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Cultura in tv

Libri in Turné

I tentativi non si contano, ma i successi sono molto pochi: è davvero così difficile parlare di libri sul piccolo schermo? E si può trarre ispirazione da Turné Soirée, un programma della tv svizzera italiana…

Per molto tempo è stato un mantra inconfutabile. Poi sono arrivati il digitale, la moltiplicazione dei canali, le piattaforme, la quality tv, e oggi l’idea che “cultura” e “televisione” siano incompatibili è così obsoleta che non trova più neanche posto tra i venticinque “miti da sfatare” raccontati nell’ultimo numero di Link. Casomai, per ogni Alberto Angela o Roberto Bolle o Corrado Augias che battono Maria De Filippi e Barbara D’Urso, ci sono inflitte le solite giaculatorie sul riscatto e l’orgoglio e l’improvvisa redenzione di un Paese intero che si scopre travolto dalla febbre dell’acculturazione, quindi intelligente, sensibile, ravveduto, senza ceto medio ma con una gran bella “società civile” a decretare il tramonto di ogni volgarità televisiva, almeno fino alla prossima indignazione. 

Il compito a scuola, l’assemblea di istituto

Se però per “divulgazione o approfondimento culturale” intendiamo i format sui libri e sulla letteratura, le cose cambiano, e il mito resiste eccome. Qui non si intravedono né grandi idee, né ascolti stellari, né testimonial superstar capaci di fare miracoli. Non mancano buoni propositi e soprattutto tentativi a volte disastrosi, come il caso Masterpiece che ormai da noi ha fatto scuola, diventando l’emblema dell’impossibile matrimonio tra entertainment e letteratura nella tv generalista. Ma nel complesso tutto va meglio quando ci sono di mezzo il patrimonio artistico, l’archeologia, la storia, la scienza, la fauna e la flora, persino i seminari di Lacan, come nel Lessico amoroso di Recalcati. Con la letteratura è complicato. Forse perché in fatto di trasmissioni televisive dedicate ai libri, la nostra tradizione ha sempre seguito due grandi filoni: la marchetta e l’intimidazione culturale. Forse perché da noi portare il libro in tv significa confrontarsi con qualcosa di alto e nobile e civile, ovvero “necessario” (come il Pane quotidiano di Concita De Gregorio, format libresco di qualche anno fa). 

Si fa insomma una gran fatica a sganciarsi dalla galassia della scuola dell’obbligo e del liceo classico: se in tv c’è la letteratura, il pubblico in studio sarà rigorosamente composto da studenti accompagnati da professoresse e professori. Per esempio, nello storico programma di Raitre, Per un pugno di libri, due scolaresche si contrappongono in una specie di quiz per contendersi un montepremi di volumi, tipo Bonus Cultura per i giovani. O c’è la variante “assemblea d’istituto”, ovvero Maria De Filippi che invita Roberto Saviano per leggere Le notti bianche ai ragazzi di Amici (il reading, la messa laica in suffragio del Libro, è l’altra grande piaga della divulgazione letteraria in tv). Nozionismo, protervia, chiacchiera a braccio, un’idea di format che si biforca nelle due varianti, “impariamo giocando” o “impariamo soffrendo”, un’idea di letteratura sempre appiattita sull’Autore, dunque mai avvicinata identificandosi con le esigenze e le curiosità del lettore (non si pronunci, per carità, la parola “target”), tantomeno raccontando il libro come prodotto culturale pianificato da editori e direttori di collane e agenti letterari. Difficile dar torto allo spettatore che alla parola “libro” mette subito mano al telecomando. 

Un’altra cultura (in tv) è possibile

Eppure, per prendere una boccata d’aria fresca, basta la proverbiale “gita a Chiasso”. Per esempio, dare un’occhiata a Turné Soirée, la trasmissione di Mariarosa Mancuso e Damiano Realini, in onda sulla tv della Svizzera italiana, con tre stagioni all’attivo. Qui si riesce nell’impresa da noi pressoché disperata di portare i libri in prima serata, depurandoli dalla zavorra classicista e contenutistica e intimidatoria e facendo coincidere letteratura e entertainment, senza passare dal quiz, dal talent o dal reality. Turné Soirée va in onda ogni sabato e la prima nota di merito è la durata: venticinque minuti. Poco più di un video su YouTube, tre ore in meno della media di un talk italiano. Anche volendo, non c’è tempo per quelle estenuanti chiacchierate in cui l’autore racconta il libro al conduttore, entrambi presi in un intimo, assai poco avvincente scambio di complimenti e sgomitate e allusioni e strizzatine d’occhio che spinge a domandarsi come mai abbiano scelto di vedersi in tv anziché a cena da uno dei due. 

In fatto di trasmissioni televisive dedicate ai libri, la nostra tradizione ha sempre seguito due grandi filoni: la marchetta e l’intimidazione culturale. Si fa una gran fatica a sganciarsi dalla galassia della scuola dell’obbligo e del liceo classico: se in tv c’è la letteratura, il pubblico in studio sarà rigorosamente composto da studenti accompagnati da professoresse e professori.

Ecco che Turné Soirée ci porta in un territorio a noi pressoché sconosciuto, dove, come ha scritto Aldo Grasso, “parlare di libri significa semplicemente alzare il tono della discussione, rendere più squisito, meno tetro, meno volgare il quotidiano della chiacchiera, sollecitare la propria e l’altrui curiosità”. Per esempio, si può parlare anche di bestseller, senza rammaricarsi per le sorti della cultura ma provando casomai a capire come funzionano, dunque entrando nel merito delle “ricette che garantiscono il successo di un libro”, dell’allestimento delle vetrine delle librerie o dei criteri di scelta dei lettori, catapultandoci in una pista da bowling, con Mancuso e Realini che quasi rivisitano Il Grande Lebowski per spiegare che i punteggi che danno origine alle classifiche dei libri funzionano con le stesse dinamiche dei punti in una partita a bowling.

Si tratta in fondo di raccontare la letteratura, i libri e il mondo dell’editoria con un linguaggio finalmente televisivo, un plot diverso per ogni puntata, una conduzione ironica e un’idea di regia (curata da Giovanni Speranza) che mette in scena il libro affidandosi al montaggio, agli inserti che giocano in contrasto con la parola, al sound-design e grazie al cielo a moltissima musica (le trasmissioni letterarie si svolgono quasi sempre, non si capisce perché, in religioso silenzio). Ci sono gli “esterni”, ma non significa “autore e conduttore a passeggio in un luogo sperduto parlando del libro”, ma ritmo e respiro della narrazione. Si potrebbe appaltare alla Radiotelevisione della Svizzera italiana anche la diretta della finale del Premio Strega, apice televisivo della letteratura italiana e invito a stare lontani da una libreria per almeno un anno. Se Mancuso, Realini e Speranza riescono a movimentare anche il Museo Etrusco di Villa Giulia, meritano una menzione speciale agli Emmy Awards.

Temi trasversali e linguaggio televisivo

I libri sono convocati attorno a temi trasversali, come il post-umano o la fantascienza o il tennis o la vita urbana, dunque non necessariamente “urgenti”. Campi di indagine che automaticamente reclamano contaminazione dei linguaggi, disinvoltura, complicità con il lettore, prima che con l’autore. Per esempio, in una puntata dedicata agli “Stati di coscienza” sfilano i libri di Ian McEwan (Macchine come me) o Emmanuel Carrère (Io sono vivo voi siete morti) o Francesco Morace (Futuro + Umano), sociologo che ha scritto un bel saggio sul rapporto tra potenza dell’umano e sviluppi dell’intelligenza artificiale, con Mancuso e Realini che si muovono dentro uno scenario sci-fi, tra atmosfere e colori che richiamano Her di Spike Jonze, sullo sfondo dei numi tutelari, Asimov e Dick, ma anche di Albert Hoffman, lo svizzero più celebre dopo Roger Federer, inventore dell’LSD, dunque macchine ma anche paradisi artificiali, androidi e pecore elettriche e sentimenti meccanici ma anche spleen, oppio, bellezza decadente e Grands boulevards. Turné Soirée funziona anche perché trova un giusto equilibrio tra la dimensione locale (autori, librerie, premi, coinvolgimento di lettori e editori) e la circolazione globale dei libri, best-seller o meno.

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Tourné Soirée

Perché si tiene alla larga dalla spiegazione libresca secondo la mefitica triade “trama-contenuto-messaggio”, ma rivisita romanzi e saggi dentro una vasta rete di riferimenti culturali e immagini e discorsi e rimandi anche cinematografici che incuriosiscono lo spettatore, e affermano ciò che dovrebbe essere ovvio ma che da noi suona invece come una provocazione, vale a dire che i romanzi sono parte integrante della cultura visiva, transmediale, convergente, e che da Proust a Baricco nutrono il nostro immaginario come i film, le serie tv, il cibo, la moda, con buona pace dei difensori dello “specifico letterario” (che la cultura non sia più quella cosa prevalentemente letteraria è un gran bene anche per i libri, solo che non si può dire). È così che si naviga intorno al 20% di share. 

Un dato di ascolto in effetti incredibile per una trasmissione che parla di libri e letteratura, ma credibile proprio perché dei libri non se ne “parla” e basta. Casomai si mette in pratica l’adagio hitchcockiano: “un regista non ha nulla da dire, deve solo mostrare”. Come nella puntata sul “Tennis” che apre la terza stagione, da mandare a memoria per tutti quelli che hanno amato Open o “Roger Federer come esperienza religiosa” (qui è facile, si gioca in casa con il giornalista svizzero Simon Graf, autore di un bel libro in cui racconta il suo rapporto col campione, seguito in giro per il mondo con articoli e reportage pubblicati sul Tages-Anzeiger e la SonntagsZeitung). Leggere libri come una cosa naturale, non come una medaglia da mettersi al petto. Cercare vaste complicità, anziché assecondare i “lettori forti”, specie quelli che per definizione non guardano la tv (e magari la fanno). Ecco il segreto di Turné soirée.


Andrea Minuz

Insegna “Storia del cinema” presso l’Università Sapienza di Roma. È autore di saggi, volumi e monografie sul cinema e i media, tra cui Quando c’eravamo noi. La crisi della sinistra nel cinema italiano da Berlinguer a Checco Zalone (2014), Political Fellini. Journey to the end of Italy (2015), Steven Spielberg (2019). Collabora con varie riviste e scrive di televisione per Il Foglio.

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