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cultura digitale

Benvenuti a Floptropica

Un esercizio di immaginazione collettiva, una community nata su TikTok, un esperimento di geografia digitale. Con le sue narrazioni condivise, lo stato virtuale di Floptropica racconta un nuovo modo di costruire, abitare e far evolvere una comunità online.

In certi angoli di Internet è in corso un esperimento di sociologia digitale che mette insieme la stan culture e la comunicazione politica-istituzionale: si chiama Floptropica e si riferisce al nome di uno Stato-nazione, che non esiste nel mondo reale, ma solo in quello online, nei meandri di TikTok, di Reddit e di X. 

L’impero del flop

Floptropica è dove i flop della cultura pop vengono salvati e trasformati in una sorta di Barbie World dove tutto è rosa e di plastica, il mare è fatto di slime e il servizio sanitario distribuisce a tutti skin care e filler alle labbra. Si inserisce nel filone delle “narrazioni di gruppo”, come la saga dell’Italian Brain Rot ed è un mondo immaginario, nato dal pensiero collettivo delle community, con tanto di costituzione e leggi, politici e governanti, stati rivali, guerre e rivolte interne.  

Floptropica è l’ultimo caso di worldbuilding digitale, nato dall’ingegno di chi è cronicamente online e conosce a fondo il linguaggio dei fandom, consuma meme come pane quotidiano e accoglie con entusiasmo i contenuti creati con l’IA. Infatti, la costruzione stessa di questo luogo immaginario è possibile proprio perché esiste una comunità che condivide e utilizza lo stesso repertorio linguistico e lo stesso set di simboli. A partire dal nome, “flop” che nel linguaggio dei fandom indica il fiasco di un artista, cioè quando le sue performance non soddisfano le aspettative: Floptropica diventa il luogo simbolico dove approdano tutte le produzioni culturali che hanno “floppato” cioè fallito, e per questo vengono derise. Il flop, infatti, è una tappa fondamentale dell’ecosistema culturale pop.

Gli abitanti di Floptropica si definiscono semplicemente flop ed esistono nel metaverso del FlopTok. Il fenomeno è nato su TikTok ed è tornato virale grazie a una nuova ondata di content creator che hanno alimentato e ampliato il flusso narrativo.

Online, prima o poi, tutti floppano, dalla grande popstar all’utente qualunque. Ma la dinamica della performance digitale è ciclica: ciò che oggi è flop, domani sarà una hit, e viceversa. Anzi, il flop dovrebbe essere considerato il momento più produttivo del ciclo dell’hype: nel fallimento c’è già il seme della futura fortuna, basta saperlo raccogliere e coltivare. Può sembrare un paradosso, ma è solo internet al suo massimo splendore: trasformare in oro gli scarti narrativi. 

Gli abitanti di Floptropica si definiscono semplicemente flop ed esistono nel metaverso del FlopTok. Il fenomeno è nato principalmente su TikTok negli anni della pandemia ed è recentemente tornato virale grazie a una nuova ondata di content creator che hanno alimentato e ampliato il flusso narrativo. Tra questi figura anche il sindaco Marco Ballarini, che ha contribuito a darne una declinazione italiana.

Worldbuilding digitale

Floptropica ha dei confini geografici, seppur virtuali: nata come un’isola divisa in varie regioni (con un probabile richiamo all’Isola che non c’è di Peter Pan), nel tempo si è espansa prendendo una fisionomia che ricorda i territori del triangolo delle Bermude (tipo Florida, Puerto Rico e isole annesse). Floptropica ha una bandiera (sfondo rosa fucsia e al centro la silhouette di una palma tropicale) e una lingua chiamata Flopa, che coincide con la lingua della stan culture, costellata di “slay”, “iconic”, “queen”, e lunghe sequenze di emoji rosa e sticker-meme di Barbie.

Sul sito di Floptropica si può richiedere un visto di cittadinanza per 4 dollari (reali), anche se la moneta locale si chiama flopdollaro; internet è gratuito per tutta la popolazione e una voce consistente della finanziaria di Floptropica è destinata alle “infrastrutture di difesa”. Questo perché Floptropica ha un grande nemico che ha tentato di invaderla a più riprese: il paese di DaBoyz (anche detto il Daboyzian Empire). Le regioni di Floptropica si chiamano Jiafeia, Cupcakkia, Potaxine (a cui poi se ne sono aggiunte molti altri). Ogni regione è dotata di una propria mitologia interna e di un capo, deciso sempre dalla community. La regione più importante è quello di Jiafeia, dove regna “Queen Jiafei” cioè la tiktoker Jiafei Dai, che però non è una persona reale, ma un’entità generata dall’intelligenza artificiale. Il volto di Jiafei deriva dalle immagini rielaborate di una modella cinese realmente esistente, che si chiama Dai Dai, ma la figura pubblica è il prodotto della creatività digitale collettiva. In questo ecosistema, anche il magrissimo corpo creato dall’IA di Jiafei funziona come uno spazio narrativo condiviso: i fan la incoronano “Queen di Floptropica”, le attribuiscono brani musicali reinterpretati come la versione di Viva La Vida dei Coldplay in cinese, anche questa generata con l’IA (inno ufficiale di Floptropica) e ne espandono continuamente il profilo identitario, come fosse una bambola ma digitale. Quando gli utenti normali capitano per caso su questi contenuti, vivono un momento di grande smarrimento: non capiscono se Jiafei sia reale o generata dall’IA (e i commenti degli abitanti di Floptropica non fanno che aumentare la confusione), né cosa sia esattamente Floptropica. Ma già entro il terzo video iniziano a coglierne la logica, finendo per diventare flopers anche loro.

Gli altri “capi di stato” delle regioni di Floptropica appartengono allo stesso pantheon digitale: tiktoker da milioni di follower e personalità online fortemente connotate in chiave camp, celebrate da fanbase legate alle tematiche LGBTQ+ e alle estetiche trash. Tra queste spiccano figure come Deborah Ali-Williams, nella vita reale direttrice di un’agenzia funebre statunitense, e Trisha Paytas, storica youtuber americana. Entrambe, essendo radicate nell’ecosistema di TikTok, partecipano attivamente allo storytelling di Floptropica, contribuendo alla costruzione collettiva di questo universo.

Diverso è il caso di Wendy Williams, presentatrice americana, la cui immagine è stata praticamente sequestrata e rielaborata dalla cultura dei meme, venendo così integrata in Floptropica, ma senza che lei ne sappia niente. A completare l’apparato governativo, troviamo la figura del generale dell’esercito di Floptropica, Kristine Jenster, in pratica una versione cattiva di Kris Jenner, la celebre madre-manager delle Kardashian. Per comprendere la logica di questo pantheon digitale, è possibile immaginare come vi si inserirebbero senza difficoltà anche figure camp e virali del contesto italiano come, per esempio, Rita De Crescenzo, nella sua perfetta miscela di teatralità, auto-ironia e iper-esposizione digitale. E, infatti, siccome TikTok Italia è tra le community più creative, si è inserito nel FlopTok anche il sindaco Marco Ballarini, che ha reso virale Floptropica anche in Italia.

Ballarini è un vero sindaco italiano e fa parte dell’ormai nutrita schiera di sindaci performativi, cioè capaci di usare i linguaggi dei social, a metà tra shitposting e comunicazione politica. Il suo primo post a tema recitava: “I may be a mayor in Italy but I know where home is” (“Sarò anche un sindaco italiano, ma so dov’è la mia casa”) con un collage di foto di Floptropica. Il post è tra i più virali sul suo profilo con 13 milioni e mezzo di visualizzazioni e commenti da ogni parte del mondo. In altri video del genere si congratula con il nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani, portandolo dentro (a sua insaputa) nell’universo di Floptok. In un altro post ancora scrive: “Io quando sbaglio la traduzione e per sbaglio dichiaro guerra ai Labubu di Floptropica”. E da qui si passa direttamente al cuore pulsante dello storytelling floptropicano: le guerre.

Gerarchie e guerre memetiche

Floptropica ha una bandiera e una lingua chiamata Flopa, che coincide con la lingua della stan culture, costellata di “slay”, “iconic”, “queen”, e lunghe sequenze di emoji rosa e sticker-meme di Barbie.

Proiezione parodica e creativa delle reali stan wars e delle più ampie culture wars che attraversano il web, le guerre di Floptropica funzionano come una forma di “messa in scena” memetica di questi conflitti digitali: li rendono visibili, li estetizzano e li trasformano in puro intrattenimento collettivo. All’interno di questo universo, due sono i fronti bellici principali: da un lato una guerra “esterna”, combattuta contro i Daboyzian Empire, una potenza maschile e maschilista con a capo Andrew Tate, che vuole espandere i suoi confini e colonizzare Floptropica. Questa guerra prende il nome di Badussy War (che comprende la BW I, la BW II, e chiaramente la Cold BW). Dall’altro lato, si sviluppa un grande conflitto “interno”, una sorta di guerra civile denominata Labubu War(annunciata mediante breaking news sul telegiornale locale). Ovviamente c’entrano i pupazzi mostriciattolo iper-virali: come internet, anche Floptropica a un certo punto è stata invasa dai Labubu, con a capo la Labubu Queen, anche lei una content creator surreale ma realmente esistente. Il suo slogan è “Make Floptropica Great Again” e lascia intuire senza troppi sforzi quali narrazioni politiche vengano parodiate.

In filigrana, si capisce anche come online quello che intrattiene di più le community sono proprio le guerre, gli scontri, i drama. Non ci può essere mai una vera pace, solo brevi tregue dove vengono creati nuovi personaggi, nuove estetiche, nuove città-stato che poi vengono di nuovo messe gli uni contro gli altri. Siamo comunque, infine arrivati allo storytelling del meme, in una spirale infinta verso il basso che produce un buco nero che tutto risucchia, diventando portale verso altri universi paralleli. Su internet, le teorie dei wormhole sembrano realizzarsi davvero: siamo alla frattalità della produzione memetica dove ogni immagine contiene già il seme della successiva e ogni conflitto apre nuovi sentieri narrativi. È in questi improbabili buchi narrativi che la cultura digitale contemporanea rivela la sua natura più profonda, centrifuga e autoreferenziale, capace di trasformare la rete in un multiverso di narrazioni che si piegano e si ripiegano su se stesse senza mai smettere di proliferare.


Laura Fontana

Lavora da più di dieci anni come esperta di comunicazione digitale per brand nazionali e internazionali. Si occupa di società digitale e analisi del web. Scrive di internet e pop culture, influencer e creator economy su Rivista Studio e altri magazine.

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