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Consumo

Ok, il prezzo è ingiusto

Il dynamic pricing è diventato protagonista di accesi dibattiti e polemiche social per la natura impari e arbitraria del valore d’acquisto nel mercato contemporaneo. Ma quanto sono davvero ingiusti i prezzi variabili?

La storia fa giri strani: dalle rivolte per l’aumento del prezzo del pane durante la rivoluzione francese alle pagine Tiktok che sobillano shitstorm digitali per i prezzi variabili e personalizzati dei biglietti dei concerti degli Oasis. E in mezzo c’è stato il caos: il giorno della messa in vendita dei biglietti per gli Oasis, i social sono esplosi in uno spettacolo surreale di screenshot comparativi e recriminazioni rabbiose. Un biglietto da 80 euro segnalato da qualcuno è diventato improvvisamente da 250 euro per qualcun altro, mentre altri utenti giuravano di averlo visto “sparire” dal carrello nel momento stesso in cui cliccavano per acquistare. Alcuni hanno denunciato di essersi ritrovati a ricaricare compulsivamente la pagina, aumentando involontariamente la pressione algoritmica sulla domanda. Nel grande gioco del “chi arriva primo”, il pricing dinamico ha trasformato un’operazione semplice – comprare un biglietto – in una battaglia psicologica contro il sistema, creando una narrativa di ingiustizia perfetta per alimentare l’indignazione online.

Qual è l’oggetto di tanta rabbia collettiva post-luddista? È il machine learning di svariati ecommerce e delle piattaforme di ticketing, che personalizza il prezzo di acquisto per ognuno di noi in base a migliaia di variabili, ma principalmente a seconda della volontà individuale di acquistare, determinata dall’analisi dei nostri dati e comportamenti, e dall’offerta ancora disponibile. Una specie di suk automatizzato in cui la piattaforma tratta individualmente con ciascuno di noi, creando una strisciante sensazione di perdita di controllo, almeno nei settori in cui non siamo già largamente abituati alla sua esistenza – ormai, per esempio, diamo per scontato che non ci sia “un prezzo” per un Bologna-Milano in alta velocità. Dipende dalla domanda di mercato, dall’orario di punta, dal livello Gold di carta fedeltà, dagli sconti last minute delle notifiche push. Probabilmente in carrozza ci sono almeno 40 prezzi diversi.

Nell’agone dell’attenzione che è la rete oggi, la sgangherata discussione su cosa rappresenti un prezzo giusto non poteva non essere a sua volta sfruttata per fare engagement. Se dunque i prezzi personalizzati dalle avide piattaforme aumentassero adattandosi dinamicamente alla nostra cronologia di navigazione o alle nostre intenzioni di acquisto il tiktoker ovviamente vuole risolverci il problema con un video “vi spiego come comprare i biglietti Wizzair al prezzo più basso con un browser anonimo e criptato!” Se invece variassero sulla base di informazioni personali che i cookie ci hanno sottratto allora la soluzione sarebbe a portata di un altro tiktok: “da quando ho visitato il sito di Gucci, Italo non mi fa più lo sconto con la tariffa XtraMagic. Vi spiego come fare, in cinque passi” seguono 15 secondi in cui semplicemente vi fa svuotare la cache del browser. Oggi chi si sente “truffato” da un aumento ad personam del prezzo sarà in grado di urlarlo digitalmente a un pubblico vasto che si indignerà per solidarietà, mentre al contrario chi riceve un coupon di sconto personalizzato tenderà a tenerlo per sé. Ogni episodio può diventare un “pattern segreto” da svelare ai propri follower. 

Il problema però, secondo me, è a monte: quanto sappiamo davvero dei prezzi delle cose che acquistiamo? Quanto sono davvero ingiusti i prezzi che variano? La scrittrice e premio Nobel Annie Ernaux annota, nel suo libro Guarda le luci amore mio, il certosino lavoro del fare la spesa di una persona non abbiente: si tratta di confrontare senza sosta volantini, coupon, offerte, 3X2, scadenze delle promozioni. Una vita sul filo del coupon. Alla mancanza di mezzi economici, beffardamente, si somma anche il tempo impiegato in questa caccia senza fine al prezzo più basso. Per la parte più fortunata dei consumatori il prezzo invece è valutato approssimativamente sulla base di ricordi imperfetti e interferenze ambientali, il più delle volte totalmente irrazionali. Per la maggior parte degli acquisti non conosciamo davvero il prezzo di mercato e il suo andamento nel tempo. Ai tempi della prima repubblica in campagna elettorale era usuale chiedere al politico intervistato il prezzo di un litro di latte, per verificarne quanto sapesse della vita quotidiana del popolo. Oggi in realtà in pochi di noi saprebbero indovinarne il prezzo, tanto più che la esasperata differenziazione (per esempio: latte biologico, italiano, UHT, latte fieno, senza lattosio, ecc. ecc.) moltiplicato per il numero di marche esistenti moltiplicato per la tipologia di luogo in cui avviene la vendita (ipermercato, supermercato di quartiere, delivery) produce un’infinità di prezzi diversi per prodotti molto simili, impossibili da ricordare, figuriamoci da valutare. 

Questione di psicologia

La correttezza di un prezzo è qualcosa a cui aneliamo ma che ci sfugge di continuo, del resto c’è tutta una dinamica psicologica in gioco, come insegna l’economia comportamentale. I consumatori spesso valutano il prezzo non solo in termini assoluti, ma anche attraverso il confronto con le alternative, il contesto e le percezioni soggettive. Fattori come l’effetto ancoraggio, la propensione al rischio, la giustificazione sociale o le aspettative influenzano la percezione di equità del prezzo. Siamo guidati non solo dalla razionalità, ma anche da emozioni, pregiudizi e segnali esterni che, consapevolmente o meno, determinano ciò che consideriamo giusto o ingiusto.

I prezzi sono sempre stati dinamici, per la loro peculiare natura di regolatori del mercato e di segnalatori della domanda e dell’offerta, ma non ci diamo pace quando questo accade, è più forte di noi.

Immaginiamoci di nuovo al supermercato, di fronte allo scaffale del latte. C’è un litro di latte “a lunga conservazione” a 1,20 euro, un litro di latte biologico a 1,90 euro e un litro di “latte fieno” a 2,50 euro. Ma qual è il prezzo giusto? Dipende. Possiamo optare per il più economico, lasciarci convincere dal valore ecologico del biologico o cedere al fascino, un po’ misterioso, del latte fieno. Il prezzo più alto non rappresenta solo la qualità, ma ne influenza anche la percezione. Inoltre, l’effetto ancoraggio ci condiziona: il latte fieno a 2,50 euro rende quello biologico a 1,90 euro un affare, mentre senza questo confronto, il latte a lunga conservazione a 1,20 euro potrebbe sembrare troppo caro. Poi c’è l’effetto variazione: percepiamo come ingiusta ogni variazione di prezzo al rialzo, perché per noi il “prezzo giusto” resta quello più basso, soprattutto se l’aumento non è motivato da ragioni “razionali”. Ecco perché il supermercato spesso si giustifica (“i rincari dei fornitori ci hanno costretti ad aumentare i prezzi”). Se percepiamo una causa con cui empatizzare, l’aumento ci pesa meno. Se il rialzo segna invece la fine di una promozione, consideriamo il prezzo “ritornato alla normalità”. Sebbene, alla fine, l’effetto sia lo stesso: il prezzo è aumentato.

I prezzi sono sempre stati dinamici, per la loro peculiare natura di regolatori del mercato e di segnalatori della domanda e dell’offerta, ma non ci diamo pace quando questo accade, è più forte di noi. Dalla notte dei tempi il prezzo del latte varia a seconda della stagione: in inverno, quando la quantità era scarsa, i compratori pagavano prezzi più alti. Ogni compravendita comportava inoltre una contrattazione, in cui ogni prezzo era diverso. La contrattazione è un gioco a somma zero in cui si sfidano nervi saldi, volontà di acquistare o di vendere, valutazione della capacità di acquisto del compratore, capacità di applicare quello che oggi definiremmo storytelling. Il prezzo è diverso per ogni compratore.

La contrattazione nei negozi è una pratica meno antica di quanto immaginiamo. Fino a meno di un paio di secoli fa i commercianti non dovevano nemmeno ricorrere, per nascondere i prezzi, alla scusa della vetrina in allestimento. L’introduzione dei prezzi “esposti” (e quindi uguali per tutti) risale alla nascita dei grandi magazzini nel XIX secolo, come il Bon Marché a Parigi. L’idea di prezzi esposti, uguali e fissi per tutti i clienti, era allora rivoluzionaria. Non c’entrava il desiderio di equità, però, era un tema di efficienza: evitando le contrattazioni i grandi magazzini potevano velocizzare gli acquisti. Trattare, infatti, rallenta il business, non fa ruotare velocemente gli stock di magazzino su cui si fondava il nascente business di Bon Marché. Come del resto sembrò improvvisamente un impaccio inutile servire ad uno ad uno ogni cliente: i prezzi esposti e il self-service fecero la fortuna del primo supermercato self-service, Piggly Wiggly, aperto a Memphis, Tennessee, nel 1917. Oggi nessuno si sognerebbe di trattare il prezzo al supermercato, tuttavia le grandi catene modificano il prezzo dello stesso prodotto a seconda della regione, della provincia e a volte perfino del quartiere, per adattarsi alla cosiddetta capacità di spesa: siete più ricchi? Il latte in quel quartiere costa di più. E per rendere il tutto ancora più efficiente esistono le cosiddette etichette elettroniche, display LED che in pochi click possono cambiare i prezzi di un intero scaffale a 120 chilometri di distanza.

Perché il prezzo è divisivo?

La nostra velleità di ottenere un prezzo “giusto” fondata su una percezione parziale, distorta e umorale si scontra con un sistema digitalizzato di offerta globale che gioca a scacchi con noi sui prezzi usando algoritmi e dati come pedine. Il gioco sembra impari e la sensazione di ingiustizia ci pervade, di fronte alla misteriosità del processo di formazione di quel prezzo. Il “complotto” del prezzo non poteva non diventare un altro trigger per discussioni online, in cui si mescolano false percezioni e veri aneddoti personali, conoscenza approssimativa dei meccanismi digitali e irrazionalità contemporanea. Chi non ha sentito da amici e colleghi frasi come “ieri un biglietto Bruxelles-Roma costava il triplo di domenica sera” oppure “su Amazon nel weekend i prezzi sono sempre più bassi che in settimana”. Sarà vero per tutti o sarà stato un caso o un prezzo personalizzato? Non lo potremo mai sapere.

Non è estranea alla crescente ostilità online verso il prezzo dinamico una mitologizzazione del prezzo fisso e uguale per tutti come forma di “giustizia economica”, una specie di neo-socialismo. Un sogno appunto: in mancanza di parità nel redditi la politica del “prezzo giusto” si rivela illusoria.

Oggi le occasioni per essere triggerati da un’ingiustizia di prezzo sono infinite (siamo oggetto di 33.000 messaggi pubblicitari al giorno, e molti di questi propongono un prezzo) e inoltre ne subiamo un’esposizione selettiva e trasformata in storytelling attraverso creator e algoritmi. Alcuni di questi prezzi “dinamici” infatti attraggono una quantità di attenzione sproporzionata rispetto ad altri. Sembrano essere divisivi soprattutto nell’intrattenimento: forse più si tocca la cultura più “ci fa strano” la disparità sui prezzi? Una sala cinematografica di Milano nel 2016 aveva messo in vendita i biglietti a un prezzo che variava dinamicamente tra i 4,50 e gli 8,50 euro. Contava l’orario della proiezione, l’anticipo con cui si acquistava il biglietto, la tipologia di film, la reputazione degli artisti, le recensioni del film e altre decine di fattori non specificati, sulle quali si erano ovviamente scatenate le congetture più bizzarre. Dopo un anno, a leggere i resoconti sulla stampa, il risultato sembrava essere positivo, ma oggi, provando a prenotare nella stessa sala, il sistema mi propone la visione pomeridiana di Parthenope a un piuttosto salato (è la mia percezione, ovviamente) ma uguale-per-tutti prezzo di undici euro. E così torniamo all’inizio, all’ultima tournée di reunion degli Oasis, con la rivolta che ha toccato il livello di guardia. E alla fine pure loro, le due star di Manchester, dopo aver fatto ottimizzare gli incassi nelle prime date con prezzi dinamici che aumentavano in modo inversamente proporzionale alla quantità di posti in vendita, hanno deciso di abbandonare il sistema (e di magari alzare i prezzi per tutti, equamente). E finiamo in Australia, in cui li si vuole addirittura vietare: il primo ministro australiano, Anthony Albanese, dopo che i prezzi dei concerti dei Green Day in Australia, partiti da 100 dollari sono arrivati fino a 500, si è inchinato ai tumulti digitali. 

Alla catena Wendy’s, negli Stati Uniti, alle prese con il tentativo di rendere i prezzi dinamici, è andata ancora peggio. Dopo aver introdotto senza clamore prezzi diversi tra weekend e settimana, giornali popolari come Daily Mail e New York Post, da sempre sensibili agli umori delle persone, hanno fiutato lo scoop, mettendo nel mirino l’avido aumento dei prezzi “che specula sulla fame delle persone”. Poco importa alla fine che Wendy’s abbia giustificato la mossa con “non stavamo pianificando di aumentare i prezzi durante i periodi di alta domanda, ma di abbassare i prezzi durante i periodi di bassa domanda”, e che potrebbe pure essere vero. Ma si sa, siamo più propensi ad arrabbiarci nel vedere i prezzi salire alla domenica, rispetto a essere relativamente felici nel vederli scendere al mercoledì pomeriggio. Tutto dipende da come ci viene presentata la cosa, dal suo framing. Non ci sono shitstorm perché il Roadhouse abbassa le ribs al martedì sera.

Non è estranea alla crescente ostilità online verso il prezzo dinamico una mitologizzazione del ritorno a un’epoca in cui il neo-liberismo digitale non aveva ancora pervaso le nostre vite (parafrasando il Douglas Coupland di Memoria Polaroid). Ed è parte di questa arcadia immaginaria anche il prezzo fisso e uguale per tutti come forma di “giustizia economica”, una specie di neo-socialismo. Un sogno appunto: in mancanza di parità nel redditi però la politica del “prezzo giusto” si rivela illusoria. Non importa tanto che il prezzo sia uguale per tutti se sei nella situazione della signora descritta da Annie Ernaux, quanto il reddito che puoi spendere in tranquillità. E questo concetto di giustizia ignora che, come sostengono alcuni economisti, la logica del prezzo dinamico potrebbe addirittura favorire il consumatore con minore potere di spesa.

In un’era in cui il prezzo non sarà più controllabile e memorizzabile, determinato da mille variabili e influenze, personalizzato su di noi e sul contesto, resta la domanda di come convivere con un sistema con gli stessi paradossi dell’era delle piattaforme: affrontare il prezzo dinamico da apocalittici o da integrati? Chiuderci nei nostri browser come nuovi bunker digitali sperando di non farci intercettare e spuntare il prezzo anonimizzato, o accettare come inevitabile il prezzo fluido, personalizzato, incluso di scambio dei nostri dati personali? Non credo di essere apocalittico nel credere che il dynamic pricing rappresenti la massima espressione del capitalismo digitale moderno: un capitalismo che sposta il baricentro dal mercato collettivo a quello individuale.

Ogni consumatore diventa un micro-mercato a sé stante, a cui comunicazione, advertising, prodotto e infine il prezzo si adattano volta per volta. E il prezzo dinamico alla fine, non è altro che uno specchio che ci mette di fronte alla riflessione sul valore che diamo alle cose, sullo stato del nostro potere d’acquisto, e, a volte, sulla nostra idea di equità. Ogni volta che sorge un polemica online attorno al prezzo – che sia un aumento “ingiustificato”, una speculazione “ingiusta” o un costo “nascosto” –  significa nient’altro che in quel momento ci siamo accorti che il sistema sta giocando con noi e che, alla fine, non è poi così differente dalla sfida quotidiana della pensionata con il suo supermercato. 


Gianluca Diegoli

Dalla Bocconi in poi osserva passare i trend dall’evanescente confine tra online e offline. Di giorno si occupa di marketing, di notte ha scritto Seguimi! Il marketing come culto, il culto come marketing (2025), e Svuota il carrello - il marketing spiegato benissimo (2020), entrambi per UTET. Insegna alla IULM e all'Università di Udine. Ogni venerdì alle 9 manda la sua newsletter a 25.000 marketer e no.

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