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Alla periferia di Londra. Cosa significa black British?

A volte pretendiamo che una serie tv metta in scena non solo storie e personaggi, ma un’identità culturale. La strada è difficile, ma con le dimenticate periferie londinesi Top Boy ci sta provando.

Di recente tornata in primo piano con l’arrivo su Netflix dell’attesissima quarta stagione, la serie tv Top Boy continua a suscitare molti più interrogativi di quanto il suo creatore prevedesse. Se infatti Ronan Bennett ha immaginato vicende di rabbia e abbandono, dipingendole sullo sfondo di una Londra diametralmente opposta a quella di Savile Row e Buckingham Palace, in realtà quello che ha attirato l’attenzione è altro. I personaggi principali di Top Boy non appartengono semplicemente all’asfalto della periferia, quella martirizzata dallo spaccio e dalla violenza: il punto infatti è che né Dushane, né Sully, hanno la pelle bianca, come quasi tutto il resto del cast. E quindi, inevitabilmente, critica e pubblico ha cercato di ritracciare nella sceneggiatura una visione dell’identità black British contemporanea. Controversa, ma possibile. Da qui una serie di polemiche che – fortunatamente – non hanno ancora catapultato l’intera questione sotto le luci della solita, sbrigativa, gogna sui media. Ma, per comprendere bene certe traiettorie, dobbiamo fare un passo indietro di alcuni decenni.

Sudditi e immigrati

Era il giugno del 1948 quando arrivava al porto di Londra la Empire Windrush, una nave che trasportava più di mille persone, molte delle quali provenienti dalla Giamaica. Il rapporto tra Regno Unito e Caraibi era (e rimane) a dir poco controverso, come tutti quelli che si instaurano tra colonizzatori e colonizzati; eppure il movimento migratorio in Inghilterra appariva a quel tempo ancora un fenomeno incoraggiato. Anzi, furbescamente presentato come una “sana collaborazione”. La verità? C’era disperato bisogno di nuove mani per rimettere in piedi un Paese di recente uscito dalla Seconda guerra mondiale, e la madrepatria non era mai stata così vogliosa di accogliere a braccia aperte i suoi sudditi. Da parte loro anche i tantissimi West Indians in cerca di fortuna erano contenti di poter trovare una nuova casa, un posto in cui sarebbero stati benvoluti e il lavoro non sarebbe mancato. Una casa che, dopo qualche tempo, contavano comunque di abbandonare per tornare nella propria terra, magari più ricchi e felici di quando erano stati costretti a lasciarla. Traspariva addirittura un certo patriottismo nell’andare a ricostruire Londra, anche se le giornate avrebbero assunto altri ritmi e altri colori. Certo, il 1948 non è davvero l’inizio dei movimenti di migrazione tra Giamaica e Inghilterra, quanto un momento simbolico in cui – forse per un attimo soltanto – persino la stampa britannica sembrò essere davvero contenta di stendere il tappeto a degli estranei: gli stessi che, in larga parte, avevano servito il Paese durante la guerra e che adesso diventavano combustibile per la manodopera a basso costo.

Non è un caso se Ronan Bennett ha deciso di raccontare anche la Windrush generation lungo il dipanarsi di Top Boy, rivelando così la natura principale della sua creatura televisiva: un termometro politico e sociale dell’Inghilterra contemporanea, sempre più schizofrenica e complicata.

Tuttavia, con il passare del tempo, le colonie caraibiche dichiararono progressivamente l’indipendenza e tutti coloro che erano emigrati negli anni Quaranta si ritrovarono, di fatto, a non essere più cittadini britannici. Con l’avvento di nuove leggi e un atteggiamento meno permissivo da parte del governo, gli ex sudditi dell’Impero vennero improvvisamente considerati un peso morto. La bomba scoppiava una volta per tutte quando Theresa May, primo ministro tra il 2016 e il 2019, si schierò apertamente contro di loro, tirando in mezzo anche chi era giunto in Inghilterra ancora in fasce sul pontile della Windrush. Donne e uomini che ormai si consideravano inglesi, la cui presenza a Londra era la conseguenza di un semplice “spostamento interno” avvenuto più di mezzo secolo prima. Adesso tutte queste persone si ritrovavano improvvisamente nei guai: correvano il rischio di essere rispediti indietro, in certi casi all’età di sessanta o settant’anni, senza avere una posizione regolare nei confronti dell’ufficio competente. Per fortuna le cose non sono andate così, ma questa ennesima spaccatura non si può certo dire sanata. E non è un caso se Ronan Bennett ha deciso di raccontare anche la Windrush generation lungo il dipanarsi di Top Boy, rivelando così la natura principale della sua creatura televisiva: un termometro politico e sociale dell’Inghilterra contemporanea, sempre più schizofrenica e complicata.

A Est London, più precisamente tra le strade di Hackney, se riesci a raggiungere la vetta del sottobosco criminale diventi un top boy. È lo stesso appellativo che si guadagnano anche gli alti ranghi delle tifoserie calcistiche, sinonimo di comando e autorevolezza. Poco importa che il quartiere popolare di Summerhouse non esista davvero, dato che replica in maniera quasi documentaristica quei paradigmi che affliggono realmente certi angoli della città da tempo. Il sipario si apre con il giovane Ra’Nell che si ritrova a dover trovare un modo per farcela da solo mentre la madre è ricoverata in ospedale per problemi psichici, diventando presto l’ennesima pedina all’interno di uno scacchiere troppo grande e pericoloso. Attorno a lui si muovono pochi buoni e tanti cattivi, ed è attraverso i suoi occhi – ancora puri ma pericolosamente disposti a bruciare – che conosciamo la coppia Dushane/Sully. Sono audaci, spietati e non temono di sporcarsi le mani prendendo contatti con i capi delle bande locali attive nello spaccio di droga. Vogliono arrivare in cima, e per farlo allacceranno alleanze con qualcuno (Dris, terzo personaggio chiave della storia) e si confronteranno con altri (Leon, ultimo baluardo di moralità).

Sostanzialmente è sul percorso perennemente in salita di Dushane e Sully che stanno le fondamenta di Top Boy in ognuna delle quattro stagioni finora girate, sovente affidandosi alla coralità di Summerhouse in maniera non così diversa da come ha fatto più tardi Gomorra dalle nostre parti, con i suoi protagonisti immersi nella Napoli più feroce e tormentata. Continuando a giocare con gli accostamenti, è difficile riconoscere un vero e proprio antieroe in Dushane: perlomeno non come permette di fare Peaky Blinders con Thomas Shelby o, prima ancora, Sons Of Anarchy con Jax Teller. La smania di potere difficilmente qui riesce a tramutarsi in freddezza, a cristallizzarsi in un meccanismo solido e ben congegnato che si intoppa soltanto quando c’è bisogno di un plot twist. La “Summerhouse Crew” è la gang che domina l’area di Hackney eppure, insieme, è destinata a esserne fatalmente la vittima predestinata.

Lotta di classe

Guardando le puntate della serie – la cui prima messa in onda, su Channel 4, risale ormai al lontano 2011 – si riflette spesso su come la multiculturalità londinese continui a essere una dimensione a parte rispetto a tutto il resto del mondo. Se pensiamo alla scintilla che ha fatto scoppiare le rivolte di Brixton tra gli anni Ottanta e Novanta, è facile comprendere che la comunità black British ha sempre agito con dinamiche diverse da quelle statunitensi. Le accuse mosse a Bennett, unico autore di ogni singolo episodio delle quattro stagioni, sono infatti di rappresentare la comunità afro-britannica affidandosi semplicemente a uno stereotipo di matrice americana: quello del cittadino nero che, all’incrocio di machismo e smania di potere, cerca di scalare la piramide sociale attraverso il crimine. Tuttavia i personaggi negativi della serie non hanno un colore solo, semmai è lo stesso Bennett a pagare lo scotto di voler raccontare l’identità nera dal punto di vista di un irlandese bianco. In controtendenza alla lettura – troppo spesso ingenua – che siamo abituati a subire in merito a un tema delicatissimo come la discriminazione razziale, Top Boy tenta un’operazione coraggiosa. 

La smania di potere difficilmente qui riesce a tramutarsi in freddezza, a cristallizzarsi in un meccanismo solido e ben congegnato che si intoppa solo quando c’è bisogno di un plot twist. La Summerhouse Crew è la gang che domina l’area di Hackney eppure, insieme, è destinata a esserne la vittima predestinata.

Quello che il suo ideatore sta cercando di fare con i racconti di East London, di miseria e redenzione, è mostrarci perché la storia è scritta soprattutto da chi possiede molto denaro e potere (e sia disposto a raggiungerlo con qualsiasi mezzo). A guardare bene, l’intento sembra prescindere dal voler mettere in luce il solito parallelismo tra razzismo e disparità economica, preferendo ragionare su nuove mutazioni della lotta di classe. O meglio, lascia agli spettatori trarre le conclusioni di ciò a cui assiste evitando di cadere nel didascalico: in questo senso è stata recepita bene persino la lezione di un gigante come Ken Loach. Qualche volta Bennett si limita esclusivamente a suggerire, magari servendosi di un brano musicale. Significativo che la vicenda fosse destinata a concludersi con la seconda stagione e invece, complice l’interessamento di Drake, è tornata sugli schermi a distanza di quattro anni. Una vita lunga e decisamente travagliata, se pensiamo che c’è voluto un rapper canadese per smuovere le acque.

Ritmi interrogativi

Linton Kwesi Johnson, uno degli artisti che più si sono espressi in merito ai rapporti tra culture diverse nel Regno Unito, nel brano Making History canta “It is noh mistery/ Wi making history/ It is noh mistery/ Wi winnin’ victory”. Parole del genere non sarebbero adatte al contesto in cui si muovono Dushane e Sully, dato che rischierebbero di essere strumentalizzate dall’epica malavitosa in cui annaspano, tuttavia la musica ha un ruolo di assoluta importanza nell’accompagnare le mosse dei due. Peraltro entrambi gli attori sono volti noti della scena rap e grime inglese, Ashley Walters come Asher D e Kane Robinson come Kano. Dagli umori digitali che si aggrovigliano attorno al microfono di Ghostpoet con Finished I Ain’t, al retro soul inciso a nastro della struggente The World (Is Going Up in Flames) cantata da Charles Bradley; fino a una Back to Black che fa convivere meravigliosamente Amy Winehouse con i singulti di DJ Shadow e i paesaggi sonori di Aphex Twin: l’universo di Top Boy, anche da questo punto di vista, racconta un’Inghilterra diversa. Non esiste l’orgoglio perché ognuno è schiacciato in un ruolo, giusto o sbagliato che sia; obbligato a stare fuori da qualsiasi idea di comunità o sostegno reciproco, pena un destino avverso e la caduta. Non perché sei nero, bianco o di qualsiasi altro colore, ma perché hanno già vinto gli altri e a te non resta che inventarti un modo per provare a sopravvivere.

Quando si parla di musica, Regno Unito, quartieri popolari e la complicata convivenza tra culture – o sottoculture – diverse, viene subito in mente quel piccolo capolavoro che è This Is England di Shane Meadows. In particolar modo il confronto dolorosissimo tra il personaggio di Milky, interpretato da Andrew Shim, e l’indimenticabile Combo di Stephen Graham. Ecco, inutile sperare in fotogrammi del genere nell’epopea di Top Boy. Vi ritroverete in mano soltanto istantanee sporche di cocaina e scattate perennemente fuori fuoco, lì dove a nessuno sembra importare granché della famiglia, della politica, dell’amicizia, della vita o della morte. Oppure no? Questo è probabilmente ciò che ha attratto molti sulle vicende uscite dalla penna di Ronan Bennett, adeguatamente spalleggiato da un team di consulenti che conoscono in prima persona l’ambiente e i fatti. Avete un debole per le saghe di delinquenza ed intrighi come il citato Peaky Blinders? Massaggiatevi le tempie, perché tutto vi farà un po’ più male e sarà come se stesse accedendo nel momento esatto in cui accendete la tv. Non c’è nessun filtro, nessuna possibilità di esorcizzare lo shock con lo scarto temporale, illudendosi che certe cose non possano più accadere nel nostro mondo.

Per citare Little Simz, nuova regina dell’hip hop britannico entrata nel cast di Top Boy dal 2019: “Ho assistito con i miei occhi a quasi ogni evento che è stato romanzato nella serie”. Punto. Addio alle vie di fuga insomma: tocca rimanere a guardare lo schermo. Perché se una come lei ha dichiarato che, per la prima volta, un prodotto televisivo rappresenta davvero il popolo dimenticato delle periferie londinesi, allora non possiamo che fermarci a riflettere. E a farci, ancora una volta, qualche nuova domanda.


Carlo Babando

Giornalista, scrittore e docente di letteratura italiana e storia. Ha collaborato con Mucchio Selvaggio, Mucchio Extra e dal 2014 firma recensioni e retrospettive sulle pagine di Blow Up, curando una rubrica mensile interamente dedicata alla cultura afroamericana. Lavora a vario titolo nel campo della musica, della radio e della televisione. È autore di Marvin Gaye. Il sogno spezzato (2016) e Blackness (2020).

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