In un paesaggio online sempre più popolato da automatismi dell’intelligenza artificiale e spazzatura video di varie forme, forse la via d’uscita sono proprio i fenomeni memetici partiti da chissà dove, come l’Italian brain rot. Almeno finché dura.
Questo articolo è apparso per la prima volta su LINKNUMERO 31 -Chi controlla i meme controlla il mondo? delnovembre 2025
“Sei ore fa sei andato a dormire. Non riesci a ricordare cosa hai sognato, la luna era piena. Ora sei sveglio. Gli uccellini stanno cantando (o si stanno lamentando?). Raggiungi il tuo cellulare, e come ogni mattina, controlli il tuo feed. In pochi secondi, comprendi che il mondo è cambiato in almeno quattordici nuovi modi da quando hai chiuso gli occhi. Il Giappone è il primo Paese a legalizzare i robot umanoidi come cittadini, gli scienziati hanno inventato suoni che percorrono curve tra la folla per raggiungere una sola persona. […] Intanto, l’Ice (US Immigration and Customs Enforcement) mi spinge a forza in un van. Un computer quantico cinese supera un milione di volte quello di Google. […] C’è una piccola possibilità che asteroidi grandi come edifici possano colpire la Terra. Tung Tung Tung Sahur o Bombardilo Crocodilo? Questo cambiamento vertiginoso succede ancora e ancora. Ogni giorno. Se pensiamo che la situazione sia terribile, riusciremo forse a migliorarla nel futuro? Le cose che ritenevamo anormali, ora sono una Nuova Nuova Normalità”. Con questa introduzione, Shumon Basar ha aperto il programma del Global Art Forum di Dubai, nell’aprile 2025. “The New New Normal” è il titolo scelto per racchiudere gli interrogativi più urgenti sul mondo attuale e, in particolare, su come l’incontro tra umanità ed evoluzione tecnologica abbia dato vita a un nuovo tipo di normalità. Cos’è normale e cosa non lo è, quando il profilo X della Casa Bianca pubblica l’immagine di una deportazione trasformata in una scena tratta da un film dello Studio Ghibli?
Il Nuovo Nuovo Normale
A causa del perpetuo gioco di role playing che implica il modellare la propria identità online, si discute da tempo di post-verità: abitare il mondo di internet può significare cedere alla sospensione dell’incredulità, mescolare vero e finto in uno stato intermedio dove la conferma di veridicità non ha più importanza. Il “Nuovo Nuovo Normale” supera questo step: menzogna e paradosso hanno ingurgitato la realtà fino a darle l’aspetto di una bugia; se tutto è strano, allora niente lo è. Le immagini create con intelligenze artificiali generative sono state protagoniste di molti incontri tra realtà istituzionale e inquietante paradosso. Da Trump Gaza in poi, non sono mancate le descrizioni delle immagini AI quali nuova estetica nazista, incitazioni alla guerra in stile futurista, simboli del male assoluto fatto propaganda visuale. Queste immagini – spesso definite “sintetiche” – sono un perfetto manufatto della vita online iper-accelerata e algoritmica: usa e getta, abbozzate, derivative, infinitamente remixabili, massimaliste, traboccanti, stratificate di tantissimi riferimenti e allo stesso tempo stranamente vuote. Più di tutto, l’immagine sintetica è subdola perché apparentemente oggettiva, estranea, figlia di chissà quale forza superiore impegnata a trasformare le parole in immagini. Niente di più lontano dalla realtà delle cose. L’era in cui abbiamo smesso di capire gran parte dei meccanismi che regolano il nostro rapporto con le piattaforme che usiamo ogni giorno – un sentimento descritto da Nadim Samman come “poetica della crittografia” – è perfettamente esplicitata da un’immagine generata a partire da un database sconosciuto, regolato da stereotipi che facilmente sono occultati al primo sguardo. Ecco a cosa si riferiva lo storico dell’arte John Berger nel saggio Questione di sguardi (1972), quando invitava il pubblico a non fermarsi mai a una prima lettura superficiale delle immagini, esclamando “Siate sempre scettici!”. Lo scetticismo di Berger è esattamente quello di cui dovremmo armarci in una vita (online e offline) sempre più mutuata dalle decisioni di grandi aziende e dai loro algoritmi: pensiamo di aprire la home di Tik Tok per ricevere le notizie più rilevanti e interessanti del momento, dimenticando di ricevere informazioni su misura per la nostra attenzione, i nostri gusti e le nostre inclinazioni più nascoste. L’app indovina i nostri interessi, li studia come un partner attento che vuole ricordare ogni dettaglio del carattere di chi ama. Sembra impossibile che qualcosa abbia indovinato ciò che ci piace, senza averlo mai dovuto dire o cercare esplicitamente. Siamo convinti di aver trovato, finalmente, la nostra nicchia online, e invece è la nicchia che ha trovato noi. Chiusi in bolle di filtraggio o echo chamber (entrambi termini che si riferiscono allo spazio autoreferenziale in cui ci incastrano i nostri feed ripetitivi), diventa difficile stabilire come e quando le aziende posizionino i loro prodotti per convincerci di averne bisogno.
Il “Nuovo Nuovo Normale” supera questo step: menzogna e paradosso hanno ingurgitato la realtà fino a darle l’aspetto di una bugia; se tutto è strano, allora niente lo è.
I concetti di influencer marketing, product placement e spot a pagamento appaiono ingenui davanti alla vera merce di scambio che ha sostituito i soldi nel mondo distopico di Silicon Valley: l’attenzione. L’artista Daniel Keller ha descritto l’era in cui l’attention economy incontra le intelligenze artificiali con il termine sloptimism. Nata dall’unione di slop (cumulo di scarti o brodaglia, parola usata spesso per riferirsi al materiale generato da intelligenza artificiale che inonda internet) e optimism (ottimismo), l’espressione affonda le radici in teorie come la dark forest theory o la dead internet theory, che sostengono che il mondo online sia una landa desolata di bot e contenuti generati da AI, in cui i gesti umani sono quasi scomparsi del tutto. Keller parla di una sempre più spensierata accettazione del content AI: i meme sono immagini generative, gli articoli delle testate più prestigiose sono scritti con ChatGpt, le playlist di Spotify sono piene di brani generati artificialmente firmati da artisti inesistenti, le strade di ogni città sono colme di cartelloni pubblicitari costellati di figure umane sintetiche con sorrisi bianchissimi e volti levigati.
Italian Brain Rot e altri mostri
Se da un lato i language models hanno pervaso in poco tempo le abitudini di ricerca e filtraggio delle notizie – con ChatGpt che ha sostituito il classico motore di ricerca di Google –, dall’altro le intelligenze artificiali sono entrate in modo ancora più dirompente nella vita quotidiana grazie ai meme. Il caleidoscopio di personaggi riuniti sotto il nome di Italian Brain Rot costituisce forse il primo caso di folklore digitale generato con intelligenze artificiali. Queste grottesche creature metà animale e metà oggetto, il cui nome talvolta serve a spiegare le varie ibridazioni (Shimpanzini Bananini o Frigo Cammello), appaiono in forma di video, accompagnati da una melodia triste dal suono rotto – come se il file audio fosse stato manipolato, scaricato e convertito infinite volte – e da filastrocche pronunciate da una voce sintetica con accento italiano, che somiglia particolarmente a quella del narratore di un crito-film anni Sessanta, nello stile di Carlo L. Ragghianti. Come accade per gran parte dei meme, è impossibile tracciarne l’origine. Gli ingredienti del mix sono il nonsense più estremo, la ripetizione di suoni, un elemento mostruoso svuotato della sua accezione orrorifica, un massimalismo che si sposa con una certa semplicità perfetta per accattivare bambini di tenerissima età. Ricorda qualcosa? Solo un paio di anni fa, il fenomeno Skibidi Toilet diventava la prima icona a essere associata al termine brain rot, ovvero lo stato di passività e ipnosi indotto da lunghe ore di scrolling in un feed verticale a furia di micro-stimoli e alienazione. Il termine è particolarmente efficace nel descrivere l’immagine di un cervello che marcisce, ma si riferisce davvero a uno stato unicamente indotto dalla pratica di “scrollare”, o rappresenta invece la modalità generale in cui abbiamo imparato a esperire il mondo? Con il collasso delle grandi narrazioni, non percepiamo forse la vita contemporanea come un ammasso di informazioni che si sovrappongono senza un senso, un moltiplicarsi dei punti di vista (uno dei format più famosi di TikTok chiede all’utente di immaginarsi il pov di un’altra persona), una mancanza di riferimenti che culmina in un’entropia opaca e anestetizzante? I meme brain rot potrebbero esserne l’antidoto.
Immagini entropiche contro il Permaweird
Secondo il teorico di internet Brad Troemel, il brain rot italiano “imita lo slop in maniera performativa”. Il massimalismo sfrenato, la cacofonia di suoni e le figure paradossali fanno ridere perché si prendono gioco dell’accelerazione surreale che comanda le dinamiche dei social: Bombardiro Crocodilo e Tung Tung Tung Sahur sopraffanno e riflettono l’assurdità della piattaforma. Apparentemente estranei, i personaggi dell’Italian brain rot sono figli diretti dello slop che abita da anni i gruppi Facebook in cui si riuniscono i boomer, di cui il Jesus Shrimp – un’immagine di Gesù fatto di gamberetti – è il manifesto assoluto. Significativo è il trend “Showing brain rot to the elderly”, o le sue tante declinazioni come “Showing brain rot to strangers in Walmart”: in questo format, il regista del video mostra una serie di meme stampati su carta (un atto di materializzazione delle immagini effimere che popolano il web) a persone anziane o adulte, insomma di età comunemente esclusa dalle dinamiche memetiche.
Il caleidoscopio di personaggi riuniti sotto il nome di Italian brain rot costituisce forse il primo caso di folklore digitale generato con intelligenze artificiali.
Il piacere voyeuristico sta nell’osservare le reazioni terrorizzate, confuse o interessate di chi riceve questi artefatti “dal futuro”. Il sottotesto è chiaro: mentre la rapidità della vita online genera e disperde immagini, detta il linguaggio con cui comunichiamo, costruisce infiniti micro-trend e porta l’ironia a rompersi fino all’astrazione, la sensazione è che il mondo attuale non abbia più niente in comune con quello di poco tempo fa. Cresce così l’ansia di trovarsi a fare parte di un’umanità che non usa più gli stessi codici, e l’ingiustificato senso di colpa nel pensare che siamo stati noi, nuove generazioni, a rovinare tutto: sentimento descritto dalla frase “We are doomed” (“siamo condannati”), riproposta dagli user come commento ai meme più distorti. Abituati a essere trattati come una massa di dati da controllare, gli utenti creano e diffondono meme più entropici come sintomi di uno stato di consapevolezza. In fondo, quando i più alti poteri del mondo si appropriano di un meme, il suo ciclo di vita è interrotto come quando ad appropriarsene è una grande azienda come Burger King o Flixbus. L’idea di permaweird (“perma-stranezza”), descritta dallo scrittore Venkatesh Rao, si mostra scintillante in tutta la sua decadenza: “Il permaweird cattura la sensazione di essere bloccati in una realtà imprevedibile, incapaci di immaginare cosa succederà dopo. Più persiste, più nutriamo il sospetto che non esista davvero una crisi in quanto tale, che nonostante l’accumularsi di stranezze non ci sia nulla che giustifichi una risposta, a livello né individuale né collettivo. Nello permastrano scenario attuale, l’arrivo dei personaggi del brain rot italiano non è certo l’elemento più surreale. Replicando la dinamica di automazione di un internet fatto di slop, e assumendo la rapidità e il caos che descrivono i ritmi schizoidi della vita algoritmica, la famiglia di animali-oggetti dai nomi strani è solo l’ennesimo modo di appropriarsi di un paesaggio digitale che somiglia sempre più a una wasteland. Quando il regista hollywoodiano Michael Bay ha acquistato i diritti di Skibidi Toilet, la comunità del web lo ha percepito come segno della morte imminente del meme. Così, anche i tentativi di trasformare il brain rot italiano in gadget e capi d’abbigliamento sta cominciando a sancire la sua fine. Il folklore di internet è destinato a differire da ogni altro tipo di folklore: nasce, si consuma, e infine muore, perché ogni tentativo di cristallizzare il caos che non venga dallo sciame di utenti fallisce.
Arianna Caserta
Scrittrice e ricercatrice con una laurea magistrale in Film and Media Studies. La sua area di ricerca si concentra sulle ibridazioni tra audiovisivo e cultura internet, con un focus specifico sull'arte post-internet, identità digitali e pratiche di auto-narrazione online.
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