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cultura giapponese

Make Japan Great Again

Il nuovo nazionalismo nipponico parla la lingua degli anime, dei meme e della cultura pop. Ma dietro l’estetica kawaii si consolida una destra identitaria e nostalgica che riconosce in Trump il paradigma da seguire.

Da qualche giorno circola un simpatico meme in cui compaiono i volti di Giorgia Meloni, Alice Weidel (co-presidente del partito tedesco Alternative für Deutschland, noto come AfD) e Sanae Takaichi (nuova primo ministro del Giappone), accompagnati dalle rispettive bandiere storiche dell’Italia fascista, del Terzo Reich e dell’Impero nipponico. In basso, una scritta in rosa recita Girl Boss Edition. Il meme allude all’allineamento ideologico che si sta delineando nei tre ex Paesi dell’Asse, con una novità significativa: a guidare le istanze più conservatrici o apertamente fasciste è oggi un dream team tutto al femminile.

Un motivo per non essere felici

A 64 anni, il 21 ottobre 2025 Sanae Takaichi è diventata la prima donna a ricoprire tale carica in Giappone. Se questo può sembrare una vittoria del mondo femminile in un paese che si posiziona al 118esimo posto su 140 per uguaglianza di genere,  è in realtà, per citare una delle autrici femministe più note del paese, Chizuko Ueno, “un motivo per non essere felici”. Pupilla del defunto Shinzo Abe, è una delle figure più conservatrici dell’LDP (il Partito Liberal Democratico) e iscritta al Nippon Kaigi, organizzazione ultranazionalista. Sostenitrice dei ruoli tradizionali di genere, antiabortista, si oppone al matrimonio tra persone dello stesso sesso e al mantenimento del cognome da nubile dopo il matrimonio; ha condiviso fake news, come quella in cui ha accusato i turisti stranieri di prendere a calci i cervi sacri che girano liberamente per la città Nara, fatto smentito dai funzionari della prefettura locale. Ricorda, di fatto, il Trump che accusava gli immigrati messicani di mangiare carne di cane statunitense.

Tuttavia, Takaichi è una figura per molti affascinante. Ha un passato da metallara (qui la si vede cantare una canzone degli X Japan, la band metal più famosa del paese), suonava la batteria, ama i Deep Purple e gli Iron Maiden; è appassionata di motori, circolano decine di foto in cui negli anni Ottanta posa in sella delle sue amate auto e moto da corsa. In questo eclettico miscuglio di vaporwave giapponese, nostalgia per il passato, devozione dichiarata per la “lady di ferro” Margaret Thatcher e disinvoltura nella diffusione di fake news, si nasconde forse la chiave del suo successo. Un successo che risuona con quello di un altro leader che ha costruito il proprio mito sulla nostalgia, su slogan provocatori, sulla manipolazione dei fatti e su un carisma eccentrico, dentro e fuori la politica: Donald Trump e la cultura MAGA. L’ascesa di Sanae Takaichi appare così come una tappa ulteriore nel processo di “trumpizzazione” che il Giappone sta attraversando da qualche anno.

Del trumpismo il partito di estrema destra Sanseitō ha sicuramente ereditato lo slogan, “Nihonjin fāsuto” (“Prima i giapponesi”) ma anche il suo legame con la cultura di internet. Il suo leader, Sōhei Kamiya, è stato spesso soprannominato come una sorta di “mini-Trump”.

Lo sbilanciamento a destra del LDP rappresentato da Takaichi è in parte conseguenza del successo del partito anti-establishment, populista e di estrema-destra, il Sanseitō, che ha ottenuto un’ascesa significativa negli ultimi anni, sfruttando il malcontento popolare e l’uso efficace dei media digitali, in particolare YouTube. Del trumpismo il partito ha sicuramente ereditato lo slogan, “Nihonjin fāsuto” (“Prima i giapponesi”) ma anche il suo legame con la cultura di internet. Il suo leader, Sōhei Kamiya, che è stato spesso soprannominato come una sorta di “mini-Trump”, ha ospitato anche Charlie Kirk a Tokyo pochi giorni prima della sua morte. Lo stesso Kamiya ha dichiarato di ispirarsi allo stile politico definito “audace” del presidente arancione. Il leader del partito ha sdoganato il concetto del “Deep State” e dei poteri occulti, nell’ottica di posizionarsi come forza di rottura anche rispetto alle posizioni più prudenti: inneggiava alla libertà di non indossare le mascherine durante il periodo Covid e a quella di non vaccinarsi, sostenendo che l’epidemia stessa fosse una grossa forma di propaganda per arricchire i venditori di mascherine e altri presidi medici; “Queste forze” spiega, “sono per lo più legate ad organizzazioni finanziarie affiliate agli ebrei”. Il successo del Sanseitō si lega al periodo pandemico, quando nel 2020 viene aperto il canale youtube del “Partito Fai Da Te” (che sarebbe la traduzione del nome del partito), oggi organo ufficiale del partito da più di 550 mila iscritti, a cui si aggiungono canali secondari, come il ChGrandStrategy: “Un canale video che tratta temi di politica, economia, storia, militari, alimentazione e salute – argomenti che non si imparano a scuola, ma che forniscono le conoscenze e la cultura di base necessarie per riflettere sulle future politiche nazionali del Giappone. Il conduttore principale è Sōhei Kamiya.”

L’invasione invisibile

Nelle documentazioni ufficiali del partito si legge che dopo la sconfitta del 1945 il Giappone “non è più riuscito ad avere una grande strategia nazionale” e che “l’istruzione scolastica e i media a fini di profitto non trasmettono realmente ciò che è importante” per costruire identità e vitalità. La questione dell’essere no-vax o free-mask è un cavallo di Troia per portare in parlamento delle istanze nostalgiche imperiali e di estrema destra. Il metodo comunicativo del canale adopera una struttura comune al discorso populista: “noi” (il popolo, i giapponesi) contro “loro” (élite globali, media, governo tradizionale, stranieri). Hanno una canzone pop ufficiale (davvero orecchiabile), Noi non rinunceremo al Giappone, che parla dei problemi reali della nazione, come l’economia stagnante e la perdita di status a livello geopolitico. Il testo parla di un nemico invisibile, attacca i media e richiama alla difesa della sicurezza della patria. Insomma, è un chiaro esempio di come il Sanseitō utilizzi un linguaggio emotivo e anti-establishment per mobilitare la sua base. Entrambi i canali youtube producono video a frequenza settimanale, fatti in modo sempre curato, con musiche o jingle che fanno da sfondo a chiacchiere e set da interviste. Lo stile è tipicamente cerimonioso, con momenti di leggerezza. Si parla di tutto, dall’ecologia alla figura della donna nella politica, passando per le cause neoliberiste dietro la privatizzazione delle Poste giapponesi e interviste come questa, in cui Kamiya racconta il suo periodo al liceo da ribelle, e il suo risveglio che lo portò a diventare poi un universitario modello dopo aver sfidato il difficile sistema scolastico, che permette solo agli studenti più  bravi di entrare nelle università prestigiose. 

All’interno di questi canali di comunicazione rassicuranti, si costruisce un linguaggio che alimenta una frattura identitaria: chi è “vero giapponese”, chi ha a cuore il paese, contro chi è “esterno”, “alieno”, “globalista”. O semplicemente straniero. Nel linguaggio di Kamiya si parla di “invasione invisibile”. Un’opinione condivisa anche da una fetta della popolazione giapponese che non vota Sanseitō, un elemento aggiuntivo che ci fa capire lo slittamento a destra dell’LDP. Come ci racconta anche Chiara Piotto in un recente video, il Giappone è sempre stato orgoglioso della sua uniformità culturale, e di un’identità costruita nei secoli che oggi vede in crisi.

Una vetrina di come viene percepita l’immigrazione è quella ben documentata sulla comunità curda proveniente dalla Turchia. Nonostante rappresenti una presenza minoritaria, i curdi sono diventati bersaglio di retoriche securitarie e campagne mediatiche, mentre lo Stato evita di riconoscere lo status di rifugiati per non incrinare i rapporti con il governo turco. In mezzo ci sono le insoddisfazioni dei nativi che lamentano la scarsa integrazione della comunità nel tessuto sociale urbano. Altro esempio divenuto controverso nel paese è quello delle piste sciistiche nell’Hokkaido: un progetto per ospitare 1.200 lavoratori stranieri ha scatenato proteste tra i residenti, preoccupati per sicurezza e “ordine sociale”. Dato il bassissimo livello di criminalità e violenza del Giappone, il timore di molti abitanti è il rischio di rendere le proprie città insicure tanto quanto le periferie urbane del Mediterraneo.

L’immagine del Giappone, tra contraffazione e cliché

C’è chi, dall’interno, fa ironia sulle politiche populiste, come Japanese Comedian Meshida che, non troppo ironicamente, racconta di come la sparizione degli immigrati, tanto desiderata da Kamiya, costringerebbe i konbini come Seven Eleven a chiudere negli orari notturni delle grandi città. Questi eternamente luminosi mini-market, per garantire il servizio che fanno, come l’apertura 24 ore su 24 e la disposizione sempre fresca dei prodotti gastronomici, richiedono una forza lavoro che, nelle metropoli come Tokyo o Osaka, è garantita anche e soprattutto da molti lavori stranieri, per lo più da paesi come il Vietnam. Meshida, che ha una posizione conservatrice ma pragmatica, esplicita l’impasse ambigua della società giapponese in video in cui accusa l’LDP di presentarsi oggi come un falso partito anti-immigrazione e sottolineando che i veri problemi del paese riguardano i bassi salari per la grande maggioranza dei lavoratori. 

Decisamente più progressista è Yurié Collins, conosciuta su Instagram come Babypinkhause, una giovane comedian di Tokyo che in alcuni dei suoi spettacoli ironizza sulla retorica del Sanseitō. In questo sketch coglie il punto del mimetismo trumpiano del partito, che nel suo slogan “Nihonjin fāsuto” utilizza fāsuto – la traslitterazione dell’inglese first – invece del termine nativo ichiban. Negli ultimi tempi, chi segue ciò che arriva dal Giappone avrà notato un aumento di video su TikTok in cui stranieri statunitensi o anglosassoni raccontano di come le grandi città giapponesi siano diventate più sporche. Spesso i titoli sono del tipo What’s happening to Japan?. Oriental Pearl, una content creator statunitense che vive in Giappone, ha realizzato un video divenuto virale in cui descrive scioccata la trasformazione di alcune vie di Tokyo, per lo più imbrattate da graffiti o invase da biciclette parcheggiate in modo poco elegante. 

Ma chi conosce una grande città come Tokyo e l’ha vissuta, sa che interi macro quartieri, come Shibuya (soprattutto di notte), Shinjuku e Kabukicho, da decenni vivono con un caos urbano fatto anche di sporco e disordine. Niente di nuovo. Il noto creator inglese, Abroad in Japan, che vive proprio a Meguro, quartiere che al centro del video di What’s happening to Japan?, smaschera l’opera di finzione di Oriental Pearl, che aveva digitalmente aumentato la presenza dei graffiti nelle sue thumbnail di Youtube. Oltre a confermare che, chi vive in quelle città, sa che sporcizia o graffiti non sono niente di nuovo fin dagli anni Novanta. Così come il problema dei senzatetto, invisibili, che in quelle città invece esistono, come ci racconta l’opera Tokyo Godfathers di Satoshi Kon.

La rappresentazione di Tokyo come una metropoli che comincia ad avere i problemi di una città europea o statunitense ha riscosso successo tra le decine di migliaia di persone che hanno associato il fenomeno all’immigrazione. Ma questa reazione rivela molto anche del modo in cui il Giappone viene percepito dalle nostre parti: come un organismo fragile, un ecosistema da preservare. È un’immagine che affonda le radici nel giapponismo ottocentesco, quando le élite europee, turbate dall’industrializzazione, proiettarono sul Giappone il sogno di un mondo puro, armonioso e pre-moderno, un ideale che sopravvive ancora oggi sotto forme più pop, dal minimalismo zen ai personaggi kawaii. Tale visione idealizzata ha contribuito a innescare una serie di reazioni tossiche sui social, dove commentatori occidentali arrivano a sostenere che l’unico modo per salvare il Paese dal declino sociale sia quello di chiudere definitivamente i confini. In questi discorsi si intrecciano concetti di omogeneità razziale, purezza culturale e “pulizia sociale”, che finiscono per saldarsi con l’ammirazione, o la feticizzazione, del modello giapponese da parte dell’estrema destra occidentale. Per molti movimenti ultranazionalisti, quella coesione culturale ed etnica del Giappone ha rappresentato un ideale, un contraltare immaginario da contrapporre al declino delle società multiculturali occidentali.

Populismo digitale

Questa mitologia si riflette anche la cultura pop. L’estetica kawaii e quella anime vengono spesso impiegate come strumenti di camuffamento ideologico: un linguaggio visivo amichevole dietro cui far passare messaggi politici marginali. Numerose serie anime, come Attack on Titan, presentano sottotracce nazionaliste o militariste che fanno eco alla retorica sull’identità. Nello spazio digitale, l’immaginario anime si è diffuso dalle vecchie bacheche di 4chan, e da lì alle sottoculture politiche dell’estrema destra globale, dove mascotte o personaggi da anime vengono impiegati per veicolare retoriche etno-nazionaliste e teorie complottiste come quella della “Grande Sostituzione”.

Partiti populisti come il Sanseitō sfruttano le stesse estetiche per legittimarsi presso un pubblico giovane e socializzato al linguaggio visivo dell’animazione. Un poster elettorale del 2024 raffigurava, ad esempio, un giovane fiero disegnato in stile anime che impugnava la bandiera giapponese sotto lo slogan: “Non sottovalutare il Giappone!”. Poster elettorali con personaggi anime accanto a kamikaze, samurai e imperatori; slogan che evocano il mito della purezza nazionale e un tono di ribellione “rock” contro l’establishment. In uno di questi i rappresentanti del partito sono disegnati come gli eredi dei vecchi signori feudali e, in atteggiamento revanscista, dei soldati della Seconda Guerra Mondiale. 

All’interno dei canali di comunicazione della destra giapponese, si costruisce un linguaggio che alimenta una frattura identitaria: chi è “vero giapponese”, chi ha a cuore il paese, contro chi è “esterno”, “alieno”, “globalista”. O semplicemente straniero.

Come spiega uno dei massimi esperti di cultura nipponica Matt Alt nell’articolo Pop and Populism, il paradosso del Sanseitō sta nel suo uso strumentale della cultura pop, che siano manga, anime e videogiochi, e lo fa proprio mentre propone politiche che ne minerebbe le fondamenta. Nel manifesto ufficiale, il partito dichiara che manga e anime non sono semplici intrattenimenti ma “strumenti di diplomazia culturale”, da gestire strategicamente per “rafforzare il carattere nazionale”. Fin qui sembrerebbe un piano di soft power; ma il testo prosegue chiedendo che il Ministero della Cultura abbia il potere di assicurare che questi prodotti siano “sviluppati in modo sano”, cioè conformi all’identità nazionale giapponese. Non stupisce, vista l’ideologia politica, che la “cultura sana” nasconda censura e propaganda, che mira a sostituire la libertà creativa con un controllo ideologico dei contenuti. L’arte pop, che in Giappone è sempre stata terreno di diversità, critica sociale e immaginazione radicale – da Astro Boy alle serie più contemporanee con protagonisti queer o outsider a là Rocky Joe, ai racconti drammatici del gekiga – diventerebbe così uno strumento di disciplina culturale. Un progetto che, c’è da scommetterci, piacerebbe anche a molti politici e puritani dalla nostra parte del mondo.

Anche nelle piazze giapponesi iniziano a comparire termini a noi familiari. Ad Osaka, durante una passeggiata anti-immigrazione, la polizia è dovuta intervenire per separare i partecipanti da un gruppo di contro manifestanti che li accusavano di razzismo e di essere influenzati dal Sanseitō. I contro manifestanti si sono autodefiniti “Antifa”, o, nel lessico locale, shibaki-tai – un termine che in giapponese significa letteralmente “la squadra che ti prende a botte”. Gli shibaki-tai nacquero circa dieci anni fa per contrastare, anche fisicamente, le manifestazioni dello Zaitokukai, un gruppo di estrema destra noto per l’odio espresso verso la comunità coreana residente in Giappone.

L’opera di “trumpizzazione” del Giappone riflette la condizione di colonialismo culturale che gli Stati Uniti esercitano sui paesi posti nella loro orbita d’influenza. Tuttavia, gli eventi più recenti, come la visita di Donald Trump in Giappone, durante la quale Sanae Takaichi ha dichiarato di volerlo sostenere per il Premio Nobel per la Pace, accompagnando le parole con la promessa di un’alleanza rafforzata con nuovi contratti sulle terre rare e l’annuncio di una “nuova età dell’oro” tra i due paesi, mostrano un quadro completo. Al di là dei proclami sull’impero, della propaganda xenofoba e della guerra al deep state, il Giappone, proprio come le altre due “sorelle” del meme che dicevamo all’inizio, Italia e Germania, manifesta un processo in cui l’influenza sulla comunicazione politica si intreccia profondamente con quella economica e strategica.


Diego De Angelis

Diego De Angelis è laureato in Storia, fa il redattore culturale e il programmatore informatico. Ha collaborato con Vice, Esquire, Not, occupandosi perlopiù di cultura e arti. Oggi scrive regolarmente per la rivista Indiscreto.

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