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Cultura digitale

Blind items, l’evoluzione del gossip

Segnalazioni anonime sulle celebrità che diventano indovinelli e indizi da decifrare. Negli Stati Uniti e in parte anche in Italia, web e social sono (anche) lo spazio di un grande gioco collettivo.

Come certi localini nascosti diventano improvvisamente di moda, così i blind items hanno smesso di esistere solo negli angoli bui di internet, e ora sono un trend in ascesa. La pandemia ha dato nuovo slancio a questo fenomeno, che sta assumendo sempre di più una veste mainstream e meno di nicchia, con newsletter e podcast dedicati, account su TikTok e Instagram seguiti da milioni di persone. Per chi ancora non lo sapesse, i blind items sono dei testi brevi, stile agenzia stampa, che riportano dei gossip ma senza fare nomi. Non sono nati con internet, esistono da quando esiste la stampa scandalistica: sono un escamotage per dare una notizia che, per una serie di ragioni, non si può dare. Sul web hanno trovato terreno fertile fin dai tempi dei blog, con Crazy Days and Nights e Lainey Gossip. Questo perché le celebrità si sono blindate in auto-narrazioni costruite a tavolino dai loro team di comunicazione, mentre i giornali di gossip vecchio stile sono diventati ostaggio delle PR. I blind items, invece, hanno proposto una contro-narrazione diversa, meno patinata e più sporca, comunque apprezzata da utenti alla ricerca di informazioni esclusive o più coinvolgenti.

L’era classica di Crazy Days and Nights

Se cliccate su www.crazydaysandnights.net si aprirà l’home page di un blog che sembra un relitto degli anni Zero: template nero, pieno zeppo di banner pubblicitari acchiappa-click. Eppure, è più vitale che mai e la sua influenza continua a espandersi tra le piattaforme, dove legioni di appassionati sviscerano ogni suo post. Dal 2006, su Crazy Days and Nights sono stati pubblicati svariate migliaia di blind items all’anno: 8.500 solo nel 2014, per esempio. Sono celebri per una serie di motivi. Primo: i protagonisti dei blind items (cioè attori, pop star, politici, atleti, reality star, comici, presentatori tv, imprenditori, multimilionari, influencer, youtuber, tiktoker) sono minuziosamente etichettati secondo il loro mestiere e la loro posizione nella classifica della celebrità. Gli A-List sono quelli di grado più alto, seguono i B-List e così via. A volte è aggiunto un aggettivo o un indizio in più, che faccia intuire di chi si sta parlando. Per esempio, Leonardo di Caprio è A+ list movie actor, Lady Diana è beloved A List Princess, Elon Musk è semplicemente the celebrity CEO. Il secondo motivo è che i blind items sono spesso rivelati dall’autore, cosa che di solito non succede. E terzo, non parlano propriamente di scandaletti e inciuci, delle solite corna tra gente famosa. Qui si parla di dipendenze da droga e alcol, di violenze domestiche, di party con rituali satanici, di truffe ed evasione fiscale, di gravidanze surrogate e simulate, di bambini adottati e rimandati indietro, di stupri, suicidi e omicidi. 

È il motivo per cui per lungo tempo il blog non è mai stato preso troppo sul serio, se non dagli esperti in cospirazioni nell’industria dell’intrattenimento, tipo quella degli Illuminati o il Project Monarch, o dagli stan alla ricerca di qualcosa da rinfacciare agli stan di un’altra fazione. Atteggiamento che però è cambiato con il MeToo, quando i blind items su Weinstein scritti ben prima del reportage di Ronan Farrow si sono rivelati veri. Lo stesso è successo con Jeffrey Epstein, Kevin Spacey, con Amber Heard e Johnny Depp: decine di blind items scritti ben prima che scoppiassero i relativi scandali. L’autore di Crazy Days and Nights si fa chiamare Enty, diminutivo di “Entertainment Lawyer”. Come artista del gossip è un po’ il Banksy di Hollywood, sia perché la sua vera identità è anonima, sia perché ha questo tono da “verità che vince sull’ipocrisia”. Di lui si sa che è un avvocato di Los Angeles con la parcella alta, specializzato in contratti e diritti d’autore. Le informazioni le ha da addetto ai lavori, che conosce il giro e riceve soffiate di prima mano, magari dai vip stessi su altri vip. 

I protagonisti (cioè attori, pop star, politici, atleti, reality star, comici, presentatori tv, imprenditori, multimilionari, influencer, youtuber, tiktoker) sono minuziosamente etichettati secondo il loro mestiere e la loro posizione nella classifica della celebrità. Gli A-List sono quelli di grado più alto, seguono i B-List e così via. A volte è aggiunto un aggettivo o un indizio in più, che faccia intuire di chi si parla.

Di recente si è aperto un profilo TikTok che aggiorna saltuariamente, e partecipa volentieri ai podcast che sviscerano i suoi blind items, come quello di Shannon McNamara “Fluently Forward”. Ha un’ottima dizione, una voce calda ed è facile immaginarselo come l’avvocato buono dei telefim, ben vestito, con le scarpe lucide e con un hobby strano. In un’intervista del 2017, gli hanno chiesto perché lo fa. E come l’avvocato buono dei telefilm, ha risposto: “Lo faccio per le vittime e gli oppressi. Dall’alba dei tempi, Hollywood è stata piena di Weinstein, ma tutto è stato sempre insabbiato, soprattutto dai media. Non si tratta di fare le lavandaie, si tratta di fare giustizia”. Enty Lawyer è una specie di Kenneth Anger, ma senza la parte esoterica: con Crazy Days and Nights ha trovato un modo per mettere in contatto mondi apparentemente diversi, come il cinema e la politica, l’imprenditoria e l’esoterismo, la musica e la cronaca nera, sempre in bilico tra fake news, teorie del complotto e verità.

La nuova generazione: DeuxMoi

Capofila della nuova generazione di blind items, il cui successo è esploso durante la pandemia, è @DeuxMoi, account Instagram da un milione e mezzo di follower gestito da due newyorkesi millennial che hanno lavorato nel mondo della moda. Il feed potrebbe trarre in inganno: ci sono solo vecchie foto di It Girl degli anni Zero tipo Paris Hilton, Kate Moss, le gemelle Olsen. I giochi veri si fanno nelle stories, dove sono pubblicati i blind items. Non sono scritti personalmente come quelli di Crazy Days and Nights; DeuxMoi semplicemente ripubblica le soffiate che le arrivano via messaggio privato o via e-mail, che arrivano da fonti disparate: follower che hanno incrociato una star in un locale, assistenti personali e autisti delle celebrità, e a volte le celebrità stesse. DeuxMoi si dichiara “curator of pop culture”, per chiarire che non scrive niente: raccoglie e rilancia screenshot.

Intorno al suo account ha radunato un’enorme community di appassionati, tanto che l’account si è trasformato in un vero affare, tra podcast, un libro pubblicato, newsletter e felpe nere con scritto “ANON PLS” vendute nello store online. Si parla soprattutto di fidanzamenti e rotture, di chi parteciperà a tal red carpet e cosa indosserà, qual è la skincare preferita di una star, cosa ordina tal attore quando va in tal locale. Qui il tono è più leggero, l’utenza più giovane e alla ricerca di intrattenimento. Sembra quasi di trovarsi a un aperitivo tra amici che vogliono staccare un po’ il cervello, rilassarsi e divertirsi. I follower lo usano anche per scegliere i ristoranti e i locali dove fare serata, tra i segnalati, nella speranza di incontrare persone famose. Nell’account parallelo @revealmoi, i più appassionati si divertono a decifrare di chi si sta parlando nei blind items, rimanendoci male se poi non si rivelano veri.

DeuxMoi semplicemente ripubblica le soffiate che le arrivano via messaggio privato o via e-mail, che arrivano da fonti disparate: follower che hanno incrociato una star in un locale, assistenti personali e autisti delle celebrità, e a volte le celebrità stesse. Si dichiara “curator of pop culture”, per chiarire che non scrive niente: raccoglie e rilancia screenshot.

In questi casi molti scrivono che così DeuxMoi “perde di credibilità”. Ma quale credibilità ha da perdere un account che proclama continuamente di “non essere sicuro al 100% di niente di quello che pubblica”? Intanto, continua a essere citato come fonte anche da giornali come Daily Mail e TMZ, i follower crescono e la casella e-mail è sempre più intasata. In un’intervista, una delle due curator ha dichiarato: “Fare gossip sullo star system è un modo come un altro per stare insieme e costruire una community. Gli utenti si ritrovano sulle mie pagine e poi commentano tra loro, mi chiedono consigli su dove andare a cena, cosa fare di sera, quali prodotti skincare comprare. A volte mi sento un servizio di concierge”.

E in Italia?

In Italia non ci sono al momento account anonimi che dispensano blind items e quindi i compatrioti fan del genere si limitano a segnalare gli avvistamenti nazionali a DeuxMoi, come è successo con Matteo Berrettini. Ci provano ogni tanto i trash account o i magazine online per Gen Z come Webboh, ma hanno come protagonisti sempre celebrità minori. Di certo più interessanti sono gli indovinelli di Dagospia. Li scrive da più di un lustro Giuseppe Candela, che spiega la logica che c’è dietro: “L’indovinello di Dagospia è un sotterfugio per dare una notizia quando manca un pezzo, cioè quando non è dimostrabile o non c’è la foto”. È certamente un modo per stimolare la curiosità del lettore: il 70% dei feedback che riceve dopo aver pubblicato la sua rubrica è sugli indovinelli. Secondo Candela, i blind items sono “un’evoluzione furba del modo di fare gossip, che da un lato deresponsabilizza chi li mette in circolazione (non a caso si tratta sempre di anonimi, al riparo da querele), dall’altro genera interazioni”. Però “non è giornalismo, è più gioco e intrattenimento” e mette in guardia sul fatto che si gioca sulla “vita della gente”. In Italia, non avrebbe successo perché “siamo più garantisti e abbiamo un giornalismo più istituzionale, più legato alla politica. Una notizia imbarazzante su un politico in vista, su una persona legata a un gruppo editoriale, difficilmente sarebbe pubblicata”. Ancora: “il giornalismo italiano ha certo tanti problemi ma è meglio un giornalismo malato che un non-giornalismo. Un conto è un indovinello dentro una rubrica, scritto da qualcuno che ci mette la faccia, che uno screenshot anonimo che può rovinare la vita di una persona”.

Going blind

Ma quindi non era finita l’era degli scoop? I social media non avevano ucciso il gossip? Il quoziente di scandalizzabilità generale non era diminuito? La gente non era satura di informazioni e di star che auto-elargiscono informazioni sulla loro vita a tutte le ore del giorno, su ogni piattaforma? I blind items e la loro fulminante ascesa dimostrano che il bisogno di informazioni e notizie è ogni giorno più insaziabile. Informazioni che devono essere di prima mano, non filtrate, rozze; pezzi di un puzzle che l’utente vuol essere libero di ricomporre da solo. Sono anche un modo per bypassare il moralismo da social, facendo dire a qualcun altro in anonimo quello che tutti pensano ma non possono dire. I blind items, dando giudizi crudi su realtà che si presentano patinate e invece sono corrotte, soddisfano la voglia di gossip che tutti abbiamo dentro, ma che teniamo a bada.


Laura Fontana

Social media strategist, ha scritto su Rivista Studio, DoppioZero, The Towner, Vanity Fair e altri magazine online. Su Twitter è @beatandlove.

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