Cornetto (Buon viaggio, estate 2015) una formalità: il bolognese passa le forche caudine degli spot televisivi, e supera il già grande successo dei Lùnapop con un’immagine – quasi unica, in Italia – di popstar rispettata. E le presenze ai concerti, nel tour nei palasport dell’autunno del 2015, diventano 120mila.

Un cantautore pop

Quando nel novembre 2017 esce il disco Possibili scenari, Cremonini è già nell’Olimpo del pop italiano e ha annunciato quattro date negli stadi, tra San Siro, l’Olimpico e il Dall’Ara, per l’estate dopo: saranno un trionfo, paradossale in un momento di crisi delle popstar tradizionali come Ligabue e Antonacci. E Possibili scenari, doppio disco di platino, è il suo disco meno tradizionale, più elettronico e cantautorale. Ma la chiave ormai è questa: una fanbase fidelizzata e trasversale, e un generale sentimento di stima e affetto nei suoi confronti, che gli permette di spingere l’asticella delle produzioni sempre un po’ più in là, accontentando critica e pubblico. Cremonini ha talento, e si sapeva; ma dopo anni è riuscito a farlo capire al pubblico, e da qui è arrivata la svolta. Non è più propriamente neanche un sex-symbol (quindi amato-odiato): con la barba trascurata e i tatuaggi di tre vite, per il pubblico è semplicemente colui che, dopo venti anni di storie d’amore andate a male in stile Marmellata #25, “ci è già passato”. Una sorta di fratello maggiore per i ragazzi che ne affollano i concerti, non più regno di sole ragazze.

E a proposito di live, il 20 giugno 2018, la popstar bolognese ha chiuso il suo esordio negli stadi, a San Siro, con Un giorno migliore, come in ogni concerto dal 2000 in poi. Di fronte c’erano 50mila persone, e tutte cantavano il pezzo dei Lùnapop. Cremonini non ha mai rinnegato quel periodo, anzi ha fatto della coerenza un punto di forza conclamato. Fra gli spettatori, invece, verosimilmente c’era anche chi, negli anni precedenti, aveva criticato quel brano e quello che a suo tempo aveva rappresentato. Poco importa: il grande pubblico fa sempre in tempo a dimenticare. E a svoltarti la carriera.


Patrizio Ruviglioni

Classe 1995, ossessionato dalla cultura pop. Scrive anche su IL, Esquire e Rolling Stone. Il primo concerto che ha visto è stato quello di Max Pezzali.

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