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Serial Fatigue

Comfort zone cercasi disperatamente

Di fronte all’eccesso di offerta e all’ansia dell’ultima uscita da vedere assolutamente, sempre più spesso la soluzione è guardare all’indietro, gettandosi tra le rassicuranti braccia delle sitcom e dei classici. Con la garanzia di non fare fatica.

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Questo articolo è apparso per la prima volta su LINKNumero 30 -Serial Fatigue delottobre 2024

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In un vecchio episodio de I Simpson (undicesima stagione, dodicesima puntata, in Italia “Il castello in aria di Homer”, in onda nel 2000), il signor Burns – l’anziano milionario padrone della centrale nucleare dove lavora il capofamiglia, e da lì capace di estendere il suo dominio sull’intera Springfield – si trova in ospedale per un check-up integrale. Le analisi si susseguono, arriva il momento dei risultati. Il medico, con in mano una professionale cartelletta, comunica il responso: Burns è l’uomo più malato di tutti gli Stati Uniti, eppure i suoi tanti disagi si trovano in un equilibrio perfetto. Per far capire bene la diagnosi, prende una porta giocattolo e prova a farvi passare attraverso una serie di piccoli mostriciattoli colorati, a rappresentare i tanti germi; mentre questi si affollano tutti insieme per superare il varco, si bloccano a vicenda. Il gruppo di virus e batteri preme, ma niente si muove: nulla riesce a superare la barriera. Ecco, questa metafora può essere molto efficace anche per rappresentare, per assonanza, lo scenario della serialità, e più in generale del consumo mediale, contemporanei: un’offerta di contenuti mai così ampia, abbondante e probabilmente sovrabbondante (i mostriciattoli), che proprio perché troppa non riesce però a superare la soglia della nostra attenzione, a ottenere una qualche rilevanza. Pensando agli ultimi anni seriali, la sensazione è quasi solo quella: siamo sommersi dalla quantità di titoli disponibili, dalle novità che si affastellano rapide una dopo l’altra, da liste di canali troppo numerose e interfacce troppo piene di opzioni, dalla paura di perderci sempre qualcosa per strada, dall’ansia di non avere testa e tempo sufficienti a godere fino in fondo di quest’abbondanza, di non meritare offerte tanto rigogliose. E così siamo affaticati ancor prima di cominciare, scoraggiati davanti a muri di opzioni, annoiati per quello che dovrebbe essere un passatempo, un riempitivo, e invece ci richiede fatica, l’attento soppesare di costi e benefici, di investimenti e ritorni, fino a diventare un lavoro, o persino peggio del lavoro. Solo una volta ci è capitato di avvicinarci alla soddisfazione della compiutezza (e, anche in quel caso, a essere sinceri davvero, esagerando comunque un bel po’), ed è stato quando con la pandemia e il lockdown siamo stati in casa per qualche mese, con i rubinetti delle produzioni che si chiudevano man mano e un tempo che non finiva più, adatto a scandagliare in lungo e in largo le tante serie tv proposte dalle reti digitali, dalle piattaforme, persino dalla pirateria di ritorno: corollario, l’illusione impagabile di aver finalmente “finito Netflix”, di essere riusciti per una volta a domare l’onda alta dei drama da vedere per forza, delle comedy di cui tutti hanno scritto, delle docu-qualcosa da consumare in pochi giorni o poche ore per non finire tagliati fuori dalle conversazioni, per non incappare negli spoiler, per capire i meme. Poi per fortuna l’emergenza è finita, la vita è tornata, e con essa la lotta con le imperdibili uscite del weekend.

Di fronte all’abbondanza del nuovo, il rifugio diventa tutto quello che nuovo non è più, altrettanto abbondante ma capace di rassicurare. Invece della sorpresa, dello stupore, dell’ignoto da esplorare, ecco la rassicurante tranquillità di ciò che è più sicuro. Invece della fear of missing out di un presente incessante, lo sguardo rivolto indietro, la nostalgia di tempi più semplici, sereni, sinceri, meno affollati.

Le serie nuove sono tante, le serie nuove sono troppe. Da questo eccesso paradossalmente nascono il blocco, la paralisi, la sensazione di impotenza e scoramento. E anche, ancora più paradossalmente, da lì comincia uno scarto laterale, una mossa contro-intuitiva. Di fronte all’abbondanza del nuovo, il rifugio diventa tutto quello che nuovo non è più, altrettanto abbondante ma capace di rassicurare. Di fronte alle troppe cose ancora da cominciare, il sottile e voluttuoso piacere dello spreco porta a rivedere ciò che già ci è noto, a tornare sui sentieri percorsi negli anni, in cerca magari anche dell’entusiasmo dei primi ruggenti tempi delle scoperte seriali. Invece della sorpresa, dello stupore, dell’ignoto da esplorare, ecco allora la rassicurante tranquillità di ciò che è più sicuro. Invece della fear of missing out di un presente incessante, lo sguardo rivolto indietro, la nostalgia di tempi più semplici, sereni, sinceri, meno affollati. Invece del profluvio di novità che durano un battito di ciglia, dei richiami incrociati tra sottogeneri, o delle serie-che-sarebbero-potute-essere-un-film, l’intima comprensione neppure appieno consapevole che prima della legittimazione, del prestigio, di tutta la fuffa discorsiva, le serie giravano meglio, davano più soddisfazioni, duravano a lungo, restavano impresse. Compreso, magari, proprio quell’episodio di 25 anni fa di una sitcom animata in onda dal 1989 che tuttora fornisce metafore efficaci.

Il paradosso della sitcom

Proprio la sitcom, sia quella animata sia quella con attori in carne e ossa, si trova oggi al centro di una contraddizione profonda, aiutando a mettere in evidenza il meccanismo che da tempo si è inceppato e da cui è ora probabilmente troppo difficile uscire. Ragionando sull’evoluzione della serialità americana, così come sulla tv più in generale, è fin troppo facile cadere nella trappola di un’interpretazione evolutiva: in principio sono i network a offrire titoli tradizionali all’ampia platea generalista; poi arrivano le cable a innovare i linguaggi, estendere il campo del rappresentabile, alzare i budget, parlare alle nicchie; e dopo ancora sono le piattaforme a liberare autori e spettatori, svincolando formati, estetiche, narrazioni e modi di circolazione dei prodotti con la loro disruption. Lo schema è cristallino, la realtà è sempre un poco più complicata, ma soprattutto non sempre quest’idea automatica di progresso funziona. La sitcom è stato il genere in assoluto più popolare della tv americana per decenni, fin dalle origini del medium, ed è naturale pertanto che tutti gli operatori abbiano provato a farla, perfezionarla, migliorarla; in un momento in cui l’offerta generalista si appanna, tra esperimenti di qualche raffinatezza e riproposizioni stanche dei modelli passati (reboot compresi), tutti gli altri si sono fiondati sulla comedy. Eppure. Le cable han dato carta bianca agli autori, con operazioni splendenti e velleitarie che però faticano a incidere, a farsi notare, a trovare un pubblico che vada oltre i già convertiti. E poi le piattaforme non lineari hanno molto investito e molto giocato, ma sempre in modo confuso, provando tutto e il suo contrario, senza più di tanto rendersi conto di quanto fossero le stesse regole del gioco a rendere il successo impossibile. I tentativi di prendere la fiaccola dell’innovazione comedy sono stati e sono tuttora molti, le risorse investite anche, ma tutto finisce per schiantarsi contro esiti magari premiati ma insoddisfacenti. Netflix, come sempre, è quella che rende meglio l’idea. Fin quasi dal primo istante in cui ha cominciato le sue produzioni originali, il servizio on demand globale per eccellenza si è impegnato anche nella comedy originale, sperimentando più strade insieme, in dialogo sia con la tradizione dei network sia con le innovazioni della cable: titoli single camera e multicamera, con o senza risate registrate in sottofondo, più autoriali o legate agli attori famosi, riprese da titoli già noti o con mondi originali, tra le serie realizzate dalla piattaforma si trova praticamente di tutto. Allo stesso tempo, però, sono le regole stesse di Netflix a frustrare il compiuto funzionamento di queste sitcom, a togliere loro molta dell’efficacia potenziale: il genere ha bisogno di inserirsi gradualmente nelle routine quotidiane del pubblico e necessita di un ritmo di visione centellinato, di una sincronizzazione di chi guarda, della visione e discussione collettiva, del ritorno sul luogo del delitto (e della risata) attraverso le repliche, e finisce invece per essere indebolito dal binge di tutti gli episodi, che non può costruire familiarità, dalla fretta con cui si passa a distanza di pochi giorni a una next big thing, che non dà forma a un’abitudine, e dall’assenza di vuoti tra un episodio e il successivo, che non offre il tempo al discorso di dispiegarsi, al passaparola di attivarsi. Di più, il modello di Netflix si è orientato, salvo poche eccezioni, alla chiusura delle produzioni dopo al massimo tre stagioni, per ragioni di contratti, costi e compensi: ma questo necessariamente riduce a poche puntate un genere che nei suoi esiti più riusciti deve proseguire per anni, raggiungere centinaia di episodi. Insomma, pur investendo un budget considerevole, pur strappando alla concorrenza gli autori più importanti (come Chuck Lorre), le regole di fondo della sitcom restano inevase, sabotate persino, sacrificate alla disruption. Il paradosso è che poi su Netflix, e su tutte le piattaforme, la sitcom come genere funziona, eccome, e pure molto bene. Tramite l’acquisizione dai distributori dei diritti di messa in onda nelle finestre non lineari, molte comedy realizzate e già trasmesse altrove approdano nella loro interezza all’on demand, alla fine del loro percorso, con decine di stagioni. La breve durata, la leggerezza e il racconto in larga parte episodico, con piena soddisfazione verticale, sono perfetti per incastrarsi nelle giornate di chi guarda, per consentire una visione meno impegnativa o per indulgere nell’“ancora una” prima di andare a letto. Evidentemente confermate dai dati di consumo, queste considerazioni giustificano le lotte al rialzo con i distributori per i diritti, risorsa preziosa e rara, spiegano le ingenti quantità di denaro sborsate da Netflix per prolungare anche solo di pochi mesi la disponibilità di Friends, di Seinfeld o di The Office sulla piattaforma, o mostrano la rilevanza che l’esclusiva su I Simpson o The Big Bang Theory riveste in termini promozionali e di appeal sul pubblico nel lancio di un servizio. A funzionare non sono però le sitcom nuove e originali ma – sottolineiamolo ancora, paradossalmente – quelle che provengono da una lunga e fruttuosa storia precedente sui network generalisti. Le strategie di bandiera dell’on demand impediscono ai suoi titoli nella comedy di (potenzialmente, sperabilmente) occupare in futuro un simile spazio, mentre i tanto vituperati modelli produttivi e distributivi della generalista, la sincronizzazione pubblica e la costante ripetizione, creano sitcom dal respiro ampio e dalle tante puntate, praticamente perfette, dopo qualche anno, per inserirsi con profitto nei cataloghi on demand. Anche su Netflix, insomma, la sitcom classica è uno dei pochi titoli seriali rimasti da guardare insieme, da discutere alla macchinetta del caffè, da rendere parte della propria identità, da usare per riconoscersi parte di una comunità, dalla durata e dal valore quasi infiniti. Ci sono, ci sarebbero un sacco di serie nuove, anche comedy, eppure torniamo più volentieri a ridere e sorridere con quanto ci ha già fatto compagnia in passato, altrove.

Vie di fuga

È quasi una regola, per ogni fenomeno gli americani individuano subito un’etichetta. E allora al primo diffondersi di questi casi, di questi tradimenti, si è parlato e si è scritto ampiamente di comfort television: le serie poco impegnative, i programmi facili da vedere e che non richiedono particolare fatica, che si prestano a una visione distratta, che invece di urlare per farsi notare come unici e imperdibili si adattano docilmente ai ritmi, alle forme e alle necessità di ogni giorno, di ogni spettatore. Ed è proprio con quest’idea di comfort, così, che possiamo spiegare il nostro attaccamento eterno o quasi a certe sitcom classiche, come anche a certe serie amate in passato, a certi titoli imperfetti e sinceri, a molta televisione corrente, banale ma funzionale, di cui ci vergogniamo un po’ ma che spesso (sempre?) finiamo per preferire rispetto all’hype della novità; e che sempre più di frequente risolve l’impasse dei troppi titoli tutti assieme, dall’abbondanza che blocca, senza che per nulla di nuovo valga poi davvero la pena.

Comfort è la soavità, la leggerezza: quello che non pretende troppo impegno, che non richiede concentrazione e memoria, che gioca non tanto sulla testa ma sul cuore, che non ci stanchiamo di vedere, rivedere, e rivedere ancora.

Comfort television è un termine efficace perché fa da ombrello a tante cose assieme, leggermente diverse e complementari, unificate dall’offrirci una via di fuga alternativa, a scapito degli sforzi dell’industria, delle energie creative degli autori, dei fiumi di inchiostro di chi ogni settimana proclama nuovi capolavori. Comfort è la comodità, l’agio, la facilità: quello che si conosce già invece di quello da scoprire ancora, quello che già siamo certi di apprezzare, quello che è lì a disposizione con pochi clic sul telecomando e sullo smartphone o con un minimo di zapping e attesa. Per la gran parte delle persone le serie tv non possono e non devono essere un lavoro, l’obiettivo è anche fare meno fatica possibile. Comfort è la sicurezza, la garanzia: quello che non fa perdere tempo, quello che ha sicuramente del valore (per noi, o in generale), quello che consente di arrivare senza imprevisti alla soddisfazione, breve o duratura, di cui sentivamo il bisogno. Ecco che si costruisce quasi un canone, non basato sul pilota e sul processo alle intenzioni come avviene nella critica seriale, ma fondato sull’esperienza, sulla raccomandazione sincera, sul passaparola, su quella significatività che non è solo una fiammata ma dura per anni o per decenni. Ed ecco allora che si diventa davvero classici, non per una patente imposta ma per una voglia di guardarli e riguardarli che resiste al cambio del mondo, alla riformulazione dei contesti, e mantiene a lungo il suo valore. Comfort è la soavità, la leggerezza: quello che non pretende troppo impegno, che non richiede concentrazione e memoria, che gioca non tanto sulla testa ma sul cuore, che non ci stanchiamo di vedere, rivedere, e rivedere ancora. Invece delle serie che richiedono mappe e fermi-immagine, qui trionfa la capacità di godere di quello che sappiamo già succedere, perché lo ricordiamo o – come in tanti procedural tradizionali, nella soap, nel – la sitcom, nei quiz, in tantissima tv della realtà – perché i modelli quelli sono, variazioni sul tema di temi eterni, e il piacere sta nella scafata o inconsapevole ripetizione di ambienti, personaggi, snodi narrativi, battute. Noioso e rassicurante, soddisfacente anche con il freno a mano tirato. Comfort, ancora, è lo sguardo all’indietro, il ricordo, la nostalgia (persino per ciò che non si è vissuto mai): quello che punteggiava tutti i pomeriggi e le estati delle nostre infanzie e adolescenze, quello che associamo a un momento piacevole o a un rimpianto, quello che sta lontano dai fallimenti del presente, quello che rimanda a tempi mito – logicamente più semplici, agli happy days anche soltanto raccontati. Sono le serie rimaste nel ricordo, sono le serie già testate e che ottengono senza intoppi il risultato atteso, sono le serie rassicuranti, il regalo, la coccola. Comfort, insomma, è la gioia senza complicazioni, no strings attached: quello che ci fa ridere, quello che ci svaga, quello che ci fa passare il tempo senza increspature, quello che ci fa pensare a qualcos’altro. Sembra poco, eppure è tantissimo. Sembra facile, eppure è un privilegio raro. La serialità può essere anche, e forse deve tornare a essere di più, qualcosa che ci fa stare bene. Senza ansie, senza affanni, senza sovrastrutture. Senza troppo curarci di sguardo e giudizio altrui. E senza stare troppo a pensare a tutte le altre serie, nuovissime, che tutte insieme ansiosamente e inutilmente premono contro la porta del nostro tempo e attenzione, mentre poi decidiamo di far partire un vecchio episodio dei Simpson di cui conosciamo ogni battuta a memoria.


Luca Barra

Coordinatore editoriale di Link. Idee per la televisione. È professore ordinario presso l’Università di Bologna, dove insegna televisione e media. Ha scritto i libri Risate in scatola (2012), Palinsesto (2015), La sitcom (2020) e La programmazione televisiva (2022), oltre a numerosi saggi in volumi e riviste.

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