L’autore è morto, il copyright pure: a vincere, per ora, sembrano essere solo i derivati prodotti dall’intelligenza artificiale. Un viaggio alla scoperta dei quattro cavalli dell’apocalisse che stanno riscrivendo il futuro della creatività umana.
Lavoro in una casa editrice. Vivo di diritti d’autore. L’intangibilità della proprietà intellettuale la vedo incarnarsi in pane quotidiano. Nonostante ciò, o forse proprio grazie al mio osservatorio relativamente privilegiato, non posso fare a meno di notare i quattro cavalli dell’apocalisse del copyright che si stagliano all’orizzonte e galoppano verso di noi: i diritti d’autore, la proprietà intellettuale e il concetto di copyright saranno calpestati da questi cavalli. Etimologicamente, “apocalisse” significa “rivelazione”. Questi quattro cavalli rivelano un mondo nuovo in cui dovremo imparare a vivere. Osserviamo questi cavalli fin tanto che non ci hanno ancora travolto. Speculiamo sul mondo che verrà.
La defezione dei difensori della proprietà intellettuale
Disney ha da sempre basato la sua identità sull’essere un’azienda in grado di proteggere legalmente i propri personaggi con determinazione. Nel 1989, per esempio, minacciò azioni legali contro tre asili nido in Florida, rei di aver dipinto dei murales raffiguranti Topolino, Minni, Pippo e Paperino. Nonostante le rimostranze dei bambini, Disney rimase inflessibile (ne approfittarono Universal e Hanna-Barbera che offrirono agli asili la possibilità di usare gratuitamente i propri personaggi come Scooby-Doo e l’Orso Yoghi).
Sotto l’egida di Bob Iger, amministratore delegato dell’azienda dal 2005 al 2020 e poi ancora dal 2022 (in carica fino a marzo 2026), Disney ha ampliato notevolmente il parco dei propri personaggi acquisendo i diritti di icone quali Indiana Jones, Darth Vader e Homer Simpson. L’azienda ha sfruttato meticolosamente queste nuove proprietà intellettuali sfornando in continuazione film, serie tv, videogiochi, pupazzi eccetera. La forza di Disney è nei suoi asset e i suoi asset sono le storie che hanno accompagnato l’infanzia, l’adolescenza e, negli ultimi tempi, anche l’età adulta di centinaia di milioni di persone. Data questa premessa, l’accordo raggiunto nel dicembre del 2025 tra Disney e OpenAI ha del sorprendente.
L’accordo triennale dà a Sora, la piattaforma di video creati con l’intelligenza artificiale di proprietà di OpenAI, la possibilità di usare più di 200 personaggi Disney per creare video utilizzando l’intelligenza artificiale generativa. Il contratto esclude esplicitamente l’utilizzo di voci e tratti somatici di attori reali. Quindi, no ad Harrison Ford nei panni di Indiana Jones che fa gli auguri di compleanno a tua zia ma sì ad una lotta nel fango tra Marge Simpson e Paperina. Al di là degli aspetti economici, comunque all’apparenza non così favorevoli per Disney, colpisce che l’azienda fondata da Walter Elias Disney nel 1923 abbia ceduto l’utilizzo dei propri asset a una piattaforma controversa e dal destino incerto quale Sora.
L’IA è accusata di produrre nient’altro che derivati di opere già pubblicate, sotto-marche di brand di successo. Ma l’industria dei media già si basa su derivati. L’IA renderà solo il processo meno costoso e più efficiente.
Il caso di Disney e OpenAI è uno dei più emblematici, ma nel panorama dei media occidentali gli accordi tra aziende di intelligenza artificiale e organizzazioni media di ogni genere, dai giornali alle televisioni, dalle case editrici a quelle di produzione cinematografica, sono quasi all’ordine del giorno. E l’atmosfera è spesso quella della svendita stile “fuori tutto” di un rigattiere. Per i media tradizionali le alternative sono trincerarsi in estenuanti battaglie legali che proverebbero a negare la realtà di un fait accompli o incassare qualche milione di euro prima che il valore dei propri asset, le proprietà intellettuali, diminuisca drasticamente.
Ovviamente, lo stato delle cose è notevolmente più complesso e articolato, pieno di eccezioni e peculiarità (la stessa Disney ha accusato Google e Midjourney di infrazione di copyright), ma presentarlo in modo così estremo mi serve a delineare in pochi tratti il primo cavallo dell’apocalisse. Questo cavallo rappresenta la defezione dei difensori storici del concetto di proprietà intellettuale. È vero che le aziende di intelligenza artificiale hanno sfruttato ingenti moli di materiale protetto da copyright per addestrare i propri modelli, ma i detentori di copyright spesso preferiscono accettare lo stato attuale delle cose perché ogni impegno legale ha esito incerto e il passo della tecnologia è troppo veloce per stargli dietro. Cambiando i quadrupedi della metafora, sarebbe come chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati.
Questa visione implica la nozione che la legge possa solo ratificare ex post i cambiamenti imposti dalla tecnologia. È una nozione discutibile, ma opportuna nel caso dell’intelligenza artificiale, dittatrice di cambiamenti rapidi e profondi. A scanso di equivoci, la defezione dei difensori storici della proprietà intellettuale non è un errore di calcolo o uno scandalo morale contro cui scagliarsi nel nome di artisti, scrittori, giornalisti che sono stati derubati dei frutti del proprio lavoro. Più semplicemente, è una delle ultime possibilità rimaste alle organizzazioni tradizionali per fare cassa prima di provare a reinventarsi attraverso un processo di distruzione creativa schumpeteriana (il concetto coniato dall’economista Joseph Schumpeter secondo cui l’innovazione tecnologica distrugge i vecchi modelli economici per crearne di nuovi, più avanzati ed efficienti).
Il trionfo dei derivati
I prodotti creativi realizzati con l’intelligenza artificiale sono spesso accusati di essere nient’altro che scadenti derivati. La creatività umana viene bandita come un impareggiabile quid di emozioni che le macchine non saranno mai in grado di replicare. Questa visione può avere senso per i prodotti puramente artistici, ma se guardiamo all’industria dei media commerciali, se guardiamo a quello “che vende”, il panorama è costellato di prodotti che sono già derivati, se non derivati di derivati.
Sequel, reboot, remaster, rilanci sono le parole magiche di chi lavora tra cinema, videogiochi, televisione ed editoria. Anche in questo caso, l’operato di Disney è un esempio emblematico. Basti pensare al modo in cui sta sistematicamente realizzando le versioni live action di film d’animazione di successo. In ambito editoriale, un’industria spesso ancora immaginata da chi non la bazzica come un consesso di gentiluomini in tweed, uno dei più grandi successi in lingua inglese del 2025 è stato Alchemised, un tomo romantasy di mille pagine. Alchemised, scritto dalla statunitense SenLinYu, nasce come Manacled, una fanfiction che mescola gli universi di Harry Potter e della serie tv The Handmaid’s Tale immaginando un mondo in cui gli equivalenti di Hermione Granger e Draco Malfoy passano dall’essere nemici a innamorati (il florido sottogenere è definito enemies to lovers).
Alchemised, tradotto in italiano da Rizzoli, non è l’unico libro tratto da una fanfiction di Harry Potter del sotto-sotto-genere Dramione (storia d’amore tra Draco Malfoy e Hermione) pubblicato in italiano nel 2025. Afferiscono allo stesso sotto-sotto-genere anche Rose in Chains di Julie Soto (quasi 600 pagine pubblicato a luglio 2025 da Newton Compton) e Come (non) innamorarsi del nemico di Brigitte Knightley (400 pagine edite da Giunti a settembre 2025).
Il fenomeno delle fan fiction che vengono legittimate dagli editori tradizionali e diventano libro di grande successo non è una novità. Cinquanta sfumature di grigio di E.L. James, pubblicato nel 2012 da Mondadori, nacque come fanfiction di Twilight per poi diventare un trionfo da decine di milioni di copie vendute in più di 50 lingue. Ma Cinquanta sfumature di grigio era l’eccezione. Casi come Alchemised, pubblicato in inglese da un imprint di Penguin Random House e i cui diritti cinematografici sono stati venduti prima della pubblicazione per milioni di dollari, stanno diventando la regola, uno dei metodi attraverso cui le case editrici tradizionali riescono a mantenere il proprio business fiorente e a finanziare anche i libri cosiddetti letterari acquistati da quattro gatti in tweed.
Questo è il secondo cavallo dell’apocalisse che galoppa verso di noi. L’intelligenza artificiale è accusata di produrre nient’altro che derivati di opere già pubblicate, sotto-marche che copiano i brand di successo. Ma l’industria dei media già si basa su derivati. Se non altro, l’IA generativa renderà il processo meno costoso e più efficiente.
Alla gente non interessa
Le opere d’arte esistono in funzione dell’autore o del fruitore? Qualche romantico potrebbe pensare che esistono per connetterli, per mettere in comunicazione due coscienze. Ma cosa succede se il fruitore non è in grado di distinguere un prodotto generato dall’IA da uno creato da un essere umano? O addirittura se il fruitore preferisce il prodotto dell’IA rispetto a quello umano?
In un saggio pubblicato a dicembre 2025 sul New Yorker, la scrittrice Vauhini Vara segue gli esperimenti dell’informatico Tuhin Chakrabarty che prova a rispondere a queste domande. Chakrabarty raffina un chatbot per imitare lo stile di scrittori famosi. Lo addestra dandogli in pasto i libri di questi scrittori e poi gli chiede di completare frasi di altri loro libri. Poi sottopone la versione originale e quella creata dal chatbot ad un gruppo di studenti. Due terzi degli studenti preferiscono la versione dell’intelligenza artificiale. Vauhini Vara si spinge oltre chiedendo a Chakrabarty di raffinare un modello IA ispirato al suo stile e di usarlo poi per produrre stralci di un libro che lei sta scrivendo e che nessuno ha ancora letto. Invia poi stralci del libro scritto da lei e stralci prodotti dall’IA ad alcuni dei suoi lettori più fedeli. Anche in questo caso, i lettori non sono in grado di distinguere l’input dell’intelligenza artificiale da quello umano. E spesso dicono di preferire gli stralci che si rivelano poi scritti dal chatbot. “Io posso scrivere un libro per motivi miei, ma posso venderlo solo se i lettori lo preferiscono a un qualcosa scritto da un chatbot. Se i lettori preferiscono fiction prodotta dall’IA, gli autori non saranno in grado di fermare questo fenomeno,” scrive Vauhini Vara.
È questo il terzo cavallo dell’apocalisse. Se ai fruitori non interessa chi ha prodotto l’opera che stanno consumando, i concetti di copyright e proprietà intellettuale verranno inevitabilmente stravolti. Questo succede in letteratura; possiamo immaginare la situazione in ambito pubblicitario. A dicembre, il mio feed di LinkedIn era invaso da commenti di copywriter e art director che criticavano spietatamente lo spot commerciale di Natale della Coca-Cola, generato, usando l’intelligenza artificiale. Come sottolineato da un articolo del Financial Times, lo spot, tanto deriso dagli addetti ai lavori, è stato però molto apprezzato dal pubblico dei consumatori. Dall’editoria alla pubblicità, l’audience è sempre meno in grado di distinguere input umani da quelli dell’IA e, punto saliente, è anche sempre meno interessato a farlo.
La dissoluzione dell’autore
Il quarto cavallo, l’ultimo ad arrivare, è foriero di distruzione ma anche speranza. Copyright e proprietà intellettuale non sono estensione naturale del diritto alla proprietà privata. Per come li intendiamo oggi, sono invenzioni relativamente recenti, rese possibili da un contesto tecno-sociale che ha iniziato a emergere nel XVIII secolo e si è consolidato nel XIX.
Dall’editoria alla pubblicità, l’audience è sempre meno in grado di distinguere input umani da quelli dell’IA e, punto saliente, è anche sempre meno interessata a farlo.
Nello specifico, lo Statuto di Anna, promulgato nel 1710 in Gran Bretagna, è considerato la prima legge sul copyright della storia. E fu poi solo con la Convenzione di Berna del 1886 che venne creato un framework legislativo per la proprietà intellettuale a livello internazionale. Sono state le vituperate macchine (stampa, fotografia, fonografo, cinema) a rendere possibile la riproduzione su vasta scala delle opere d’arte e a far nascere i mezzi tecnici per controllare e monetizzare la loro distribuzione. La tecnologia dà, la tecnologia toglie. Tolto l’autore, cosa resta? Restano le storie, chiunque o qualunque cosa le generi.
Nel libro L’istinto di narrare, il teorico della letteratura Jonathan Gottschall descrive il bisogno umano di storie come una necessità evolutiva. Il nostro cervello è cablato per interpretare il mondo attraverso narrazioni. Sogni, ricordi, identità, ego sono nient’altro che storie.
Per millenni, le storie sono state raccontate senza che nessuno si preoccupasse dei suoi autori. Iliade e Odissea (la cui versione diretta da Nolan è uno degli eventi cinematografici più attesi del 2026, a confermarne il fascino imperituro) precedono la figura storica di Omero.
C’è un detto cinese apocrifo: “Possa il tuo nemico vivere in tempi interessanti”. È inteso come maledizione. I tempi interessanti sono fatti di sconvolgimenti, incertezza, pericolo. Sono tempi apocalittici. Lavorando nell’editoria, sono certo di avere davanti tempi molto interessanti. Ma l’apocalisse è appunto distruzione e rivelazione di un mondo nuovo che ancora non conosciamo.
Quello che non cambierà è il bisogno umano di raccontare e sentirsi raccontare storie in qualunque forma e attraverso qualunque medium. Quando i cavalli arriveranno, il consiglio è di provare a saltargli in groppa. Oppure di provare a far ridere e trasformare l’apocalisse in una commedia dato che l’intelligenza artificiale è ancora notoriamente una pessima comica (come ben sintetizzato da ChatGPT: l’umorismo vive tra le righe, l’IA legge solo le righe).
Davide Banis
Lavora per una casa editrice danese. Nel tempo libero, scrive.
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