Le persone comuni non sono una novità, ma il modo in cui la televisione ha fabbricato la sua “gente” è cambiato nel tempo insieme alla società.

La gente, come proiezione semi-concreta del pubblico televisivo, in Italia ha fatto la sua comparsa in modo accidentato: non lineare, e condizionata man mano da cambiamenti importanti nella percezione di sé degli italiani; poi si è affermata come insieme di figure relativamente stabili, che ci accompagnano ormai da decenni.

In che senso possiamo parlare di una proiezione semi-concreta del pubblico? Da una parte il pubblico viene invitato a identificarsi in un insieme generale, fatto di milioni di persone e quindi necessariamente senza volto e astratto; dall’altra a riconoscersi in una varietà di figure invece ben visibili, quelle appunto che grazie alla forza di riproduzione della telecamera si presentano come concrete non meno di coloro che ogni giorno circolano per le nostre stesse strade. L’insieme generale, la gente come concetto, è naturalmente la massa degli spettatori, un’entità che proprio lo sviluppo dei grandi media, ben più che l’avvento della sociologia americana, aveva cominciato a rendere parte del parlare quotidiano; ma dietro quest’espressione nuova si sente la presenza di altre ben più radicate: da un lato l’idea di nazione costruita lungo un secolo tra narrazioni scolastiche, monumenti agli eroi e ai caduti, guerre e migrazioni; dall’altro un’entità vaghissima quanto centrale, il popolo, reso sovrano dalla Costituzione del 1948, ma sempre invocato dalle varie parti politiche che pretendono di esserne i rappresentanti privilegiati. La concretezza realistica che gli schermi invocano, d’altronde, ci presenta man mano singoli e assembramenti, comparse e (temporanei) protagonisti.

Possiamo provare a individuare alcune figure che ricorrono in quell’insieme apparentemente indistinto, la gente appunto, che la tv insieme presenta e costruisce. Parleremo di folle quando sullo schermo si presenta il raggrupparsi, organizzato o momentaneo, temibile o festoso, di sconosciuti uniti dalle occasioni – la partita come il comizio, il concerto come la fuga da un pericolo – ma pronti a sciogliersi finita l’occasione stessa. Altra gente invece compare in modo apparentemente casuale (ma generalmente per una scelta precisa di regia): queste presenze a volte “rappresentano” specifiche categorie (lavoratori o donne, abitanti di una città o bagnanti), a volte un noi indistinto. Ci sono poi i testimoni, chiamati a volte a raccontare esperienze e a volte a rappresentare una pretesa vox populi, che non casualmente è ambientata spesso in strada, il luogo per eccellenza in cui nella città moderna si fa emergere una pretesa opinione “dal basso”, quella dell’uomo della strada appunto. E ci sono (decisivi) i personaggi, quelle figure che mantenendo la loro qualità popolare, il loro “essere gente”, possono rendersi familiari e prestarsi a diverse modalità narrative, dal bozzetto alla commedia seriale, ricorrente e strutturata, fino alla narrativizzazione per eccellenza degli sconosciuti, quella del reality show. Diventando personaggio la gente assume un nome e cognome o almeno un appellativo ben noto: dalla sora Lella di Costanzo ai nomi di battesimo noti a un intero paese dei primi reality. Nel caso delle starlet dell’Isola dei famosi, abbiamo un processo inverso e complementare: il personaggio che si fa gente, appagando l’invidia di chi famoso non è e che così li può portare al proprio livello.

Un’entità invisibile per definizione come il pubblico disperso in milioni di abitazioni si può riconoscere e rendere concreto in presenze visibili, ma a condizione che restino transitorie, che non occupino lo schermo per troppo tempo. In questo equilibrio instabile tra astratto e concreto, tra l’occupare lo schermo e il togliere il disturbo, sta la capacità della televisione di fabbricare di continuo la sua “gente”.

Mario Soldati e Nanni Loy

Quando comincia ad apparire questa realtà semi-concreta che è la gente televisiva? Quando il pubblico italiano della tv comincia a pensarsi almeno parzialmente rappresentato da presenze e personaggi del piccolo schermo? Troviamo un segnale per così dire d’inizio nel confronto tra i due grandi programmi di Mario Soldati: Viaggio nella valle del Po alla ricerca di cibi genuini (1957-58) e Chi legge? Viaggio lungo le rive del Tirreno (1961, con Cesare Zavattini). Pur a soli tre anni di distanza, pur sotto la guida di uno stesso autore e conduttore, la rappresentazione della gente (ricordiamo: nazione/popolo/massa) cambia in modo nettissimo. Nel primo dei due viaggi, Soldati non incontrava ancora “italiani” ma piemontesi, lombardi, veneti, emiliani, e si soffermava soprattutto sulle specificità e sulle differenze; comparivano alcuni bozzetti ma non ancora figure a tutto tondo: il solo vero personaggio era lo stesso Soldati, impegnato non nell’ascolto ma nelle tappe di un percorso, nel quale complessivamente i paesaggi e gli oggetti prevalevano sugli uomini e sulle donne. In Chi legge, forse anche per l’influenza di Zavattini (che in un’archeologia della “gente” in Italia, dalla radio al cinema, dal ritratto fotografico alla sperimentazione tv, sarebbe una figura decisiva) le cose cambiano: la cinepresa diventa, secondo l’espressione di E. Barnouw, catalizzatrice, mira soprattutto a scoprire e far parlare, a far emergere qualcosa di sconosciuto dal ventre profondo di quello che a quel punto è un paese unico, non più una padania ante litteram ma un’unità nord-sud, in parte una discesa in Sicilia lungo l’itinerario di Garibaldi, in parte soprattutto un ripercorrere in senso inverso le strade e i binari dell’immigrazione interna proprio di quegli anni. Soldati non incontra più semplicemente le persone, le invita a parlare, e così le trasforma in primo luogo in testimoni, spesso anche in personaggi. Al centro un paese che cambia, visto in uno dei passaggi-chiave di quella fase storica: l’analfabetismo come problema da superare e la lettura come conquista possibile per tutti. In Chi legge? la gente siamo noi ma è anche un oggetto misterioso; guardare un programma come questo significa un ininterrotto andirivieni tra il riconoscersi e l’imparare a conoscersi.

È il 1961: l’anno in cui gli abbonamenti alla televisione superano la metà delle famiglie italiane. Anche il breve esperimento di tg diretto da Enzo Biagi, nello stesso anno, adotta il procedimento della “parola alla gente”, sui temi più vari; è questo, e non solo la scelta considerata provocatoria dalla DC di un’intervista a Togliatti, che originerà l’accusa a Biagi da parte della destra del partito di “non essere allineato all’ufficialità”, e poi gli costerà la direzione stessa del tg. Una lezione che resterà agli atti: per parecchi anni da allora, la tv di stato alla gente darà spazio, ma non nell’informazione quotidiana. La proiezione semi-concreta del pubblico televisivo deve restare distinta dalla lettura politica della società, fino a quando la campagna elettorale di Silvio Berlusconi nel 1994 rovescerà il paradigma: la proiezione semi-concreta del pubblico televisivo diventerà la rappresentazione di una società della gente.

 

Poi nel 1963 ci sarà il maggiore, forse, esperimento di cinema-verità italiano, Comizi d’amore di Pasolini, che costruirà una “gente” contraddittoria e multipla, tra l’idealizzazione del modello marxista dell’analisi sociale e l’emergere comunque di un’Italia contraddittoria e confusa dove tutti i valori cambiano e tanti sembrano immodificabili. Ma è cinema, e resta marginale anche nelle sale. Tornando alla tv, nel 1964 sarà lo Specchio segreto di Nanni Loy a configurare un’idea nuova e a sua modo organica di gente, e (anche al di là del titolo) di rispecchiamento per il pubblico ormai vastissimo dei telespettatori, che gli attribuisce un grande successo. Il format della candid camera, che in una nuova fase della gente televisiva sarà poi ripreso alla lettera, è oggetto qui di una decisa rielaborazione, mirante proprio a far convergere la proiezione semi-concreta del pubblico televisivo con l’immaginario della commedia all’italiana; mirante a dare spazio a un “popolo” dei grandi magazzini e dei bar, dei treni e delle strade, che è vicinissimo agli spettatori se non altro perché vive nello stesso spazio/tempo, ma che viene preso in giro, a volte con ironia a volte con umorismo sempre bonariamente consentendo al pubblico di guardarsi con distacco almeno per un attimo. La forza dello specchio di Loy in effetti è quella che possiamo chiamare una semi-identificazione. L’insistenza di Loy nel mostrare il backstage è parte di questa rappresentazione: sottolinea che si tratta di gente come noi, ma ci mette anche a parte degli inganni in cui è caduta, e ci porta dal punto di vista di chi la racconta e insieme la inganna. Al centro di tutto non c’è un’idea statica della “gente” come entità in fondo immutabile (come era esistita per secoli, come riapparirà tra poco), ma proprio la transizione e i lati buffi di un paese che si modernizza, dalla paura della scala mobile a quella di un divorzio che potrebbe rompere la famiglia tradizionale.

Poi ci sarà il 1968, l’anno di Chiamate Roma 3131 alla radio e l’anno, beh, del Sessantotto. La proiezione in un popolo protagonista guidato dal mito della rivoluzione per un po’ cerca forme di comunicazione diverse dalla tv e si distanzia dall’idea stessa di gente, liquidata fin dalla parola come qualunquistica. È da allora che si parlerà di ggente e di ggiovani al peggiorativo, proprio mentre la tv della gente si imporrà senza reali ostacoli, con le sue versioni di destra e di sinistra. Alla fine del lungo Sessantotto italiano, siamo nel 1976, due programmi, se confrontati, ci danno ancora una volta un segnale: da una parte il ritorno di Nanni Loy con Viaggio in seconda classe, dall’altra l’arrivo da subito trionfale (e per ora marchiato Rai) di Maurizio Costanzo, con Bontà loro. Da un lato l’ultima espressione della tv che “scopre” l’Italia, adottando una tecnica somigliante oltre e più che allo specchio segreto a quel metodo proprio della “nuova storia” che è la testimonianza orale; dall’altro la chiara e programmatica dichiarazione che non c’è più niente, in realtà, da scoprire. Il quotidiano Lotta continua, che di televisione non parlava quasi mai, segnala l’opposizione, e la frattura, con un articolo dal titolo drastico, anonimo come in generale quel giornale ma dovuto ad Adriano Sofri: Viaggio in seconda classe è bello, Bontà loro invece è orrendo. Era un giudizio politico, in realtà soprattutto etico. Nella trasmissione di Loy si cerca sul serio di far parlare il popolo, colto in una situazione di folla casuale e insieme strutturata com’è l’insieme dei viaggiatori su un treno; con una scelta precisa e programmatica, quella della seconda classe. A vederla oggi è stupefacente, è una tv che pochi anni dopo (per non dire oggi) sarebbe stata inconcepibile, sulla Raitre di Guglielmi come su Canale 5: il tempo è quello di un lungo viaggio in treno, ed è anche il tempo disteso della conversazione. È un’Italia che si dichiara tutta, nel suo insieme, non senza narcisismi e protagonismi, potenziale fonte di conoscenza, non tanto oggetto di curiosità quanto di ascolto e basta. Nella sua radicalità, poteva sembrare l’inizio di qualcosa ma era piuttosto una fine.

Trionfi e sconfitte

Da Costanzo si potevano, al limite, incontrare le stesse persone che parlavano nel treno di Loy, ma a variare non era solo il contesto (pur significativo, il salotto contro il treno, un interno rispecchiante la casa del telespettatore contro l’esterno per definizione, il viaggio): era il fatto che l’obiettivo non era incontrare qualcuno di nuovo, quanto introdurre in Italia un modello di spettacolo dove bastava andare al di là dello schermo, come Alice, per passare da spettatori a personaggi. E ad amministrare il passaggio era un conduttore, che da mediatore minimalista alla Mike Bongiorno diventava il diretto rappresentante del soggetto principale, la tv in quanto tale. Forse, in questo protagonismo del mezzo, la tendenza avviata da Costanzo troverà il suo primo culmine in Chi l’ha visto? (1989), dove il telefono di Portobello incontra il poliziesco all’italiana, diciamo quello avviato da Svolta pericolosa, ma soprattutto dove la gente assume un ruolo “sociale” senza dover essere altro che se stessa. È però la potenza della tv a fare notizia, a conquistare tutto il sistema dei media. E il secondo culmine è nelle interviste volanti di Mengacci, che partito qualche anno prima da Otto Italie allo specchio, nel 1994 fa coincidere perfettamente il pubblico televisivo con Forza Italia e la tv con quello che ancora chiamavano Sua Emittenza.

La gente di questa tv, e da questa tv, non ha molto da imparare, né in fondo molto da insegnare. Siamo arrivati a quella che altrove ho definito la “società post-alfabeta”: a quindici anni dal programma di Soldati e Zavattini tutti sanno leggere, anche se pochi leggono e la televisione stessa è la fonte di tutte le informazioni. Siamo tutti pronti a essere ripresi e tutti pronti a ridere di chi è ripreso senza saperlo: la candid camera torna al suo formato americano, e dimentica Specchio segreto. La transizione che era stata al centro del periodo precedente è completata, anche se i timori apocalittici di Pasolini sulla potenza devastante della televisione non si sono verificati. Al contrario è una forza conservatrice, si potrebbe dire come James Coburn/Pat Garrett nel film di Peckinpah: “Il paese invecchia e io voglio invecchiare con lui”. Comincia l’epoca dei programmi che dureranno, con la stessa formula, interi decenni, dal salotto di Costanzo a quello di Fazio. Con la stessa formula, che non ha bisogno di variare, perché la proiezione semi-concreta del pubblico sembra non conoscere ricambio generazionale.

Il vero salto in questa storia di lunga durata è rappresentato da Grande fratello (a cavallo tra due secoli): non perché cambi l’idea di gente, bensì perché a questo punto la costruzione televisiva del personaggio “preso dalla strada” ha forse bisogno di un plus, di verità e insieme di racconto. Di verità, perché per mantenere la sua (semi)concretezza la gente deve avere una vita 24 ore su 24, perfettamente parallela alla nostra, oltre i limiti della normale programmazione; di racconto, tanto che la trasformazione della gente in personaggi diventa sistematica, dalla selezione allo script evidente quanto calato nei caratteri.

Il trionfo della televisione a questo punto è compiuto. Da allora la tv della gente ha vissuto in un gioco di inseguimento continuo con l’internet della gente. È in questa rivalità simbolica, assai più che nella demografia reale, che la televisione fa la parte della vecchia. La novità sembra essenziale: su internet, su Facebook in particolare, non c’è la proiezione del pubblico in qualcosa di diverso da sé, ma il pubblico che parla con la sua voce. Ma a guardar bene la rappresentazione di sé del “popolo di internet” è più debitrice a quella della gente televisiva, e soprattutto a quella che si è affermata a partire dagli anni Settanta, di quanto si pensi: resta sempre sospesa tra popolo e massa, tra l’idealizzazione di sé come soggetto decidente e il peso dei numeri schiacciante più che in qualsiasi singolo stato; resta sempre incerta tra il protagonismo che mira a tradurre il soggetto in personaggio (ma non bisogna esagerare, se no si finisce nel flop di Second Life, e pochi sono veramente interessati in un mondo di personae nel senso latino che diventano presto maschere vuote), e il desiderio di portare testimonianza, ma senza riuscire a sottrarsi a dinamiche di folla, dal tifo dei fan fino ai linciaggi in rete.

La gente della tv resta ancora una delle rappresentazioni più forti di una società contemporanea, proprio perché rimane semi-concreta e semi-astratta, semi-reale e semi-immaginaria, connette esperienza e mito e lo fa sul piano minimale di un riconoscersi senza impegnarsi.

La connessione tra pubblico e società

In sintesi, dal punto di vista di cui parliamo ci sono stati nella tv italiana tre periodi, e a spiegare questa periodizzazione è anche il modificarsi dell’identificazione tra pubblico e società italiana.

Nella prima fase, brevissima, dal 1954 al 1960, questa identificazione semplicemente non era data, non solo per motivi statistici (come ricordavamo, prima del 1961 a guardare la tv era una minoranza), ma anche per motivi per così dire politici. È solo con la direzione Bernabei che la Rai si è presentata come l’industria culturale non tanto e non solo egemone, quanto nazionale per comune consenso, coincidente culturalmente e territorialmente con il paese; una tv non tanto pedagogica quanto conduttrice, per così dire, capace di programmare il tempo/spazio della nazione come nessun altro mezzo era riuscito a fare. Il pubblico televisivo a questo punto coincideva con la società italiana, ma il suo rapporto con il mezzo era problematico, oscillava da una piena fascinazione a un radicale sospetto; e il divorzio dal bernabeismo dopo la catastrofe democristiana nel referendum sul divorzio fu traumatico come la crisi che innescò nel sistema televisivo. Poi, in quello che ho chiamato il “ventennio a colori”, tra metà degli anni Settanta e metà degli anni Novanta, questa identificazione è diventata totale e per molti versi scontata: la tv si è fatta l’orizzonte di un paese, il paesaggio comune. La gente della tv era la gente e basta, tanto da trasformare i salotti in feudi, con pochi padroni e tante comparse, e tanto da trasformare in gente gli stessi leader politici, oscillanti da allora tra il modello del “sono uno di voi” e quello del “sono il vero conduttore di questo paese”. Dalla seconda metà degli anni Settanta moltissimo è cambiato, ma la tv della gente, e la gente della tv, sono ancora lì.