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Uno, nessuno e centomila rider

Dai telegiornali a Instagram, dalle strade cittadine alle serie tv, dai film ai romanzi: sempre più spesso chi fa le consegne a casa è al centro del racconto, uno dei cardini dell’immaginario contemporaneo.

In un episodio di Beforeigners, la produzione norvegese di Hbo Europe diffusa a dicembre su Rai Play, una compassata responsabile delle risorse umane si vede costretta a comunicare un’insolita motivazione di licenziamento: “Mi spiace, ma massacrare santi non è compatibile con i valori di Foodie”. Lo dice a Tore Hund, guerriero vichingo che nell’XI secolo d.C. pare si fosse reso colpevole dell’uccisione del re cristiano di Norvegia Olaf il Santo. Nella serie, infatti, uno strano fenomeno fa piombare nel presente persone nate in epoche passate, come l’età della pietra, la fine dell’Ottocento o i tempi dei vichinghi. I viaggiatori nel tempo sono accolti come migranti, prima ammassati in centri di accoglienza, poi schedati e reimmessi in società. Ma se gli ottocenteschi riescono a trovare dei posti nel settore impiegatizio o nell’insegnamento e i primitivi si accontentano di vivere nudi nelle foreste, i vichinghi (anzi gli antichi norvegesi, visto che la V-word non è più politically correct) sono relegati ai margini della società, spesso sfruttati o costretti a lavori saltuari e precari. Molti, come Tore Hund, fanno i rider.

È interessante vedere come la figura dei rider, gli addetti alla consegna a domicilio di cibo e altri prodotti spesso legati ad app di delivery, negli ultimi anni stia gradualmente entrando nell’immaginario. Di fronte ai nostri occhi si sta creando una nuova categoria sociale, con peculiarità e tratti caratteristici, ma soprattutto con una riconoscibilità e un’estetica distintive. Questo si è acuito particolarmente nei mesi di pandemia: anche nei momenti più restrittivi del lockdown, affacciandosi alla finestra nelle ore serali, le uniche persone che si scorgevano per le strade, le uniche legittimate a circolare, erano appunto loro. Riconoscibilissimi grazie a divise sgargianti e zaini termici a forma di cubo per il trasporto delle vivande, ognuno contraddistinto dal colore del suo brand (giallo, arancione, ciano), spesso con biciclette di fortuna, a volte con quelle del bike sharing (gig economy che alimenta gig economy), formavano e formano tuttora una specie di esercito silenzioso. Un esercito che si muove su ruote da una parte all’altra della città, connettendo ristoranti e avventori in un ciclo continuo di ordini, consegne e tragitti urbani percorsi nel minor tempo possibile. Ora, con le consegne “senza contatto” per difendersi dal virus, non li incontriamo nemmeno più sulla soglia e, se non fosse per un istantaneo palesarsi al citofono, potremmo persino dubitare della loro esistenza.

Dall’informazione alla narrazione

Eppure i rider ci sono, sono brulicanti e onnipresenti, oggetto degli strali di automobilisti che hanno un nuovo concorrente stradale su cui rivalersi o di mitologiche ricostruzioni giornalistiche come negli articoli che descrivono gli “assalti ai treni dei pendolari”. Di recente hanno popolato, ma sempre a ondate di attenzione alterne, le prime pagine dei giornali, grazie ad alcuni scioperi atti a rivendicare un’organizzazione sindacale, paghe migliori e condizioni di lavoro meno disumanizzanti. Negli ultimi mesi sono arrivate pesanti condanne a società che impostavano il loro lavoro secondo logiche di caporalato e si sono ottenuti anche i primi, contestati contratti nazionali, ma ancora molta strada c’è da fare per dare una dignità consona a una classe di persone divenuta essenziale. Nemmeno nei momenti più disperati del coronavirus, appunto, siamo riusciti a fare meno di un pasto caldo consegnato in mezz’ora alla porta di casa, avvolti nell’illusione user generated che questi piatti quasi si materializzassero per magia sull’uscio, mentre chi ce li consegnava diventava quasi invisibile.

Un esercito che si muove su ruote da una parte all’altra della città, connettendo ristoranti e avventori in un ciclo continuo di ordini, consegne e tragitti urbani percorsi nel minor tempo possibile. Ora, con le consegne “senza contatto” per difendersi dal virus, non li incontriamo nemmeno più sulla soglia e, se non fosse per un istantaneo palesarsi al citofono, potremmo persino dubitare della loro esistenza.

Invisibili a livello sociale, se non si fa particolare attenzione ai capannelli che, fra un ordine e l’altro, si formano in punti precisi delle città o fuori dai vari ristoranti, questi rider si stanno guadagnando pian piano una loro piccola rappresentazione narrativa. Entrano in modo graduale nelle conversazioni di tutti i giorni, ma soprattutto si fanno strada in quel grande discorso collettivo e condiviso che oggi sono le serie tv. Dopo Beforeigners, vi capiterà di vedere uno stuolo di fattorini anche in Lupin, la nuova serie francese di Netflix che riscrive le gesta del ladro gentiluomo Arsenio Lupin dandogli il volto di Omar Sy: già nel trailer degli episodi si intuisce che il piano per una rapina prevede di creare un diversivo confondendosi fra numerosi rider in consegna. In questo caso è interessante notare come questi ciclisti brandizzati facciano ormai parte integrante del panorama sociale ma anche geografico delle nostre metropoli: sarebbe stato impossibile ritrarre Parigi, dove si svolgono le vicende di questo racconto, senza mostrare anche queste persone sempre in sella alla loro bici.

Gli antesignani di questo ceto mobile sono sicuramente i fattorini delle pizzerie d’asporto, figura canonica dei film americani da Mamma ho perso l’aereo a Tartarughe Ninja passando per Spider-Man 2. Ma anche questi personaggi hanno subito un’evoluzione sociale: nel 2019 il canale britannico Dave, dedicato a serie comiche e irriverenti, manda in onda le tre parti della sitcom Sliced, in cui due amici provenienti dai quartieri svantaggiati a sud di Londra cercano un modo per fare un po’ di soldi nella prospettiva di lasciare casa e trovare una ragazza. Tipici sogni giovanili, insomma, ma il loro sbocco naturale ora, e non più saltuario o temporaneo come un tempo, è appunto quello di consegnare pizze a domicilio: il risultato è un racconto ironico ma anche molto franco e autentico su aspirazioni e prospettive dei venti-trentenni di oggi. Il fattorino di una pizzeria è la vittima dell’omicidio al centro della serie crime britannica Collateral, disponibile su Netflix: è ucciso poco dopo essersi conteso con alcuni colleghi le zone di consegna. In Black Mirror, invece, l’episodio Crocodile porta il delivery alle estreme conseguenze, sostituendo i rider con le auto a guida automatica. 

Tanti tipi di consegne

Racconto precursore e pittoresca variante sugli addetti al delivery, ma questa volta non di cibo, è High Maintenance, nato prima nel 2012 come webseries dal formato variabile e poi dal 2016 divenuto una serie Hbo a tutti gli effetti: al centro della vicenda un protagonista noto come The Guy, che si guadagna da vivere a New York consegnando cannabis (e a volte altro) a domicilio, intersecando così la solitudine o i problemi di un cliente diverso in ogni episodio. La svolta stupefacente di quest’attività è ripresa anche da Happydemia, l’ultimo romanzo di Giacomo Papi, in cui si esasperano certi fenomeni vissuti durante la pandemia: in un mondo da anni prigioniero del virus, le forme di socialità e umanità più comuni sono del tutto sospese e i cittadini, in balia di istituzioni sempre più astruse e burocratizzate, trovano ristoro solo ordinando antidepressivi a casa propria. Il protagonista, il giovane con tanti sogni ma poche speranze Michele, riceve a un certo punto un messaggio da un amico: “Hai sentito della quarantena? Stanno assumendo per fare consegne. Io ci provo. In casa mi ammazzo. Mi prendo la bici e sto fuori tutto il giorno, poi si becca tantissimo, me l’ha detto un mio amico. Tu che fai? Ti tumuli? Alle sette e mezzo mi trovi davanti alla sede di Happydemia”.

Happydemia è appunto una multinazionale senza molti scrupoli che si è imposta in tutto il mondo grazie allo “psychodelivery” e Papi introduce qui anche un’amara ma verosimile gerarchia fra i vari rider: “Se ti ingaggiava entravi a far parte dell’aristocrazia dei consegnator, mica come quelli che si impuzzavano portando hamburger o si spezzavano la schiena trasportando credenze o schermi al plasma”. Nel romanzo così come nella realtà gli psychorider sono gli unici che possono muoversi indisturbati per le strade, attirandosi così le ire dei comuni cittadini costretti nelle proprie case o a fugaci e talvolta violente sortite al supermercato. Proprio l’ennesima violenza contro un rider (un vaso scagliato in testa) porterà Michele a reagire e a scatenare – più o meno volontariamente – uno sciopero che paralizzerà il mondo intero: “Migliaia di esseri umani decisero che sedersi era l’unico atto possibile, che bisognava fermarsi e aspettare che la vita ripartisse in modo più giusto”. Seppure in un contesto grottesco e satirico, Papi riesce a delineare una spiazzante critica sociale, che parte dalle conseguenze che la pandemia ha avuto sulle categorie più svantaggiate (gli anziani, i giovani e i rider) per arrivare a un affresco consumistico delirante (“Il mondo era sommerso di cose, ma non c’era più nessuno a raccoglierle o distribuirle”) e a sancire un paesaggio emotivo apocalittico (“Di tutti quei morti innumerevoli sarebbe rimasto soltanto il ricordo, un sospiro, un’immagine, un nome: una folla di morti identica a quella dei vivi”). 

Una categoria reale

Queste trasfigurazioni narrative anche estreme, però, non devono distogliere l’attenzione dal fatto che quello dei rider è un fenomeno sociale concreto, pressante e anche urgente nelle sue contraddizioni. Non si può infatti affrontare il tema senza tentare un ritratto di queste persone, pur nelle informazioni frammentarie che abbiamo a disposizione: secondo alcune stime in Italia i rider sarebbero più di 30mila, molti lavorano anche 13 ore al giorno, 50 ore alla settimana; formalmente sono lavoratori autonomi, ma il meccanismo senza scampo delle app fornisce turni, assegna consegne e punisce ritardi, assenze e altri disguidi. Tantissimi sono gli stranieri ma poche le donne, secondo alcuni osservatori perché il lavoro è spesso svolto di sera e quindi ritenuto poco sicuro. L’età è molto variabile, soprattutto sotto i 30 anni, ma sempre più spesso anche 40-50enni che non hanno altre strade per reimmettersi nel mercato del lavoro. Proprio 49 anni ha Marco Tuttolomondo, rider di Palermo balzato agli onori della cronaca per aver fatto causa a Glovo e aver costretto l’azienda spagnola ad assumerlo come lavoratore dipendente, un precedente importante; Vanity Fair l’ha messo fra i venti italiani più influenti del 2020, sottolineando l’importanza della sua lotta contro “la spersonalizzazione dei rapporti di lavoro a tutto svantaggio di un’unica parte, quella più debole, quella di chi ha bisogno di lavorare per sopravvivere”.

In Lupin, già nel trailer si intuisce che il piano per una rapina prevede di creare un diversivo confondendosi fra numerosi rider in consegna. È interessante notare come questi ciclisti brandizzati facciano ormai parte integrante del panorama sociale ma anche geografico delle nostre metropoli: sarebbe stato impossibile ritrarre Parigi senza mostrare queste persone in sella alla loro bici.

Che ne siamo consapevoli o meno, sarà sui diritti di questa categoria che si giocherà la partita delle tutele lavorative dei prossimi decenni. In questo senso il termine che la contraddistingue è diventato ormai anche un paradigma semantico, se consideriamo che qualche giorno fa i magistrati onorari di Napoli hanno protestato contro lo sfruttamento da parte dello Stato dicendo, con poco tatto ma parecchio pragmatismo, di essere “trattati come rider della giustizia”. Non è un caso, poi, che il regista “degli ultimi” Ken Loach proprio in questi territori abbiamo mosso il suo film più recente, Sorry We Missed You, che racconta di un padre di famiglia che insegue forsennatamente una consegna dietro l’altra senza mai riuscire a far quadrare i conti (il protagonista è più simile a un corriere Amazon, con furgoncino e pacchi di cartone, ma la sostanza di sfruttamento e desolazione è la medesima). 

Al di là dei racconti di finzione, in ogni caso, se si vuole immergere nella realtà dei rider bisogna affidarsi a un altro medium ancora, Instagram. Fra foto di proteste, striscioni e meme ironici, il profilo Deliverance Milano (@deliverance_milano) dà una fotografia cruda e realistica di quelle che sono le condizioni di lavoro e delle istanze dei rider: qui sono state documentate le cosiddette “6 giornate di Milano”, la settimana in cui, a novembre, molti rider hanno scioperato contro il nuovo contratto nazionale, e sempre qui alcune testimonianze aprono gli occhi sui disagi costanti e insospettabili di questa categoria, dagli assembramenti forzati sui mezzi di trasporto per tornare a casa dopo i turni massacranti alla necessità di maggiori tutele e compensazioni per esempio per le consegne sotto la pioggia battente. Sempre su questa pagina si può vedere un video molto recente ripreso da una diretta Twitch del cantante Fedez: in questo live il rapper ha donato mille euro ciascuno a cinque persone in difficoltà, ovvero un cameriere, un senza tetto, un volontario della Croce rossa, un’artista di strada e – appunto – un rider. Nonostante le buone intenzioni, Deliverance critica la spettacolarizzazione di questo gesto solidale ma troppo plateale. A bordo della sua Lamborghini, Fedez inquadra il rider (scelto sembra a caso) a cui consegna, per strada, la busta regalo, e l’obiettivo indugia sul volto incredulo del ragazzo. Lotta di classe e pornografia del dolore tutte belle streammate su Twitch.

Il racconto di sé

Sempre su Instagram, dove ha più di 10mila follower, è interessante seguire le stories (salvate in evidenza) di Camilla Dalla Bona (@cadmioboro), collaboratrice freelance di testate come Munchies che ritrae con regolarità i suoi turni da rider fondendo verità, ironia e non poca malinconia. Lo scorso maggio ha descritto su Rolling Stone come mai abbia fatto questa scelta lavorativa: “Ho iniziato a fare la rider principalmente perché, quando è iniziato il lockdown, ho saputo che i colloqui che avevo fatto a inizio 2020 si erano risolti in un nulla di fatto”, ha raccontato. Mossa da necessità ha optato per la strada più rapida possibile: “Mi sono chiesta come fare a non passare attraverso le mille application diverse, i colloqui infiniti e gli step di selezione interminabili che possono tenerti in sospeso per settimane. Così, sono giunta alla conclusione che fare la rider era uno dei lavori più avvicinabili: basta iscriversi online e ogni azienda di delivery ti spedisce a casa il suo kit”. Dalla Bona scrive di essersi ritrovata in una “realtà praticamente aliena”, che difficilmente si può conoscere non facendo questo lavoro; da qui la decisione di “documentare tutti i miei turni con dirette su Instagram”. In effetti, si entra in una dimensione parallela: una città fantasma (quella del lockdown ma anche quella dei pària), dove si consumano chilometri e chilometri, finendo talvolta in luoghi altrimenti inaccessibili, in una continua “gamification schiavitù”, come la chiama per via dei bonus che le app attivano quando ci sono pochi colleghi in circolazione o uno squilibro maggiore fra ordini e rider. Dopo un mese, lavorando due o tre ore al giorno per tre giorni a settimana, Dalla Bona ha guadagnato poco più di 350 euro.
Come ogni “nuova” categoria sociale subalterna ed emarginata, i rider si muovono sul confine sottile e problematico fra visibilità e invisibilità. La loro presenza soprattutto nelle grandi metropoli è evidente e imprescindibile, ma nella percezione comune sono soprattutto figure che pedalano veloci e sfuggenti, senza un’identità precisa. Anche a livello di rappresentazione sui media oscillano fra l’idealizzazione romantica e il dramma sociale collettivo, ma è sulla loro individualità che si gioca il rimosso più grande. Forse perché proprio riconoscerne l’individualità (chi sono? cosa li spinge a fare questo lavoro? cosa faranno domani?) ci costringerebbe a interrogarci su altri problemi legatissimi a questo fenomeno: le prospettive sempre più asfittiche riservate ai giovani, un mercato del lavoro che chiude sempre più le sue porte alle persone di mezza età, il sommerso e la disperazione che circonda le persone migranti, un’economia che si regge sul soddisfacimento immediato dei bisogni a costo di mansioni precarie, sfinenti, sempre più miseramente retribuite. Se escludiamo quello di un guerriero vichingo o quello di una giovane freelance, i nostri rider non hanno un volto definito. Eppure toccherà prima o poi guardarli in faccia per capire l’aspetto che potrebbe avere la nostra società in un futuro molto prossimo.


Paolo Armelli

Laureato in Lettere Moderne, prestato alla pubblicità, scrive online di libri, moda, media e altre amenità. Ha un blog (liberlist.it).

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