Le regole e le caratteristiche del genere raccontate da un professionista che ha contribuito a portare il factual in Italia.

Benvenuti nella galassia del factual, parola oscura e poco conosciuta che racchiude il mondo della nonfiction, tanto vasto e variegato da venire spesso definito, appunto, per negazione. Il suo cuore è la realtà, a differenza dello scripted, dove il reale può essere di ispirazione ma poi le storie sono costruite e recitate. Lavorando da cinque anni a Discovery, ho potuto vedere come il genere si sia affermato, evoluto e contaminato in Italia. Proprio per il fatto di rappresentare il reale, il factual genera quella che possiamo definire una “fascinazione della realtà”: è un DNA che permea tutto, e ci fa intimamente pensare (anche nei casi più estremi di “constructed reality”) che quello che stiamo vedendo da qualche parte nel mondo esiste davvero.

Esiste davvero quel tizio che introduce droga o cibo tossico in Canada, e quando è interrogato dalla polizia risponde “non sapevo che fosse vietato dalla legge” (Airport Security Canada). Esiste davvero negli Stati Uniti quella famiglia composta da quattro mogli e un solo marito che vivono sotto lo stesso tetto (Sister Wives. Io e le mie mogli). Il factual più potente alimenta sotto o sopra traccia questa profonda curiosità per il mondo, per le storie e le persone più diverse che lo animano.

Le regole seriali

Il factual è una forma di narrazione soprattutto seriale e segue queste regole, dalla presenza di un punto di vista, di uno o più protagonisti con cui empatizzare, di una linea narrativa verticale e chiusa (Cucine da incubo) oppure orizzontale e aperta (La febbre dell’oro, su Discovery Channel). Proprio la serialità e la struttura narrativa avvicinano il factual all’altro universo di contenuti televisivi, lo scripted, mentre il documentario classico nasce invece nel formato one off. Un caso esemplare è la produzione Italiani Made in China (sviluppato in Italia da un’idea originale Discovery con Zodiak Active), che lavora su un punto di vista narrativo originale: volevamo raccontare i cinesi di seconda generazione, italiani a tutti gli effetti (si autodefiniscono “bananas”, gialli fuori e bianchi dentro), ma alla ricerca della loro identità. E abbiamo deciso di farlo attraverso un racconto corale con linee narrative orizzontali, conflitti, turning point e climax degni di una serie tv. E ancora: nell’ultima stagione di Unti e bisunti la struttura narrativa si è avvicinata ancora di più al mondo dei telefilm con l’introduzione di una linea tensiva mystery e di un Doppelgänger del protagonista.

L’era del take-out

Quando sono arrivato a Discovery, il mondo era completamente diverso e il digitale terrestre ancora in evoluzione. Il factual era “intelligente” e la parola chiave era take-out: nei nostri programmi c’è sempre qualcosa che puoi imparare. L’universo era quello di National Geographic, con la sua immensa e imbattibile tradizione, e di Real Time, forte della sua offerta di lifestyle e tutorial (tra tutti Clio Makeup e Torte in corso con Renato). Il mondo è cambiato, ora i brand si sono evoluti, il portfolio Discovery italiano è cresciuto fino ad avere 14 canali su più piattaforme e con diversi modelli di business, ma quell’era non è finita. I programmi factual “classici”, tra cui spicca l’eterno Com’è fatto, rappresentano anzi il cuore pulsante di interi canali (Focus, Discovery Science, Discovery World), mentre il tutorial è migrato verso canali come La5 e Raidue con Detto fatto. Per certi versi all’interno di Discovery si ragiona anche su un ritorno ai valori fondativi di “satisfy curiosity”, con l’arrivo di Phil Craig, che ha coniato la categoria “nu chip”, un modo di racconto immersivo e narrativo, come estensione e modernizzazione del più classico “blue chip”, il documentario naturalistico con immagini di qualità e spettacolarità elevata.

Factual e factual entertainment

Nel nostro lavoro c’è poi una tendenza a dividere il contenuto in due macro-categorie, suddivise in base al destinatario previsto: il factual (con target maschile) e il lifestyle entertainment o factual entertainment (con target femminile). In realtà queste categorie sono spesso contaminate. La bussola per chi si trova a lavorare su un portfolio di 14 canali è il brand, che costituisce la cornice concettuale e comunicativa all’interno della quale programmare i contenuti più adatti. La necessità di allargarsi a un pubblico nuovo spinge il mercato oltre il take-out, nella direzione dell’intrattenimento. Dal factual più “formattizzato” come quello di Quattro matrimoni (Four Weddings), o dal meccanismo ormai classico alla Come Dine with Me, fino al makeover di Cucine e Hotel da incubo.

Un buon modo per vedere questa contaminazione è l’evoluzione del genere survival, che si sposta sempre più verso l’esperimento sociale: in Nudi e crudi i protagonisti devono essere nudi e rimanere per 21 giorni senza cibo e acqua, in Tethered il gioco è essere legati da una corda che ti obbliga a convivere e lavorare in squadra, fino a L’isola di Adamo ed Eva dove la matrice factual dell’essere nudi e solitari nella natura si fonde al dating e al game delle prove necessarie a conquistare il partner.

Il factual nella tv italiana ha portato una nuova forma di intrattenimento in cui i protagonisti sono sconosciuti e letteralmente addictive: sono quasi sempre persone comuni che fanno in tv ciò che fanno o hanno fatto nella vita reale. Tentare di sostituirli con volti famosi è un vero e proprio tabù: la regola vuole che chi è presente nella storia abbia un senso, e possa quindi parlare con un minimo di autorevolezza.

Larger than life

La televisione factual si nutre di fenomeni, di cose fuori dal normale, di personaggi unici e straordinari che però hanno la capacità di parlarti, emozionarti, divertirti e dare origine a una merce rara: a momenti di tv cosiddetti “OMG” (come Bear Grylls che mangia insetti, o Less di Banco dei pugni che ti offre un dollaro per qualsiasi merce). Sono momenti memorabili e tormentoni che mandano in tilt sia i social sia i media tradizionali, che generano discussioni con amici e parenti e che cambiano il modo di comunicare tra le persone. La famiglia di Honey Boo Boo, prima di finire nel disastro e cancellata da TLC, ha fatto il giro del mondo rappresentando il lato più estremo e divertente del redneck americano (e insieme, nel profondo, l’accettazione di sé). E i personaggi di Breaking Amish, nonostante l’accusa di essere “heavily produced”, hanno raccontato il fascino di uscire da una comunità chiusa per confrontarsi con la contemporaneità. Mostrare la realtà e la sua parte straordinaria genera anche polemiche e discussioni, che però chi produce factual accetta convinto che sia sempre importante raccontare mondi poco conosciuti e sorprendenti: in fondo, il factual è anche qui da sempre segnato dalla necessità del take-out, dell’intrattenimento utile e virtuoso.

Global company for a local business

Una grande sfida per i nostri canali è lanciare con successo il contenuto statunitense di cui disponiamo. Siamo spesso messi a dura prova nel valutare programmi che non sembrano avere appeal per il mercato italiano. Ma va considerato che, come altri generi, il factual ha un grande potere di attrazione universale.

Un’altra sfida è quella di dare il cosiddetto “local flavour”, il gusto locale, a un brand che vive di contenuto internazionale. Se per il prodotto di taglio femminile è più semplice, nel factual maschile la ricetta è molto più difficile. Confrontarsi con River Monsters
e Affare fatto non è semplice: non esistono in Italia personaggi, location, situazioni (in altre parole: realtà da raccontare) che possano competere con il larger than life americano. Le produzioni originali sono molto importanti se rispondono a una strategia di canale (e quindi permettono di aggiungere una dimensione non coperta dal contenuto internazionale) e colgono un bisogno dell’audience. È il caso di Cucine e Hotel da incubo, programmi di culto di cui si potrebbe non sentire l’esigenza di una versione italiana – chi può sostituire Gordon Ramsay? – ma che una volta trovato un volto in grado di “reggere” il ruolo, come quelli di Antonino Cannavacciuolo o di Antonio Colonna, possono raccontare storie di un’Italia che non si vede spesso in tv: le piccole imprese, i business a conduzione famigliare, la provincia e i conflitti di tutti i giorni. O ancora di I colori dell’amore, che risponde all’esigenza di evolvere il posizionamento di Real Time verso lo storytelling e l’emozione: attraverso il modello narrativo della docu si riesce a raccontare l’integrazione nella quotidianità di coppie miste italiane, lontana dai proclami dei politici e dalle polemiche dei media.

Autenticità

La cosiddetta authenticity è una parola chiave per chi lavora nel mondo del factual, il Sacro Graal di produttori, buyer e programmatori: la ricerca della verità e genuinità della realtà e dei personaggi raccontati. L’accesso al mondo senza filtri è una merce rara, ed è la chiave del successo per gran parte dei factual. Quando guardiamo negli occhi Ed Stafford nudo su un’isola deserta capiamo che lui è veramente così (pazzo) e che la troupe non lo sta aiutando a sopravvivere per un mese su un’isola senza nulla. Ma l’autenticità non è sempre un valore: si pensi all’efficacia dello scripted reality o comunque di contenuti factual di intrattenimento altamente prodotti se non addirittura totalmente scritti, come Banco dei pugni, Rimozione forzata, Affare fatto, per non parlare di Alta infedeltà