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Super Format

Ti conosco, mascherina

Sbarca anche in Italia The Masked Singer. Craig Plestis, il produttore della versione americana, ci racconta tutti i segreti di un fenomeno televisivo mondiale.

Proprio quando nessuno ci sperava più – quando tutti erano convinti che non ci sarebbe stato un nuovo X Factor o The Voice, un altro format capace di sbancare gli ascolti ovunque fosse riprodotto –, The Masked Singer ha preso tutti alla sprovvista. Il programma, andato in onda su Fox a gennaio 2019, è diventato subito un fenomeno di ascolti. È stata la premiere di un programma di intrattenimento più vista della stagione, con circa 13 milioni di spettatori (live+7) e record nel target pregiato (18-49), il lancio di un nuovo programma più visto degli ultimi 7 anni negli Stati Uniti. Lo stesso successo si è ripetuto qualche mese dopo in Germania, in Australia, in Messico, in Olanda e in Francia. Anche la seconda stagione americana è partita forte: non ha replicato gli stessi numeri, ma si mantiene leader nel target commerciale. Dopo il recente lancio in Gran Bretagna e in Portogallo, presto arriverà anche in Svezia, in Austria, in Spagna e in Italia su Raiuno, presentato da Milly Carlucci. Negli Stati Uniti tornerà già a febbraio per la terza stagione (mentre Germania, Australia, Francia e Olanda hanno avviato la produzione della seconda). Insomma, The Masked Singer è il format che tutte le reti del mondo vogliono.

Indovina chi canta

The Masked Singer è un programma in cui personaggi famosi (attori, cantanti, sportivi, presentatori) competono esibendosi in spettacolari numeri musicali, nascondendo la propria identità dietro ad appariscenti maschere e costumi. Come ha scritto il critico televisivo del New Yorker, Emily Nussbaum, “è un po’ come se unissimo What’s My Line? (vecchio gioco in cui bisognava indovinare la professione degli invitati) con Pokémon Go”. O, come ha detto Matt Zoller Seitz, “è uno di quei programmi che quando lo racconti sembra che te lo stai inventando. Quanti più dettagli dai, più inizi a chiederti se l’hai visto davvero o l’hai solo sognato”. Certo, viene da chiederselo dopo aver visto, per esempio, un ananas cantare “I Will Survive”. Nella prima stagione americana c’erano anche un leone, un mostro e un alieno; nella seconda sono comparsi uno scheletro, un panda e persino un uovo. 

The Masked Singer è la versione americana del format sudcoreano di grande successo King of Mask Singer, in onda dal 2015 su Mbc (per più di 200 puntate). Lì il programma ha la struttura di un torneo che dura praticamente tutto l’anno: ogni settimana nuove maschere si sfidano, cercando di soffiare il trono al re delle maschere. Anche Ryan Reynolds ha partecipato come ospite (con una maschera di unicorno) per promuovere Deadpool: la clip è diventata virale. Prima di arrivare negli Stati Uniti il programma era stato adattato anche in altri Paesi (Cina, Indonesia, Thailandia e Vietnam). Insomma, era da un po’ sul mercato, alcuni produttori lo avevano opzionato e cercavano di venderlo. La curiosità era molta ma nessuno riusciva a immaginare come quel programma tanto bizzarro potesse essere adattato per un pubblico occidentale. Craig Plestis, produttore con grande esperienza (The Apprentice, Deal or No Deal, America’s Got Talent), ha raccontato che scoprì il programma mentre era a cena con la sua famiglia a Los Angeles. Si trovava in un ristorante thai e, mentre aspettava, si è guardato intorno e ha visto che tutti i clienti avevano gli occhi incollati alla tv. In onda c’era la versione thailandese di The Masked Singer e tutti avevano smesso di mangiare per guardare un canguro con un vestito di piume che cantava. Insieme alla figlia Clara hanno cercato il programma su Google e provato a capire come comprare i diritti per gli Stati Uniti. Qualche settimana dopo Plestis aveva già chiuso il contratto e lo stava presentando a Fox.

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Craig Plestis, produttore di The Masked Singer

“Tv d’avanguardia”, come l’ha definita la rivista Rolling Stone, ma anche “folle”. È così stravagante che sono arrivate subito anche le parodie. Alcune maschere si ripetono tra le versioni internazionali, altre si adattano ai gusti locali. In Francia c’è un cupcake, in Messico una volpe. Il format è al tempo stesso un guessing game e una gara tra cantanti. Da una parte, c’è un panel fisso di personaggi famosi che deve indovinare chi si nasconde sotto la maschera: per farlo dispone degli indizi contenuti nei video che precedono le esibizioni, la voce del concorrente quando canta o le sue risposte alle domande (ma la voce è sempre distorta). Il dosaggio degli indizi è cruciale: non puoi dire troppo (per mantenere la tensione, puntata dopo puntata) né troppo poco (per non frustrare il pubblico); non puoi usare dati scontati (tutti potrebbero trovarli su Wikipedia) né informazioni troppo criptiche (il pubblico deve poter giocare). Dall’altra, il programma è anche una competizione tra le maschere (che si sfidano in duelli). In ogni puntata, il pubblico in studio e il panel decidono chi deve togliersi la maschera e, in un momento rituale finale, svelare la propria identità. Sotto le maschere della prima stagione statunitense si nascondevano, per esempio, LaToya Jackson, Tori Spelling o Ricki Lake.

È uno di quei programmi che quando lo racconti sembra che te lo stai inventando. Quanti più dettagli dai, più inizi a chiederti se l’hai visto davvero o l’hai solo sognato. Viene da chiederselo dopo aver visto un ananas cantare “I Will Survive”. Nella prima stagione americana c’erano anche un leone, un mostro e un alieno; nella seconda sono comparsi uno scheletro, un panda e persino un uovo.

“Nel primo pitch non avevo detto niente sul format. Erano un po’ scioccati dalle immagini che avevo messo insieme della versione sudcoreana”, racconta Plestis. “Ma subito hanno capito il potenziale che aveva, soprattutto tenendo conto del successo in Corea del Sud e in altri Paesi. Si sono resi conto subito che non era tanto un performance show, ma un gioco, un guessing game”. I guessing game sono un trend in tutto il mondo, anche in Italia (basti pensare a I soliti ignoti o Guess My Age). “Questo successo credo dipenda dal fatto che tutti possono partecipare, gente di tutte le età, senza speciali conoscenze. La gente partecipa a casa e online, dove ci sono dibattiti. Ognuno ha una sua idea su chi sia nascosto sotto le maschere. Nei vari talent puoi votare, ma in questo programma chiunque può avere un’opinione e nessuno sa se ha ragione fino alla fine”. Tutti possono giocare a fare i detective. E il gioco, stando al The Washington Post, crea dipendenza…

Il segreto meglio custodito della tv

In The Masked Singer i concorrenti indossano i costumi per tutto il programma e si tolgono la maschera solo alla fine, dopo essere stati eliminati. Ma devono nascondere la loro identità anche quando non indossano la maschera. Mantenere il segreto è una delle sfide più complicate per chi produce il format. Il programma ha in realtà due bibbie di produzione, una del format e un’altra per la “segretezza”. Solo poche persone sanno chi sono i concorrenti, tutti firmano accordi di riservatezza. I giocatori sono tenuti isolati e devono sempre indossare caschi, tute e guanti. Non possono essere accompagnati da agenti o familiari, provano in location segrete e non possono interagire con nessuno, nemmeno tra di loro. Indossano felpe con la scritta “Don’t talk to me” per ricordare a tutti che è meglio lasciarli stare.

“Nella prima stagione avevamo molta security ma nessuno sapeva cosa stavamo facendo. Nella seconda abbiamo dovuto spendere molti più soldi sulla sicurezza”, racconta ancora Plestis. Tutta la segretezza ovviamente è raccontata e, per certi versi, usata dentro il programma (le “guardie del corpo” che si vedono nei video e accompagnano in studio i cantanti) per aumentare il mistero. L’incubo peggiore dei produttori è che compaia una foto del personaggio famoso in studio con il costume senza maschera. “Nessuno poteva portare il cellulare in studio, anche la crew di produzione doveva coprire le camere dei telefonini. Sembrava un’operazione militare”. Se uscisse un nome, puoi rispondere facendone uscire un altro, creando confusione. Ma se uscisse una foto, è più difficile smentire. Per questo, quando alla fine di ogni puntata il cantante eliminato si toglie la maschera, in studio c’è solo una parte del pubblico, quella più fidata, solo per avere qualche reazione di sorpresa da usare in montaggio. In quasi tutti i Paesi, infatti, il programma è registrato. Tra le riprese e la messa in onda possono passare mesi, ma non molti per evitare fughe di notizie. Altri Paesi, come la Germania e l’Italia hanno optato per andare live, non solo per ragioni culturali e televisive ma anche perché, rivelando in diretta l’identità delle maschere, la necessità di sicurezza si riduce. La diretta poi permette l’interazione con il pubblico a casa che può votare durante la gara.

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Craig Plestis, produttore di The Masked Singer

Questione di maschere, questione di casting

Nonostante i dubbi di alcuni giornalisti sull’adattamento del format negli Stati Uniti, uno dei meriti di Plestis è stato di capire lo spirito del format originale, estrarne il dna e, con la sua visione, trasformarlo in un grande show per il mercato internazionale. “Non è stato difficile come potrebbe sembrare. È più una questione di meccanica e struttura”, dice. Quello che non racconta è il grande lavoro fatto sul look del programma in generale e su uno dei suoi aspetti più importanti, le maschere. Lo show americano si allontana dal look un po’ bizzarro, povero e “carnevalesco” delle altre versioni, per diventare un grande spettacolo, che si nutre dell’esperienza di Broadway e di Las Vegas. Le maschere, poi diventate il punto di riferimento per le altre versioni internazionali, sono eleganti, divertenti, minacciose, sexy: ognuna ha una personalità distinta. Alcune si ispirano al famoso che le indossa. Dati i tempi di produzione (anche due mesi), non tutti però possono sceglierla o suggerire idee per personalizzarla. Le maschere sono le protagoniste dello show. Se, come succede in alcune versioni, la confezione dei costumi non è di alto livello, il programma corre il rischio di sembrare ridicolo. Devono permettere ai concorrenti di muoversi e di cantare. Nella versione statunitense, Plestis giura che i concorrenti cantano dal vivo. Altre versioni sembrano aver optato per il playback (usando però la voce reale del famoso). “Nella seconda stagione abbiamo cercato di migliorare la qualità della voce sotto le maschere. I costumi permettono più mobilità, così i concorrenti possono ballare di più. Anche la visibilità è importante. Con alcuni costumi della prima stagioni i famosi avevano grossi problemi”, confessa Plestis. Le celebrities passano così tanto tempo con la maschera che diventa quasi una seconda pelle. Finiscono per identificarsi. Giocano a interpretare un ruolo e a confondere i membri del panel.

Il casting dei cantanti è un altro aspetto chiave. Le ragioni sono varie. Innanzitutto è difficile convincere le celebrities, soprattutto per la prima stagione (dalla seconda, se funziona, è tutto più facile), perché non è semplice far capire il tono del programma e perché è un format che chiede parecchio sforzo (pure fisico, visto che alcune maschere pesano vari chili). E poi perché molti personaggi famosi accettano di partecipare a programmi di questo tipo, come Tale e quale o Ballando con le stelle, perché danno visibilità. Ma se sei nascosto sotto una machera per varie settimane, quale visibilità hai? Solo pochi minuti, alla fine, quando la togli. Non a caso, nella versione francese i produttori hanno aggiunto un after show con un po’ di making of del programma e una lunga intervista all’eliminato, in cui racconta come ha vissuto la sua partecipazione nel programma e spiega alcuni degli indizi più misteriosi. Quelli che accettano lo fanno perché gli piace il gioco e vedono nel fatto di essere nascosti sotto una maschera la opportunità di dimostrare quello che valgono senza usare la loro notorietà. 

Questo è il secondo problema: quando il famoso si toglie la maschera, tutti in studio e a casa devono sapere chi è. Perché se la sensazione finale è che sotto le maschere ci siano solo celebrities di serie B o C il format rischia di sgonfiarsi dopo poche puntate. All’epoca, Fox accettò di produrlo solo a patto di avere grandi nomi. Devono essere personaggi sorprendenti, che non ti aspetti, che cantino bene senza essere però tutti cantanti: nel programma c’è anche una componente di talent show e in quasi tutti i Paesi i primi a essere eliminati sono gli atleti, che cantano peggio. Come scrive Nussbaum, “quando la star è rivelata deve essere davvero importante”. Il programma, per lei, “è un passatempo piacevolmente sciocco e poco impegnativo, ma troppo spesso ottiene l’effetto contrario: ti fa sentire la mancanza delle maschere”. È un problema di marketing delle aspettative. A differenza di altri reality show, non puoi vendere i nomi del cast per creare interesse. Puoi dire che ci sono vincitori di Grammy, Oscar o Emmy, ma non puoi usare i nomi. Se poi però i nomi non sono all’altezza, il programma perde interesse. È un po’ quello che è successo in Francia o Australia, dove il programma è partito con ascolti fortissimi e poi pur restando su quote molto alte è comunque sceso. 

Plestis si trovava in un ristorante thai e, mentre aspettava, si è guardato intorno e ha visto che tutti i clienti avevano gli occhi incollati alla tv. In onda c’era la versione thailandese di The Masked Singer e tutti avevano smesso di mangiare per guardare un canguro con un vestito di piume che cantava. Ha cercato il programma su Google e provato a capire come comprare i diritti per gli Stati Uniti. Qualche settimana dopo aveva già chiuso il contratto e lo stava presentando a Fox.

The Masked Singer si basa quindi su un delicato mix di ingredienti, e il casting ha un ruolo importante. Questo vale anche per il panel di giudici. I cantanti (Anggun in Francia, Carlos Rivera in Messico), i presentatori (Davina McCall nel Regno Unito) o i comici (Ken Jeong negli Stati Uniti e nel Regno Unito) che lo compongono diventano la voce del pubblico a casa, devono alimentare le ipotesi sull’identità dei concorrenti (senza esagerare o, come in uno sketch di James Corden, sparare nomi a caso), analizzare gli indizi e, soprattutto, condire il tutto con un po’ di humor. Il panel non si prende troppo sul serio, dunque. Non servono grandi nomi, ma celebrities disposte a giocare e a lasciarsi andare alla “follia” del programma. Anche se votano, non sono in realtà giudici, ma “commentatori”, esperti di cultura pop locale (per questo ha creato perplessità negli spettatori la presenza dell’americana Lindsay Lohan nel panel della versione australiana), capaci di trasmettere sorpresa e curiosità davanti a uno spettacolo così sui generis.

 

Una maschera salverà la tv?

The Masked Singer è un format evento, che in tutti i Paesi tiene milioni di spettatori incollati alla tv e sui social cercando di indovinare chi si nasconde sotto le maschere. Fox ci crede a tal punto che ha annunciato lo spin-off The Masked Dancer, nato da una rubrica – dal tono parodistico – del programma di Ellen DeGeneres, che sarà tra i produttori. Ma è anche un format caro (cachet da pagare, maschere da costruire, security), poco flessibile (una volta costruite le maschere, non hai molti margini di manovra) e rischioso (non sai come il pubblico locale reagirà di fronte a una idea tanto bizzarra). Per questo quasi tutti i Paesi hanno deciso di scommettere su una prima stagione piuttosto corta (6-8 puntate, addirittura solo 4 in Italia). È un’idea forte che però non “svolta” il palinsesto di una stagione e che, alla lunga, potrebbe sgonfiarsi. Quante stagioni puoi fare di un programma che si basa sulla sorpresa prima che il pubblico si stanchi? Non è The Voice o X Factor. Ma The Masked Singer è un’idea nuova, fresca, mai vista, capace di attirare l’attenzione. E questo, in un’epoca di peak tv e di sovrabbondanza dell’offerta, è fondamentale per le reti generaliste. 
“Per certi versi, possiamo dire che The Masked Singer sta salvando la tv generalista in America e un po’ in tutto il mondo. Ha riportato le persone insieme davanti alla tv”, concorda Plestis. “The Masked Singer, per il suo livello di coinvolgimento degli spettatori e il senso di comunità che crea, è quasi come un evento sportivo. Non succede con altri reality. Era forse dai tempi di American Idol che tutta la famiglia non si sedeva davanti alla tv a guardare lo stesso programma”. Il successo di The Masked Singer ha avuto un’altra conseguenza: ora tutti guardano alla Corea del Sud in cerca di nuovi format. Tra questi, ci sono Hidden Singer, già adattato con poco successo in Italia da Nove, o I Can See Your Voice (dove un artista famoso deve capire chi sa e chi non sa cantare tra i candidati, senza però ascoltarne la voce), o 300: War of United Voices (in cui star della musica preparano una grande esibizione con 300 fan). “È difficile che altri reality possano riprodurre lo stesso fenomeno”, afferma Plestis, anche lui già al lavoro per portare altri format sudcoreani negli Stati Uniti. “Non dico che non ci sarà un’altra hit come The Masked Singer, ma ci vorrà del tempo. È un programma speciale, arrivato in un momento speciale”.


Algerino Marroncelli

Quando era bambino, passava i pomeriggi costruendo scenografie di plastilina e giocando “alla tv”. Da grande, ha lavorato in Italia come autore e regista e ha scritto due saggi sulla televisione. Fino a sbarcare nel 2008 a Madrid per lavorare prima a Magnolia e ora a FremantleMedia, dove si occupa dello sviluppo di programmi originali e dell’acquisizione di format internazionali. Su Twitter è @AlgeMarroncelli.

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