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Televisione

Late night di destra

Tra satira e propaganda, Gutfeld! riscrive le regole del late show americano. Il successo dell’umorismo trumpiano racconta un pubblico che cambia, si divide, e vota.

Esistono decine di libri sull’umorismo, la risata e i suoi meccanismi. Com’è noto, spiegare una barzelletta vuol dire ucciderne il potenziale comico, eppure la letteratura sull’argomento è sterminata, oltre che interessante. Con tanto di formule quasi matematiche, come quella, di difficile attribuzione, secondo la quale la comicità sarebbe “tragedia + tempo”. E poi c’è la questione del pugno: punching down o punching up? Ovvero, con chi te la stai prendendo, con chi è in una condizione di potere rispetto a te oppure con chi non si può difendere? E così via, cercando di filtrare la satira più corrosiva dalle battutacce ai danni delle vittime – facili, prima ancora che vigliacche.

Ecco, occorre dimenticare questo e molto altro per comprendere un fenomeno come Gutfled!, il programma serale di Fox News – rete da sempre conservatrice e ora allineata a Donald Trump –, in cui la satira politica tipica del late show americano assume a tratti le tinte della propaganda. Al centro di tutto, oltre a Trump, che aleggia nello studio come un dio misericordioso, c’è Greg Gutfeld, classe 1964, commentatore politico e comico, che dal 2015 conduce una trasmissione che cerca di rispondere alla domanda: la destra può fare ridere? A giudicare dagli ascolti, si direbbe di sì: almeno qualcuno ride, visto che lo show ha una media di tre milioni di spettatori e ha superato la concorrenza di Stephen Colbert e Jimmy Fallon.

Sorpasso a destra

Gutfeld propone un umorismo tipicamente trumpiano: il tono è spesso arrabbiato, le battute non molto affilate, i bersagli i soliti. Tra tutti, il politicamente corretto, lo spettro di Joe Biden, descritto come decrepito e corrotto, e la recente polemica sulla cultura woke: tutte cose che contribuiscono a presentare lo show come un faro nel buio del politicamente corretto. Ma ad aiutare Gutfeld negli ascolti è anche la natura della sua rete, che ha ormai creato un mondo parallelo a quello degli odiatissimi media mainstream, e chi ha passato la giornata guardando Fox News difficilmente cambierà canale.

Ci sono sempre state reti televisive e giornali conservatori o liberal, ma mai come in questo momento il pubblico di Fox News e quello di MSNBC sono stati così distanti l’uno dall’altro. Due Americhe che non si parlano e non si capiscono, le cui battute risultano oscure, offensive e imbarazzanti all’altra.

Un paese che non sa ridere di se stesso, si direbbe, è perduto. E la situazione non sembra essere ottima, da quelle parti, visto che le battute di Gutfeld sono quanto meno divisive: non che il pubblico in studio rida molto, a dire il vero, ma è probabile che fuori dall’universo parallelo di Fox News, nessuno trovi lo show esilarante. Anzi. Ed è un problema, perché per capire una battuta bisogna accettarne innanzitutto il mondo da cui proviene, cosa sempre più ardua. Ci sono sempre state reti televisive e giornali conservatori o liberal, ovviamente, ma mai come in questo momento il pubblico di Fox News e quello di, per esempio, MSNBC, il network più progressista, sono stati così distanti l’uno dall’altro. Due Americhe che non si parlano e non si capiscono, le cui battute risultano oscure, offensive e imbarazzanti all’altra.

Gutfeld! è per certi versi una reazione a un processo ormai decennale che ha interessato una fascia oraria particolare, la seconda e terza serata, che a partire dal successo del Daily Show di Jon Stewart – a cavallo tra gli anni Zero e Dieci –, ha iniziato a parlare di politica sempre più schiettamente. Approfondendo gli eventi del giorno, ma anche prendendo una posizione. Il passaggio di Colbert – ex spalla di Stewart – al Late Show che fu di David Letterman, nel 2015, è stato forse il momento più emblematico di questo processo, che è però riscontrabile anche in Late Night di Seth Meyers, la cui rubrica di maggiore successo, “A Closer Look”, segue la stessa scia, con grande successo. Soprattutto su YouTube.

Già, YouTube. Nulla di tutto questo sarebbe successo senza il web, del resto. Anche gli ottimi risultati di pubblico di Gutfeld si spiegano osservando il panorama televisivo nel suo complesso: per quanto possa sembrare paradossale, infatti, parlare di tv significa anche (soprattutto?) parlare di YouTube, oltre che dello streaming in generale. Il sorpasso a destra di Gutfeld è legato infatti all’invecchiamento del pubblico televisivo e al caricamento ormai automatico degli spezzoni di Fallon, Colbert, Meyers, Kimmel e compagnia, proprio su YouTube. Risultato: a guardare la televisione, specie a una certa ora, rimane un pubblico più agée, fedele a un certo brand, anche per ragioni politiche e per l’effetto silos di cui sopra (passare da Fox News a quei pericolosi bolscevichi di CBS o NBC? Scherziamo?).

I numeri di Gutfeld, pur essendo notevoli di per sé, riflettono soprattutto il cambiamento del pubblico televisivo, specie quello under-60, sempre meno disposto ad accendere la televisione per guardare i late show. Late show che, peraltro, risultano intrappolati in uno strano stato della materia, tra il televisivo e l’online: vengono ancora prodotti e girati come fosse l’ancien regime, ma la loro fruizione è completamente post-televisiva. Controprova: le clip di Gutfeld sul canale YouTube di Fox News hanno numeri molto più bassi di quelle di Colbert & Co, che sembrano arrivare a un pubblico più grande, giovane e globale.

Tra la televisione e i podcast

In compenso, la destra trumpiana può vantare ben altri player nella piattaforma. Lo si è visto negli ultimi mesi dell’ultima campagna elettorale statunitense, in cui Trump è passato per tutti i podcast di bro muscolosi e criptoentusiasti, senza dimenticare streamer e star di TikTok. Si è parlato molto della riuscitissima ospitata da Joe Rogan, che all’epoca aveva il podcast più seguito al mondo, ma fondamentali sono state anche quelle con i comici Theo Von e Andrew Schulz, in cui Trump è parso alla mano e simpatico. Al gioco.

La destra populista si conferma particolarmente dotata nell’affrontare i periodi di crisi. La vediamo approfittare degli algoritmi di YouTube e TikTok, o trasformare in arma qualsiasi campagna sociale progressista. Il tutto, peraltro, presentandosi come l’alternativa libera e scherzosa a quegli ingessati di Harris e Biden.

Di analisi su questo fenomeno ne sono state fatte forse troppo, con il rischio di ridurre la vittoria di Trump su Kamala Harris a un paio d’ore passate con Rogan. Non è così, ovviamente, ma l’influenza crescente del movimento MAGA – e il suo mix di machismo, autoritarismo e fastidio nei confronti della cultura woke – è facilmente associabile agli ottimi risultati del partito repubblicano tra i giovani, i latinos e i neri, tutte categorie tradizionalmente vicine ai Democratici. Ora, a quanto pare, non più così tanto. 

La destra populista si conferma insomma particolarmente dotata nell’affrontare i periodi di crisi, come una pianta più a suo agio tra le crepe di un palazzo in rovina che in una serra. La vediamo approfittare degli algoritmi di YouTube e TikTok, o trasformare in arma da guerra qualsiasi campagna sociale progressista, sempre riducibile a un attacco alla libertà d’espressione. Il tutto, peraltro, presentandosi come l’alternativa libera e scherzosa, e non come quegli ingessati di Harris e Biden.

Il successo dei podcast ci interessa perché è un fenomeno anche televisivo, per quanto possa sembrare controintuitivo. Tempo fa, su queste pagine, parlavamo di come l’avvento dei video stesse influenzando il medium, nato come audio-only, imponendo un’estetica precisa (uno studio semplice, le cuffione, i microfoni ad asta ben visibili) e delle nuove conversazioni a un pubblico sempre più grande. D’un tratto, parlare per molti minuti, se non ore, dello stesso argomento è cosa non solo possibile, ma gradita – alla faccia dei tempi televisivi. Un chiacchiericcio continuo e autoriferito che ha favorito le nicchie e certe sottoculture poco in sintonia con i media mainstream, come il movimento MAGA o gli appassionati di criptovalute, che hanno creato network mediatici paralleli e alternativi. La camera dell’eco, monetizzata.

L’avvento del video podcast ha dato anche più potere e spazio a YouTube, che è cresciuta moltissimo in questo settore, anche garantendo la possibilità di monetizzare direttamente i contenuti. Ma non è l’ultima novità che ha riguardato la piattaforma nell’ultimo anno, visto che nel corso del 2024 YouTube si è imposta come servizio streaming televisivo. Negli Stati Uniti, infatti, YouTube viene da qualche mese usata più dagli apparecchi televisivi che dagli smartphone, e ha superato sia Netflix che Disney+, servizi che forse associamo più direttamente all’idea di “televisione”. 

Ma che cos’è poi la televisione, di questi tempi? Domanda a cui è impossibile rispondere, vista la velocità con cui il settore muta, crolla e risorge su se stesso, ma qualunque sia la risposta da proporre, è meglio che tenga conto anche di un fenomeno come Gutfeld.


Pietro Minto

Nato a Mirano, in provincia di Venezia, nel 1987; vive a Milano. Collabora con Il Foglio, Il Post e altre testate. Dal 2014 cura la newsletter Link Molto Belli.

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