La strana coabitazione tra Keshet e Reshet su Canale 2, la maggiore rete privata di Israele. Che è sostenibile proprio grazie a questo matrimonio d’interesse.

C’è una vecchia canzone israeliana che ogni tanto passa ancora in radio, intitolata Ze kol hakesem, ovvero “sta qui tutta la magia”. Racconta di un uomo e una donna che si sentono a metà l’uno senza l’altra: la magia, appunto, sta tutta lì. Detto di due amanti, ovviamente, è una banalità. Lo stesso concetto è un po’ meno scontato però se lo si applica a un canale televisivo, una delle più singolari storie di successo del mercato mediatico israeliano, e alle due società che lo gestiscono in condivisione alternata, con un equilibrio alchemico forse un po’ difficile da cogliere per un osservatore esterno, ma che funziona.

Dagli anni Novanta le due società di broadcasting Keshet e Reshet si spartiscono gli spazi sul Arutz 2, o Canale 2, la principale rete televisiva privata del Paese: ognuna delle due compagnie ha tre giorni della settimana e il settimo è a rotazione. A complicare ulteriormente le cose – sempre per l’osservatore esterno, perché in realtà le semplifica, e parecchio – c’è una terza media company, la divisione news di Arutz 2, che trasmette ogni giorno ed è considerata la punta di diamante dell’informazione in lingua ebraica. È proprio questa gestione anomala ad aver permesso al canale di prosperare in un mercato così piccolo, apertosi in tempi relativamente recenti all’ingresso dei privati. Ed è proprio questo modello del 2+1 che rischia di saltare nei prossimi anni, con la riforma del sistema televisivo prevista per il 2018, con grande preoccupazione dei vertici dell’emittente.

A dire il vero la magia, per restare nel tema, sta tutta da una parte, ed è quella di Keshet, ci racconta la giornalista Anat Saragusti, che ha partecipato alla fondazione del canale nel 1993 come direttrice del principale programma di informazione serale Ulpan Shishi. “Keshet ha semplicemente il tocco magico, sono bravissimi a capire che cosa vuole il pubblico. Reshet invece tende a seguire quello che fa Keshet”. C’è una sorta di competizione tra le due concessionarie, che per ovvi motivi non è incentrata sull’audience in contemporanea, come di solito avviene tra canali differenti, ma soltanto sulla pubblicità, o meglio sul convincere gli investitori a puntare sui giorni (e i programmi) dell’una piuttosto che dell’altra concessionaria.

Keshet è nota all’estero per la serie Hatufim, il gioiellino di Gideon Raff poi riadattato in Homeland e venduto all’americana Showtime, per essere trasmesso in tutto il mondo (a breve dovrebbe arrivare anche un remake indiano, diretto dal regista di Bollywood Nikhil Advani). Più recentemente ha venduto ad Amazon i diritti di Srugim, altra serie drammatica di altissima qualità ambientata a Gerusalemme. Un certo pubblico israeliano un po’ sofisticato assocerà forse la parola Keshet ad alcuni programmi brillanti, come Eretz Nehedert, l’arguto telegiornale satirico che è un po’ l’equivalente israeliano del Daily Show che fu di Jon Stewart, e Avodà Aravit, la sitcom dolceamara scritta dal romanziere arabo israeliano Sayed Kashua e paragonata, non del tutto a torto, a Seinfeld. In realtà però il core business di Keshet sono i reality show come HaKokhav HaBa, talent canoro anch’esso assai venduto all’estero con il format Rising Star. Lo stesso vale anche per Reshet, tra i cui programmi di maggior successo c’è l’edizione israeliana di Survivor e la versione locale di The Voice, anche se nel suo piccolo la compagnia può vantare una miniserie di discreto successo, Kathmandu.

La verità, come notava qualche tempo fa su Haaretz Itay Stern, commentatore di media e cultura pop, è che “i reality dominano su Canale 2”. Le ragioni sono, evidentemente, economiche: “L’audience per gli equivalenti israeliani di Masterchef e X Factor è ottima, sopra il 25 per cento, mentre le serie originali faticano ad arrivare al venti. Inoltre una puntata può costare più di un milione di dollari, dunque gli ascolti non giustificano i costi”. La tv israeliana in genere, e Keshet in particolare, è nota per la qualità delle serie originali: oltre ai sopracitati Hatufim e Srugim di Canale 2, un’altra success story è quella di BeTipul (in Treatment), che però è una creatura della pay-tv Hot. Ma queste vengono prodotte perché c’è un regolamento governativo che obbliga le reti a sfornare “dramma originali di qualità”, ovvero ad assumersi grossi rischi monetari che probabilmente non correrebbero se ne avessero la scelta.

Far tornare i conti è un problema non da poco in un Paese piccolo, che quindi parte con un’audience potenziale ridotta: Israele ha sì e no otto milioni e mezzo di abitanti, di cui però una discreta fetta ha difficoltà con la lingua principale (il 20 per cento dei cittadini è di madrelingua araba, poi ci sono gli immigrati recenti che non sempre riescono a seguire un programma in ebraico: i media corrono ai ripari con un utilizzo massiccio dei sottotitoli, ma il crogiolo di lingue crea ugualmente complicazioni) e un’altra fetta, un po’ meno grande, non guarda la televisione (gli ultra-ortodossi, che sono l’otto per cento della popolazione, non la guardano affatto, e anche molti modern-orthodox, gli ortodossi moderati che sono il dieci per cento, tendono a guardarla poco).

Per questo i programmi giornalistici diventano fondamentali. A ben vedere, sono quello che rende il sistema Canale 2 economicamente sostenibile: “Le news costano poco, per lo meno relativamente, e sono molto seguite: gli israeliani vivono praticamente attaccati ai telegiornali per via della matzav, la situazione, come da queste parti si chiama il conflitto. Il risultato è che Arutz 2 manda in onda circa cinque ore al giorno di programmi giornalistici, tra telegiornali, approfondimenti e simili, ed è questo che gli permette di sopravvivere”, nota Saragusti. Le news di Canale 2 operano in un regime particolare: sono una società a parte, di co-proprietà di Keshet e Reshet. Per capirci, quello che manda avanti l’emittente sono le due concessionarie che la gestiscono. Ma ciò che la tiene in vita è l’anello di congiunzione tra le due.

È per questo che Reshet e Keshet temono entrambe la prossima riforma del sistema televisivo. Nel 2018 infatti scadranno i diritti per le frequenze di Canale 2: le autorità israeliane, o così per lo meno si vocifera da tempo sui media locali, vorrebbero scorporare le due società concessionarie, dando a ognuna un suo canale. Ufficialmente la ragione è ampliare l’offerta televisiva, cosa che teoricamente avrebbe anche un senso, visto che, se si escludono le pay-tv, Israele ha solo tre grandi canali: Arutz 1, statale, e i privati Arutz 2 e Arutz 10, quest’ultimo però sull’orlo del collasso economico. Il problema però è cosa fare con le news. “È il vero asset di Canale 2, ma se Keshet e Reshet fossero costrette a separarsi toccherebbe dividerlo in due, facendo lievitare i costi per le due società. Per questo non è detto che accettino di avere due canali separati: magari si fonderanno, o resterà in piedi una sola”, dice Saragusti.

Lo scorso febbraio è apparso sulla Columbia Journalism Review un approfondimento sul rapporto difficile del primo ministro Benjamin Netanyahu con i media israeliani. Una delle tesi dell’articolo, firmato dal reporter dell’Economist Gregg Carlstrom, era che il tentativo di scorporare i due gestori di Arutz 2 sarebbe motivato dal desiderio del premier di indebolire la divisione news del canale, non particolarmente ostile al governo ma senza dubbio indipendente. Le motivazioni politiche sono tutte da dimostrare. Tuttavia è sensata l’opinione della notista politica dell’emittente Amit Segal, che, intervistata dalla CJR, spiegava: “Israele è un mercato mediatico piccolo, è molto meglio avere un grande canale che due minori, che magari non sarebbero economicamente sostenibili”. Come una coppia non più molto innamorata ma che resta insieme per non dover pagare due affitti, Keshet e Reshet vorrebbero continuare la coabitazione a Canale 2 per non spartirsi i tg. Anche nei matrimoni d’interesse, per chi ce la vuole vedere, c’è un pizzico di magia.