Baricco è un facile catalizzatore di sarcasmo e ironie. Ma è uno dei pochi divulgatori capaci di aprire orizzonti, di stimolare ricerche. Anche in The Game, il suo ultimo libro.

Per chi bazzica l’ambiente editoriale e il Salone del Libro torinese, il sabato sera l’evento da non perdere è uno solo: l’ormai abituale festa con cui la Scuola Holden schiude le porte della sua sede (l’ex Caserma Cavalli, svenduta vergognosamente dal Comune o generosamente rimessa in sesto dalla Scuola – in base alle campane che sentite), accogliendo una specie di élite che accede tramite un giro relativamente stretto di inviti. Insomma, il solito evento mondano dove gente che si sopporta a malapena condivide cocktail annacquati, chiacchiere di circostanza e qualche selfie.

A un certo punto della serata mi ritrovo sempre a vagare per i corridoi ortogonali ma non per questo meno labirintici della Caserma: leggo le scritte sui muri, guardo le proiezioni cartografiche sparse per le stanze, e ogni volta mi fermo di fronte a un grande affresco che riproduce l’ideale cartina della metropolitana che attraversa la Scuola Holden: questa. Con quel modo un po’ scemo e pubblicitario che ha ogni forma di marketing, la mappa si snoda su sei linee ideali: Acting, Filmmaking, Scrivere, Crossmedia, Real World e Series. Ovviamente le linee si intersecano e le fermate di interscambio sono in grassetto, come in una vera mappa della metro. Non so se l’avete notato subito anche voi, ma in un colpo d’occhio che prevede fermate come Madame Bovary, i Soprano, il Guardian e Obama 2012, al centro quasi esatto della mappa, interscambio tra le linee Scrivere e Acting, campeggia la fermata: Novecento.

Probabilmente è un caso di piaggeria di qualche funzionario o insegnante verso il fondatore della Holden, ma quando vedo la mappa mi immagino sempre Alessandro Baricco che invece di dire “Ma no, dài, ma che cazzo fate” lascia che al centro quasi esatto resti una sua opera teatrale di successo. Che razza di narciso.

Insert coin

Ogni volta che qualcuno mi parla, di solito male, di Baricco e del suo narcisismo, mi appare in testa quella mappa come un flash. Se però mi torna in mente ora non è tanto per il narcisismo, ma perché di mappe è costellato il suo ultimo libro, un saggio. Si chiama The Game, e dietro al titolo un po’ bambinesco si dipana una sorta di sequel del precedente tentativo di Baricco di sezionare la realtà, I barbari. Sono passati più di dieci anni, e se allora si poteva parlare nei più svariati ambiti di globalizzazione e di contrapposizione tra gli antichi palombari della cultura e i moderni surfisti di una cultura sterminata e inevitabilmente di superficie, oggi è difficile cercare di fare il punto sul presente senza stringere il campo e concentrarsi sulla rivoluzione digitale che ha disegnato il profilo del nostro attuale mondo. E questo fa Baricco, in trecento pagine abbastanza fitte, dove come al solito si alternano intuizioni affascinanti e momenti in cui l’autore si perde un attimo a rimirarsi allo specchio. Che cosa dice in soldoni The Game? Dice che nel 1978, nello sgraziato cassone di Space Invaders, si trovava la vertebra zero di tutta l’insurrezione digitale a venire, uno smottamento che era solo il primo di una serie, la prima collinetta cui hanno fatto seguito le catene montuose del nostro presente, da Facebook all’iPhone, dal cloud alla sharing economy, da Amazon allo streaming. Se insisto su queste metafore geologiche è perché lo fa lo stesso Baricco, e per due motivi, di cui uno è interessante e l’altro meno.

Il motivo poco interessante è che, come dicevo sopra, il libro nel suo farsi propone continuamente delle mappe, nel tentativo metaforico di disegnare il continente contemporaneo, fatto di isole social network, catene montuose di cd, dvd e mp3, vette che si chiamano Windows 95, Google o eBay. In sé non sarebbe una brutta idea, ma la verità è che queste mappe sono inutili come gran parte delle infografiche che affollano i giornali in cerca di smartness: più che chiarire certi discorsi servono solo a spezzare la lettura con qualche disegnino. Non è tanto diversa dalla mappa della Scuola Holden, insomma, quasi come se Baricco tenesse a mente il monito di Alice sulla barbosità dei libri senza nemmeno una figura.

L’altro motivo, quello interessante, è un tentativo di rovesciamento logico: se non consideriamo i vari Instagram, Ibm e Airbnb come pietre miliari o cattedrali ma come montagne, è più facile considerarle sintomi, conseguenze geologiche di uno smottamento che le precede e le origina. Non stiamo oggi vivendo un mondo cambiato dall’onda lunga di una rivoluzione tecnologica, ma stiamo vedendo i frutti di una rivoluzione mentale che ha modificato la tecnologia per accordarla a una nuova weltanschauung. Ed è questo il cuore del discorso di Baricco, quello che, è chiaro, gli interessa: il ritratto di quei pionieri nerd, cresciuti nel brodo della controcultura californiana, che hanno generato un’idea di futuro aperto e smaterializzato, allergico alle élite e smanioso di polverizzare il potere e la conoscenza in una nebulosa che si diffondesse in tutte le case, in tutti i nuovi, sgargianti personal computer collegati tra loro attraverso la velocità di una linea telefonica.

 

Non una banale nuova rivoluzione industriale ma un nuovo illuminismo, un nuovo umanesimo che invece di cambiare la natura degli uomini decise (come disse ludicamente Stewart Brandt, a cui il libro deve molto, a partire dalla copertina) di cambiare gli strumenti, le tecnologie, e di conseguenza imprimere una svolta alla civiltà. Tutto questo nel tentativo istintivo, mai teorizzato e forse per questo non dimostrabile, di fuggire dai confini, dalle ideologie, dai nazionalismi, dalle gerarchie chiuse delle élite del Novecento: un secolo di tragedie, genocidi, guerre fratricide, terrori nucleari e disperazione.

Tutto qua? Sì, in un certo senso, apparentemente, è tutto qua.

E infatti sono fioccate le critiche: Baricco che arriva buon ultimo a suonare il piffero di una rivoluzione digitale che di fatto crea inuguaglianza sotto l’illusione di una democrazia digitale; Baricco inguaribile ottimista che parla di smartphone con l’entusiasmo e l’inadeguatezza del nonno multimediale di Mai dire Goal; Baricco che rilancia la vecchia propaganda da Silicon Valley senza considerare come quegli hippie nerd fricchettoni avessero anche una mente da imprenditore, e come quella mente abbia generato monopoli spaventosi; Baricco che si dimentica di Alan Turing e forzatamente rende postnovecentesca e rivoluzionaria una banale mutazione digitale di un tentativo di dominio della tecnica sull’umano che risale almeno al Settecento; Baricco che semplifica un secolo di storia in nome dello storytelling (la fuga dal Novecento), dimenticando che è dai tempi di Croce che abbiamo buttato nel cassonetto ogni possibile teleologia della storia. Tutte queste obiezioni a volte le ho lette in vere recensioni, ma più spesso le ho ritrovate in commentini sprezzanti sui social o in battutine dal vivo, nella gran massa di amici e conoscenti che sbirciavano la copertina del libro che stavo leggendo (“Oh madonna, Baricco ti prego no”). A voler essere pignoli e controbattere, il libro non è proprio “tutto qua”, e infatti cerca di spiegare l’apparente contraddizione dei monopoli economici, tratta il rapporto tra umano e artificiale, riconosce i limiti e le contraddizioni del Game, spiega forse per la prima volta a un pubblico così vasto la portata effettiva dell’attuale gamification della realtà (e quindi, ci piaccia o meno il titolo angloprovinciale del libro, definire la nostra come l’epoca del Game è una scelta molto coraggiosa per un uomo nato nel 1958), ripete più volte che questa benedetta fuga dal Novecento è aprogrammatica, leggibile così solo a posteriori, grazie ai leitmotiv riscontrabili in ogni manifestazione dell’era digitale.

Ma credo non sia questo il punto. Il punto è tutto nel tono sprezzante di queste stroncature, o più banalmente nel fatto che la maggior parte dei più avvertiti neanche ha preso in considerazione la possibilità di aprire il libro e leggerlo. Insomma, il punto è: perché è impossibile in Italia prendere sul serio Baricco?

Lo champagne che sa di piedi

Si possono dire molte cose di Alessandro Baricco, ma non si può dire che sia stupido. E infatti già più di dieci anni fa, all’uscita di Questa storia e poco prima de I barbari, aveva trovato una definizione perfetta per descrivere il suo statuto nel milieu culturale italiano. In un articolo polemico e quasi rancoroso (vero strappo nel cielo di carta della sua apparente paciosità sorniona e sabauda), Baricco si era lamentato su Repubblica del fatto che Giulio Ferroni e Pietro Citati, due critici e intellettuali della vecchia guardia, non si degnassero di recensirlo e magari stroncarlo apertamente, ma preferissero liquidarlo con una stoccatina tra parentesi in articoli che parlavano d’altro, così da rinsaldare al volo il rapporto con i lettori cosiddetti “colti”, che si riconoscono tra loro anche solo per lo sprezzo che riservano a uno come lui. Scrive Baricco: “È un modo di fare che conosco bene, e che è piuttosto diffuso, tra i mandarini. Si aggirano nel salotto letterario, incantando il loro uditorio con la raffinatezza delle loro chiacchiere, e poi, con un’aria un po’ infastidita, lasciano cadere lì che lo champagne che stanno bevendo sa di piedi. Risatine complici dell’uditorio, deliziato. Io sarei lo champagne”.

Credo che questo atteggiamento liquidatorio nasca dalla difficoltà di incasellare Baricco in un ruolo definito. Dagli esordi come critico musicale e romanziere al grande successo televisivo da divulgatore culturale (Pickwick e poi Totem, anche a teatro), dalla fondazione della Scuola Holden alle incursioni saggistiche e di costume (i vari Barnum e poi appunto Next e I barbari) è sempre stato qualcosa di troppo ibrido, a metà tra Fabio Volo e Umberto Eco, senza ovviamente essere nessuno dei due. Non ha neanche mai assomigliato a giornalisti-scrittori tipo Corrado Augias, perché il mix di narcisismo e affabilità pop non gli ha mai conferito l’autorevolezza senatoria che in quei casi è d’obbligo. Per la vulgata highbrow, insomma, Baricco è un romanziere adolescenziale dall’immaginario pubblicitario che avrebbe trovato la sua vera natura nella divulgazione televisiva (roba per il volgo, insomma), ma che purtroppo non si accontenta di quello e, oltre a spillar soldi ai ragazzini aspiranti scrittori, insiste a invadere il campo degli intellettuali veri con i suoi pensierini semplicistici. Fine della storia.

E questo potrebbe pure andarmi bene, se non fosse per due obiezioni. Prima obiezione: cosa vuol dire semplicistico? Negli anni ho imparato a mettere mano alla pistola in due occasioni: la prima è quando qualcuno usa l’etichetta “sopravvalutato”, la seconda è quando qualcuno (di solito, lo stesso) usa l’etichetta “semplicistico”. Sono due paroline passepartout e tutto sommato vuote, che servono solo ad autocertificare la superiorità culturale di chi parla, mente eccelsa in grado di ristabilire la corretta scala di valore assoluta del mondo (sopravvalutato!) e la corretta scala di complessità assoluta del mondo (semplicistico!). Ma se lo studio ci ha insegnato qualcosa è che non esiste sopravvalutazione e sottovalutazione se non in un orizzonte di riferimento storico preciso: se il valore di un’opera o di un artista varia da epoca a epoca, in base alla risonanza che ottiene e all’influenza che esercita di volta in volta, a quale iperuranio dell’Arte pensiamo di attingere quando sosteniamo che Tizio o Caio siano sopravvalutati? E ugualmente: se ogni teoria è inevitabilmente una riduzione in laboratorio della realtà, è davvero così facile stabilire un confine salomonico tra semplificazione e semplicismo?

Peraltro, nel caso specifico, mi sembra evidente che The Game voglia ascriversi a una classe precisa di studi, che cerca di analizzare le strutture culturali e sociali in ottica sostanzialmente antropologica. È un approccio che mira per definizione all’essenziale, e che per eredità strutturalista spesso e volentieri mette tra parentesi le contingenze storiche per individuare pattern costanti. Se Baricco ignora per esempio le motivazioni storico-economiche dietro la rivoluzione digitale, per chiedersi che tipo di uomo poteva inventarsi Google, i pc, il web e la digitalizzazione ossessiva del reale, non lo fa idealmente con lo stesso spirito con cui Claude Lévi-Strauss studiava le strutture mentali di una tribù amazzonica, con cui René Girard isolava il meccanismo del capro espiatorio nella millenaria storia dell’uomo? Lungi da me dire che Baricco sia un pensatore della levatura di Lévi-Strauss o Girard; di contro è davvero curioso come, a giudicare dalla mia timeline di Facebook, la letteratura italiana contemporanea produca un capolavoro ogni cinque minuti, eppure da uno come Baricco pretendiamo che sia almeno Walter Benjamin, oppure niente.

In ogni caso, di fronte a un libro comunque ambizioso, che cerca di inquadrare in una specie di teoria le mutazioni tecnologiche dell’era digitale, bisognerebbe almeno provare a fare quello che di solito si fa con una teoria: accettarne le premesse e seguirla nel suo percorso logico-argomentativo, per chiedersi alla fine non se sia vera (nessuna teoria è completamente vera o falsa), ma se è utile, se produce senso, se smuove pensieri, dubbi e domande sull’oggi. Non vi viene il dubbio che partire lancia in resta, pronti a obiettare a ogni riga, armati di matita rossoblù per segnare ogni errore o imprecisione, serva al massimo a sentirsi (provvisoriamente) migliori?

The Game da subito si pone l’obiettivo di tracciare una mappa del presente digitale in cui viviamo, ma ogni mappa è per definizione una semplificazione della realtà, una sua riduzione in scala leggibile e fruibile, comodamente ridotta a una dimensione che si possa consultare sul campo limitato di una scrivania, o di un libro. Ma la mappa, come si sa, non è il territorio: è necessario selezionare ed è necessario fare delle scelte. Baricco le fa ed è giusto criticarle nel merito: “semplicistico” è in questo senso un’accusa impropria, che rimprovera alla mappa di non essere il territorio, dimenticando forse in malafede che una mappa che restituisca tutte esatte le asperità del terreno è una mappa 1:1 con il mondo e quindi non avrai nessun tavolo su cui stenderla. A parte il mondo.

L’ombra di Angela

La mia seconda obiezione alla noncuranza con cui si liquidano gli sforzi teorici di Baricco cade nel campo di quello che è in generale l’unico merito che gli si riconosce: quello di essere un bravo divulgatore. Ma che tipo di divulgatore è Alessandro Baricco?

A questa altezza credo sia giunto il momento di farvi una confessione, anche se già lo starete sospettando: credo di avere un debito di riconoscenza enorme verso Baricco. Avevo quindici anni, ero sfigatissimo, dividevo la mia vita culturale tra videogiochi e fumetti Marvel, poi un mio amico mi prestò una vhs di Totem: dentro c’era questo tizio in jeans e maglietta bianca che gigioneggiava raccontando il Cyrano de Bergerac e Viaggio al termine della notte, che faceva recitare a Stefania Rocca il finale dell’Ulisse di Joyce e raccontava il meccanismo del coro nella tragedia greca, o del finale di Guglielmo Tell. Mandai a memoria quelle videocassette e andai a leggere tutti i libri di cui quel tizio parlava o che anche solo citava: conobbi Cormac McCarthy e William Saroyan, Il giovane Holden e La cognizione del dolore, Raymond Carver e Il nostro comune amico. Mi diede tutti gli stimoli che la scuola non mi stava dando. Poi, com’è normale, me ne allontanai. Quando sei adolescente cresci in fretta, in frettissima, e la fascinazione iniziale per Oceano Mare e Novecento cede il passo a una sensazione di stucchevolezza. Divenni un po’ meno sfigato, decisi di non iscrivermi alla Holden e imboccai una normale carriera universitaria a Pisa, a quaranta minuti di treno da casa. E però da qualche parte lo sapevo, e so tutt’ora, che se ho intrapreso questa strada, che ancora in qualche modo percorro, una parte del merito va data a quel tizio in maglia bianca che adorava il suono della sua voce un pelo meno di quanto non adorasse la letteratura.

Negli anni ho conosciuto molte persone che hanno lo stesso debito verso Baricco, anche se di solito tendono a nasconderlo, se ne imbarazzano, un po’ come non mi è mai capitato di incontrare un diplomato alla Holden che non mettesse tutte le possibili mani avanti dichiarando a gran voce quanto gli facessero schifo i suoi romanzi e un po’ tutto lui. Chissà cos’è, questa voglia di abiura. Solo con la maturità e i primi capelli bianchi li ho visti, come ho visto me, riappacificarsi con la propria origine, la propria (per bariccheggiare) vertebra zero letteraria. Ho cercato di razionalizzare, di capire cosa ci fosse di così micidiale nel suo metodo di divulgazione, e credo di aver capito che è qualcosa di molto semplice, tutto sommato: Baricco, che non perde occasione di sbertucciare il metodo di insegnamento della scuola italiana (lo fa più volte anche in The Game), che si considera forse il primo dei barbari superficiali o forse l’ultimo degli antichi vendutosi al nemico in cambio di un touchscreen, adopera per i suoi programmi tv, le sue conferenze e anche i suoi libri un antichissimo tool divulgativo: la lezione.

Potrebbe sembrare una stupidaggine, ma per capirci dovrò fare l’esempio contrario: Alberto Angela. I programmi tv di Angela, ultimamente recuperati dalle élite hipster e dai meme più sfrenati, sono un sistema a circuito chiuso: esauriscono in due ore tutto quello che è importante sapere sui sumeri, sulle tombe egizie, sul cataclisma di Pompei. Quando scorrono i titoli di coda e si aggancia il primo spot di seconda serata, la tua mente di telespettatore è azzerata, pronta a passare ad altro. Dei sumeri, delle tombe egizie, di Pompei non te ne frega più niente. Non c’è bisogno da approfondire alcunché. Funziona allo stesso modo con i documentari su Netflix, o i documentari in generale, anche quelli negli ultimi anni diventati di gran moda. Ne è una dimostrazione l’ormai classico Searching for Sugarman: l’interesse è a tal punto confinato nel minutaggio del documentario che quasi nessuno si è accorto che la storia di Sixto Rodriguez è stata assai manipolata dal regista, per amore di storytelling. (Quando vidi Rodriguez dal vivo, a Milano, il pubblico era in visibilio non tanto per la musica ma per la possibilità di far parte di una grande storia, pur senza essere sudafricani).

Che vi piaccia o no, Baricco per quanto egocentrico e narciso costruisce sempre dei sistemi a circuito aperto, il contrario di quella divulgazione-entertainment che sembra l’unico orizzonte ammesso oggi: come ogni lezione ben fatta, ogni suo intervento proietta verso l’esterno, spingendoti ad approfondire, a leggere, a sperimentare in prima persona. Proprio lui, apparentemente il re degli storyteller venditori di fumo, pretende di utilizzare lo storytelling non come fine, ma come mezzo. E infatti questo tipo rarissimo di divulgatore per natura tende indefinitamente all’intellettuale. Se vuole aprire e non chiudere il circuito della divulgazione è costretto a tenere alta l’asticella per tutti e due, per chi ascolta e anche per chi parla: dietro le parole deve sempre esserci una teoria, deve esserci insomma Una certa idea di mondo (per citare un’altra incursione del barbaro Baricco nel sacro terreno addirittura della delimitazione di un canone).

Questo non sopporta l’élite colta: che uno come Baricco abbia la pretesa di avere delle idee, e che a voler essere onesti non siano neanche idee stupide. The Game non fa eccezione: a partire da una tesi centrale si diramano una quantità generosa di idee e spunti spesso stimolanti. Forse sono più intuizioni, più suggestioni che teorie adamantine e inattaccabili, ma c’è più combustibile intellettuale in una pagina di Baricco che in tutta l’erudizione sfiatata di un intero domenicale del Sole 24 Ore, in un’intera settimana di articoli smart, sarcastici e improvvisati che ogni giorno condividiamo giulivi su tutti i social del regno. Sarebbe l’ora di riconoscerglielo, a Baricco: ci faremmo tutti una figura migliore.

Coda

Qualche giorno fa sono andato al Teatro Parenti, dove Baricco presentava al grande pubblico The Game. Già mezz’ora prima dell’inizio, la sala grande era zeppa, nonostante una cinquantina di persone cercasse di entrare in tutti i modi; era quasi già tutto pieno anche il foyer dove avrebbero proiettato su un telo bianco la conferenza. Mi sono seduto addossato al muro, in fondo, e ho guardato accuratamente il pubblico: ragazzini e anziani, sciure e quarantenni in completo probabilmente appena usciti da lavoro. Soprattutto i vecchi mi incuriosivano: si trascinavano da una parte all’altra del foyer alla ricerca spasmodica di un punto da cui si vedesse bene lo schermo, senza che probabilmente avessero la minima idea di che cosa fosse un’app o Tinder. Eppure erano lì per lui, per sentirgli spiegare questo fantomatico Game. Dovremmo tenerceli cari, i divulgatori, e quelli a circuito aperto anche di più, perdonandogli alla bisogna per quel tanto di narcisismo che li tiene ben saldi sul palco.

Quando il telo ha iniziato a restituirci l’immagine di Baricco seduto a un tavolo sgombro, con il solo conforto di una bottiglietta d’acqua, mi è sembrato solissimo, proiettato nel buio del teatro come quel piccolissimo globo circondato dallo spazio siderale sulla copertina del libro. Mi è tornata in mente la volta in cui, alla famigerata festa della Holden, mi è capitato di vederlo entrare nella specie di teatrino anatomico (ricavato forse da un vecchio magazzino) in cui mi ero rintanato. Io me ne stavo seduto sugli spalti di legno, e lui con un passo annoiato si è venuto a sedere qualche fila sotto la mia. Mi è cascato l’occhio sul display del suo cellulare, e ho visto nonostante la distanza che si stava scambiando degli sms con qualcuno. Non WhatsApp, non Messenger, niente Facebook o Instagram, ma vecchissimi sms. È rimasto lì per un quarto d’ora buono nel silenzio del teatrino, mentre fuori i bassi del dj set smuovevano la ghiaia del cortile. Poi a un tratto si è riscosso, ha messo in tasca il telefono ed è tornato nel casino della festa.