Dove andremo a finire? A volte le serie tv ci svelano ciò che succederà, altre ciò che sarebbe potuto succedere e invece. Nemmeno i biker ci salveranno.

E va bene, siamo in un periodo di crisi, questo lo sappiamo tutti. Certo, per darsi un tono si può citare il fatto che in Giappone si usi lo stesso ideogramma sia per scrivere “crisi” che “opportunità”, ma da questo lato del mondo vediamo meglio il sole della civiltà tramontare a Occidente più che l’astro nascente delle novità sorgere a Oriente. Di conseguenza, abbiamo un modo tutto nostro per creare il necessario rinnovamento che fa parte del ciclo naturale delle cose. Lasciamo da parte il vecchio metodo della catarsi attraverso la guerra che, nonostante il passaggio poetico per il fuoco purificatore e il risorgere dalle ceneri, è in definitiva molto dispendioso e, soprattutto, raramente attuabile da chi legge riviste di approfondimento televisivo. Un altro modo c’è: la ribellione. Per quanto possa risultare retorico, è proprio così: chi getta il seme del rinnovamento è chi si ribella a quello che già c’è, e la terra fertile dove farlo germogliare la si trova solo grazie ai lunghi viaggi solitari di chi si dissocia.

Perciò, per vagliare la salute del nostro futuro bisogna tastare il polso di qualche ribelle. Sons of Anarchy ci risparmia il fastidio di doverci sporcare le mani su polsi insozzati da troppe ore on the road, portandoci sui teleschermi l’antagonista mondo dei biker. Gente moderna, concreta! Non i rivoluzionari intellettuali con la sciarpetta, che dall’Ottocento in poi ci hanno dato solo grane.

Il biker ha compreso che non si mangia con le metafore, e che non si può dissentire in pantofole. Bisogna andarsene materialmente dalla decadente civiltà immobilistica! E per farlo servono ruote e motori. Prima di poter cavalcare una cosa rombante (il che, non c’è bisogno di spiegarlo, è la condizione migliore per un ribelle) ci si accontentava dei cavalli – cowboys solitari alla conquista del West, e prima ancora cavalieri ombrosi nel selvaggio Medioevo. Rispetto ad allora, i biker si sono evoluti e hanno man mano trovato gli accessori ideali per svolgere la loro pratica nel modo migliore. Dalla tradizione hanno mantenuto l’abitudine di cingere armi – i coltelli come le spade dei cavalieri di ventura, le armi da fuoco come i cowboys – e per attualizzare il contrasto civile si è diffuso un gusto per l’illegalità, nell’uso di droghe e prostitute e nella pratica del furto.

Così, scevro da intellettualismi sedentari e libero da costrizioni, il biker sfreccia sulle highways verso il modello utopico della civiltà del futuro, che si concretizza nella forma fisica del Raduno di biker. Il Raduno ha tutte le caratteristiche positive che Tommaso Moro aveva descritto nel mondo astratto delle idee, con in più la solidità di chi conosce il mondo reale: esiste forse qualcosa di meglio di ritrovarsi insieme ad altri valorosi, tra concerti rock, grossi quantitativi di birra e concorsi di Miss Maglietta Bagnata? Non serve dire che i vichinghi, giunti nelle Americhe prima del nostro Colombo, avevano un’idea di paradiso molto simile. Ecco quello che sarebbe dovuto accadere dopo: la civiltà vecchia e morente, vedendo da distante l’energia innovatrice sprigionata da questi nuovi e perfetti modelli di organizzazione, capisce di aver sbagliato e li reintegra dentro se stessa, assumendoli come una medicina. Poi il ribelle, tornato a casa, baratta il suo coltello per la corona sotto la quale guiderà una società più giusta, per il tempo che durerà.

Ma non è andata così. Il morbo sconosciuto è cresciuto ormai troppo in seno alla nostra civiltà perché se ne possa fuggire. O sarà forse per via del prezzo della benzina, che i biker non sono andati abbastanza lontano da evitare il contagio? Sono ancora tanti i centauri al chiaro di luna, ma eccoli là in cravatta all’alba del mattino dopo. E cosa dire degli scooteroni che invadono le nostre strade? Non dovremmo solo provare pietà per chi si sente ribelle sulla sella di un T-Max, ma anche la rabbia che si merita chi cavalca il simbolo di un’utopia infranta. Il meccanismo perfetto che è proprio dei virus neutralizza anche le ultime frange di indomabili, grazie all’invenzione del “fascino del ribelle”: il dissidente scopre in sé il potere di attrarre femmine prima inarrivabili, e anziché lasciare cuori infranti e progenie indesiderate si ammoglia alla prima borghese carina che amplia l’idea della sessualità primordiale al concetto di nido caldo, con un garage per la moto, e un appendino su cui far impolverare la giacca di pelle. Contaminata anche la moto, dobbiamo trovare un altro calesse sul quale fuggire. Anche gli altri mezzi a motore vanno scartati, perché col prezzo della benzina arriveremmo solo in ufficio, per sudarci la paga che spenderemmo subito per tornare a casa a piangere. Le barche a vela poi hanno già abbandonato i lidi da cui salpavano i Conrad e i Jack London, per accoccolarsi in moli attrezzati sotto la guida di facoltosi possidenti. Forse la bicicletta, mezzo economico a trazione umana? Ma anche qui è arrivata la contaminazione culturale con tutti quei concetti da domenica pomeriggio come sport, ecologia, salute. Riuscireste a immaginare senza terrore un raduno di gente in tutine sgargianti che si nutre di barrette energetiche? Che gruppi farebbero suonare, se anche arrivassero all’idea di organizzare un concerto?

Dobbiamo collaborare tutti, se vogliamo uscire da questa situazione deplorevole. Gli unici mezzi di trasporto rimasti liberi da condizionamenti culturali sono le ruspe e gli hovercraft. Progettisti, lasciate da parte per un attimo le urban car e dateci un prodotto abbordabile di questa tipologia – magari un hovercraft con davanti la pala di un bobcat. Chi ha un gruppo metal si impegni a scrivere almeno un pezzo che esalti il gesto di distruggere con una benna idraulica, o il cavalcare con rabbia e indifferenza le acque e le terre su un cuscino d’aria. Solo allora vedremo l’alba del rinnovamento, dopo aver cavalcato in terre desolate, spinti dalla volontà di negare!