Una storia di mafia mai vista prima, che colma una lacuna storica e ci fa entrare nella testa dei mafiosi. Intervista ai creatori Marcello Izzo e Silvia Ebreul.

Il cacciatore non è l’ennesima fiction italiana sulla mafia, è bene dirlo subito. Non solo per le qualità visive o per la scrittura, ma per il modo in cui mette in scena la lotta combattuta dallo Stato dal 1993 al 1996, nella stagione che va da dopo gli attentati a Falcone e Borsellino agli arresti di Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca. Nei racconti televisivi c’era un vuoto abbastanza inspiegabile, dall’arresto di Salvatore Riina (1993, raccontato ne Il capo dei capi, la prima fiction ad avere un mafioso come protagonista) fino a Provenzano (arrestato nel 2006, la cui storia ha ispirato sia L’ultimo dei Corleonesi sia L’ultimo padrino). È una stagione della nostra storia in cui lo Stato, grazie al lavoro dell’antimafia e di uomini come il procuratore Gian Carlo Caselli, ha ottenuto un’impressionante serie di successi contro Cosa Nostra.

La fiction prende le mosse dal romanzo-confessione del magistrato Alfonso Sabella, pm alla procura di Palermo, e dopo lunghi anni di tormenti, in cui è stata in predicato di diventare un documentario e un fumetto, arriva finalmente sullo schermo (su Raidue). Quello che ne fa una serie sulla mafia diversa dalle altre è il modo in cui racconta le vite dei mafiosi, di Bagarella e del suo rapporto tormentato con la moglie Vincenzina, di Brusca e del conflitto con il padre, di figure minori come Pasquale Di Filippo e Mico Farinella, che grazie alle interpretazioni di Dario Aita e Giulio Beranek sono forse i personaggi più riusciti dell’intera serie. Sullo sfondo del racconto, sotto il filo delle indagini, scorre la vicenda maledetta del rapimento e della detenzione del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino, detenuto da Brusca per 770 giorni e infine ucciso e sciolto nell’acido. Di fronte all’orrore Il cacciatore non indietreggia ma ha il coraggio di andare in fondo, di affrontare e mettere in scena con cura una delle vicende più dure della nostra storia nazionale. Si prende rischi enormi flirtando con uomini malvagi, ma leva di torno categorie magico-religiose come quella di “Male Assoluto”, che intralciano la comprensione di quegli umanissimi meccanismi psicologici e di gestione del potere capaci di produrre mostruosità.

Ne parliamo con i creatori della serie, Marcello Izzo e Silvia Ebreul, che insieme a Fabio Paladini, Stefano Lodovichi e Marzio Paoltroni  hanno scritto anche la sceneggiatura. Il cacciatore era in concorso alla prima edizione di Canneseries, dove ha vinto il premio per la migliore interpretazione, andato a Francesco Montanari (nel ruolo di Saverio Barone).

Saverio è l’alter ego di Alfonso Sabella e regge la serie sulle sue spalle. Mi piacerebbe capire come è stato costruito e come siete arrivati a lui. Lui è, e si pensa, un cacciatore.

Silvia: Per parlare meglio di Saverio devo usare Sabella. Tutto inizia con il suo libro, lo leggiamo e subito vogliamo incontrare Alfonso, perché tra le righe c’è un’ossessione che desideriamo capire.

Che anno era?

Silvia: Era il 2010, lui era vestito con un impermeabile scuro lunghissimo e fumava sigarette sotto un cielo grigio. Da lì abbiamo capito che era il nostro uomo. Durante gli anni che vive all’antimafia Sabella subisce una trasformazione emotiva, diventa sempre più ossessionato dai mafiosi a cui dà la caccia. Prenderli diventa la sua ragione di vita. Questo c’è nel suo personaggio reale, e questo abbiamo portato nel personaggio di Saverio Barone. Nei boschi dove andava a caccia di cinghiali quando era un ragazzino si è sentito un perdente: non sapeva sparare, aveva paura e aveva individuato come mentore Raia, un ragazzo più grande che gli ha insegnato non solo la caccia ma l’attitudine. Barone lo vede come un vincente. Salto temporale, oggi Barone ha sempre quell’ansia, esteriormente è più aggressivo, ma ha ancora bisogno di non sentirsi un perdente: vincere a tutti i costi è la sua missione. È ambizioso e vuole prendere il posto del suo capo, avere la faccia sui giornali, i titoli grossi. Arrivato all’antimafia comincia a catturare i mafiosi, uno dopo l’altro, e capisce che la sua forza è la diversità: non è un giudice in giacca e cravatta ma un pm da marciapiede. Nella caccia ai mafiosi trova un modo per canalizzare la sua rabbia e la sua voglia di rivalsa. Sia Barone sia Sabella entrano in antimafia il giorno in cui il piccolo Di Matteo viene rapito. Tutti i colleghi dicono che il bambino non uscirà vivo, lui risponde “ci penso io”, perché ha bisogno di vincere quella battaglia, che all’inizio è un obiettivo e poi diventa un’ossessione.

Marcello: Saverio Barone non è Alfonso Sabella, dunque ci siamo dovuti inventare la linea emotiva, dobbiamo fare delle specifiche. Sabella davvero è stato l’avvocato dei cacciatori, un figlio di avvocati che a Bivona, piccolo centro in provincia di Agrigento, in giovanissima età trova un cavillo legale per far liberare i cacciatori di frodo. Da lì diventa una star locale, e tutti i cacciatori di frodo della Sicilia si rivolgono a lui perché era in grado di far restituire loro il fucile senza pagare la multa. Diventa amico dei cacciatori, li segue nelle battute al cinghiale. Interiorizza le tecniche di cattura. Ci tiene a dire che non ha mai sparato, non ha mai ucciso animali. La metafora del bosco è affascinante, quando si entra in un’ossessione così, ed è per questo che all’inizio abbiamo usato la Divina Commedia. Anche questa è una cosa di Sabella, nelle interviste la citava spessissimo, l’ha persino tradotta in dialetto siciliano.

Barone, il personaggio, si presenta come uno arrogante, ambizioso, che chiede rispetto ma non ne concede. Il personaggio è molto respingente, è bello ma non crea empatia.

Silvia: Barone, come Sabella, entra in antimafia senza avere la “vocazione”, ma per allontanarsi dal suo lavoro precedente dopo aver denunciato per corruzione il suo capo. Saverio è respingente perché noi abbiamo volontariamente lavorato sul tema dell’uomo imperfetto, ambizioso, che è vero che cattura i mafiosi, quindi fa del bene, ma ha motivazioni di fondo sbagliate. Litiga con i colleghi, vuole fare tutto da solo, ma ottiene risultati. Allora cosa fai? Lo allontani? Poi Barone lentamente ha una trasformazione che continuerà nella seconda stagione e lo porterà a diventare uomo di Stato.

Mi sembra che assomigli tanto alle sue prede, nel senso che è animato dallo stesso demone. Questa ossessione per la caccia lo porta a pensare come pensano le sue prede.

Marcello: È giusto, eticamente, specificare che Sabella non violava le regole. È stato molto difficile fargli accettare questa cosa, fargli uccidere un cinghiale a mani nude, vestirlo da scimmione nella prima puntata. È chiaro che nella sua personalità c’è un’ossessione, ma lui si presenta come uomo di Stato. Giocheremo, anche nella seconda stagione, con la sua disumanizzazione progressiva, che lo rende sempre più vicino alle sue prede e lo porta a ottenere risultati importanti. Il latitante vive in eterno spostamento, deve rinunciare agli affetti, vive la solitudine e l’isolamento. Dalla libertà dei boschi di Bivona a un bunker, dove il nostro Barone si ritroverà a vivere quando è minacciato di morte; si riduce “allo schifo” per ottenere risultati. Proprio come i mafiosi che vivono in latitanza. Rinunciando a tutto, sviluppi una ferocia che ti aiuta a ragionare come le prede, riesci a pensare come loro.

Passerei a questo punto alle prede. I cattivi sono presentati alla Tarantino, con la scritta a caratteri cubitali fucsia che li introduce in modo asettico, con ruolo e numero di omicidi. Da un lato fate una cosa già vista, già digerita dal pop; dall’altro la applicate alla mafia e l’effetto è forte. Mi piacerebbe che raccontaste questo processo di entrare nelle loro vite.

Silvia: Prende le mosse dal modo in cui consideriamo questo lavoro. È un lavoro di mafia, ma in realtà per noi è il racconto di un uomo che combatte il male, e un racconto del male. Meno mafia e più uomini. I mafiosi sono presentati con una voce fuori campo che ne enuncia la posizione nel diagramma mafioso, il numero di omicidi e gli anni di carcere. Dopo averli presentati andiamo a casa loro. Il rapporto di Bagarella con la moglie, Vincenzina. Quello di Brusca con il padre.

Marcello: Chi vede Il cacciatore vede questa forte anima pop.

Davvero? A mio parere l’anima pop viene fuori all’inizio ma poi passa decisamente in secondo piano.

Marcello: All’inizio era più centrato sulla caccia, sul lavoro di Saverio con l’antimafia, ma poi ci siamo resi conto che i mafiosi, i capi mandamento come Bagarella e Brusca, ma anche personaggi secondari come Farinella e Di Filippo, era meglio raccontarli nella loro vita reale, mentre le cose di mafia accadono. Non raccontare la mafia e mettere il resto sullo sfondo. E lì siamo venuti a conoscenza di elementi della loro vita privata che creavano un contrasto forte con le loro azioni. Bagarella amava Ivana Spagna, ce l’ha detto Alfonso, ed è bello entrare da qui per raccontare il personaggio. Addirittura aveva buttato lì al suo autista che avrebbe voluto rapirla. Poi c’è Enzo Brusca che era ossessionato dagli alieni e ne parlava di continuo. Ci è parso interessante partire da elementi bizzarri per raccontare la vita di questi uomini, con tutte le efferatezze compiute ma anche il loro quotidiano. Erano fuori dal mondo, in quanto latitanti, e dentro al mondo, per consumi culturali, soprattutto televisivi, e per l’interesse per i vestiti e la moda. Il rapporto con la moglie Vincenzina, donna incredibilmente complessa e tormentata, che Bagarella amava davvero, o con i figli. Raccogliere le cose più umane dai giornali e da quello che abbiamo potuto studiare.

Il tema del figlio è molto interessante. Per Barone e la sua donna è un’esperienza naturale. Per Bagarella e la moglie invece è qualcosa di maledetto. Brusca ha un bambino e ne rapisce un altro, e anche lui è stato un bambino “rapito” dal padre.

Silvia: Di Barone non si vede mai il padre, perché il suo mentore è Raia, è lui che l’ha fatto diventare un cacciatore. Si parla di eredità, di un padre che trasferisce un saper fare. Nel caso di Bagarella, lui non ha più il potere di trasferire la sua eredità perché la moglie ha svariati aborti e poi si uccide, allora dice a Brusca: i figli sono debolezze. Brusca non era considerato affidabile da suo padre, che gli preferiva altri. Anche con il piccolo Di Matteo c’è un trasferimento di eredità, Saverio si trova cambiato nel momento in cui combatte per riportarlo a casa.

Fa quasi impressione parlarne, immagino quanto vi sia costato scriverne, del rapporto di Brusca con il piccolo Di Matteo.

Marcello: C’era questa voglia, anche con la Rai e il produttore Rosario Rinaldo, di andare dentro alle difficoltà e di trovare il modo giusto per raccontare le vicende di questo bambino. Silvia ha letto ogni cosa, anche i libri di chi l’ha tenuto incarcerato per 770 giorni. Io dopo un po’ mollavo, leggere quelle pagine è veramente difficile. Ci siamo fatti molte domande sul modo in cui raccontarlo, su quanto indugiare, e i registi Stefano Lodovichi e Davide Marengo hanno trovato la chiave giusta nelle immagini per avere un pudore ma non nascondere la pena.

Il bambino è sempre in penombra, non è mai del tutto visibile.

Silvia: È stata una scelta particolare. Quando pensiamo a un bambino segregato per due anni e mezzo la sofferenza la possiamo immaginare. Ci sembrava più forte raccontare i riflessi che questa sofferenza ha sugli altri, in particolare su Brusca che, nonostante avesse ucciso quasi 200 persone, provava fastidio nel guardare il bambino. Non riusciva a capire perché, gli restava il più lontano possibile, sapeva di dovere ucciderlo ma rimandava sempre. Non credo per pietas, Brusca è un serial killer, ma come un sentimento di cui non conosci la natura e che rivela qualcosa che sta da qualche parte dentro di te e ti fa paura. Barone pensa ogni giorno al bambino, pensa se mangia o meno, è l’unico che tiene viva la speranza. Di Bagarella abbiamo messo in evidenza invece l’indifferenza.

Siete riusciti a entrare nella testa dei mafiosi e a far capire i meccanismi che generano il male, e questo è un grande viaggio all’inferno. Non c’è mai apologia, è chiaro che sia un inferno.

Marcello: È vero che è un viaggio all’inferno. Giuseppe Di Matteo resiste, non muore, resta lì e guarda sempre negli occhi Brusca, mentre Brusca non ne ha il coraggio e pensa che siano gli occhi del demonio. È un simbolo di resistenza, di lotta alla mafia. Sono loro ad avere paura di lui.

Domanda bruciapelo: perché non è andata bene con gli ascolti?

Marcello: È vero, siamo molto dispiaciuti. Un lavoro così su una tv generalista era un bell’azzardo in partenza, era molto a target, siamo partiti bene e poi calati. È un racconto ellittico, ci sono personaggi che entrano ed escono, e rende difficile la fruizione nella storia. Però sta andando benissimo su RaiPlay.

Avete nominato parecchie volte Sabella, anche con un certo “timore”, per non violare la sua immagine o la sua etica. Parlatemi di lui e del vostro rapporto.

Lui è realmente un uomo di Stato. È stato difficile metterlo in scena mentre viola le leggi, mentre interroga mafiosi appena catturati senza avvocato. Era difficile fargli fare qualcosa contro le regole.

Voi avevate bisogno quindi della sua approvazione per farlo.

Marcello: Assolutamente si! Partiamo dal suo libro che è pazzesco, crudo, che gronda cinema a ogni pagina con questo sottotesto di ossessione. Poi lo incontriamo e si presenta come un uomo integerrimo e comincia il processo lavorativo insieme. Ci ha detto che con noi ha finito il suo percorso di analisi, si sente più Barone adesso di quanto fosse all’inizio. Lo citiamo spesso perché è un amico sincero, ed è stato un viaggio lunghissimo. Lui all’inizio si è davvero affidato a noi. Abbiamo fatto un percorso insieme, quando il progetto era stato più volte rifiutato e non lo voleva fare nessuno.

Perché non lo voleva fare nessuno?

Marcello: Perché suonava come l’ennesimo lavoro di mafia, e noi non avevamo mai firmato nulla di importante e siamo stati rimbalzati tantissime volte. Ha rischiato di diventare un documentario o un fumetto, poi sviluppato con altre case di produzione, ma alla fine abbiamo trovato Rosario Rinaldo, che con la mafia ha avuto a che fare quando girava in Sicilia, ha denunciato illegalità e ha sposato la nostra visione. Poi il mercato si è aperto, il progetto è rischioso ma prima lo sarebbe stato ancora di più: Gomorra, 1992 e altre serie, su altre piattaforme, hanno aiutato tantissimo, hanno aperto la strada.

Perché Sabella è rimasto legato a voi, nonostante la storia non si riuscisse a realizzare?

Silvia: È rimasto legato alla nostra voglia comune di raccontare due cose. Una visione dello stato che vince sulla mafia, una guerra possibile, dove vinci una volta e puoi continuare a vincere. E una demonizzazione dei mafiosi, esempi da non emulare, guardandoli per quelli che sono, assassini che conducono una vita grama. Sabella è stato molto generoso: viene raccontata la sua vita, con forzature drammaturgiche, e anche se non riusciva a mandare giù delle cose ne capiva la funzione. Ha collaborato attivamente al soggetto, e infatti lo firma. Il lavoro del magistrato è simile a quello dello scrittore, parte dagli indizi e deve ricostruire storie.

Ultima domanda, siete una coppia anche nella vita privata. Mi raccontate come avete vissuto la scrittura di questa serie?

Silvia: Sicuramente essere una coppia ha i suoi vantaggi, abbiamo una conoscenza intima e questo aiuta. Siamo lo yin e lo yang. A Marcello vengono molto meglio le scene d’amore. Alcuni litigi di Saverio e Giada, sua moglie, sono la trasposizione dei nostri litigi. È come avere un collega sempre a disposizione. Siamo diversi ma con lo stesso grado di ossessione. Poi certo ci sono gli svantaggi, perché da quando ti lavi i denti al mattino a quando vai a letto la sera parli del lavoro, di scene, di personaggi, che entrano tutti a far parte della vita quotidiana della coppia. Non c’è mai un momento di pausa.

Vi siete mai imposti una vacanza da questo lavoro?

Marcello: Non lo abbiamo mai fatto. Sono stati anni duri, ma in due ci si sostiene meglio.