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Woody Allen, televisivo

Tra le pagine dell’autobiografia del regista, pubblicata di recente, si trova il racconto dei suoi esordi, anche in tv. Ecco la storia di un rapporto ambivalente e di un’incomprensione lunga tutta una carriera.

Su Woody Allen è già stato scritto di tutto. Sono molti i documentari, le biografie, i testi e i libri che hanno raccontato, da ogni prospettiva possibile, un gigante del cinema statunitense. Nonostante una sbandierata reticenza a farsi intervistare, sappiamo su di lui molto più di quanto ci è dato sapere di altri autori, e spesso con racconti di prima mano. C’era quindi, almeno per gli alleniani navigati, una curiosità moderata attorno all’autobiografia A proposito di niente (edita in Italia da La nave di Teseo), che Allen ha scritto nel periodo di pausa dalla sua stacanovistica attività di regista. Avrebbe raccontato qualcosa di nuovo? Avrebbe svelato interpretazioni inedite dei propri film? Ci saremmo dovuti accontentare di qualche aneddoto salace? Cosa aspettarsi da un uomo che, per sua ammissione, non ha mai più riguardato un suo film dopo averlo completato?

Ecco, se in A proposito di niente il regista spende spesso frasi di circostanza sui suoi film, ribadendo quanto fosse bello lavorare con il cast e la troupe, e lasciandosi ogni tanto scappare una curiosità o un commento inviperito (quanto piangeva Marion Cotillard, che voltafaccia è stato Timothée Chalamet), non fa lo stesso sui primi, poco frequentati, anni: nella prima parte del libro c’è infatti molto materiale inedito, con considerazioni e racconti sulle prime tre carriere di Allen – quelle di autore televisivo, di cabarettista, di scrittore di teatro. E, in effetti, il rapporto con la televisione è un ordito che attraversa tutta la vita professionale dello sceneggiatore newyorchese.

Giovane promessa

Dopo gli inizi come battutista sui giornali, il giovane Woody si costruì la fama di enfant prodige della commedia. A ventun anni venne ingaggiato per collaborare a Stanley, una sitcom con Buddy Hackett e Carol Burnett. “Scrissi un solo episodio di mezz’ora e qualcuno commentò che se Hackett avesse improvvisato le battute sarebbe stato più divertente. Ritagliai l’articolo e lo conservai indignato, certo che a distanza di qualche anno quel giornalista si sarebbe dovuto ricredere”, scrive.

Nel 1955 Nbc lo chiamò per partecipare a un laboratorio in cui il network stava coltivando un vivaio di giovani autori comici da utilizzare nelle sue trasmissioni. “Eravamo in otto selezionati dalla Nbc dopo un attento esame del materiale che avevamo prodotto e delle nostre personalità”, dice Allen. “Malgrado i loro scrupoli, tuttavia, non avevano fatto scelte sagge, e a un certo punto si sarebbero accorti di avere investito male i loro soldi. La maggior parte degli otto finì a fare lavori che non avevano attinenza con quanto aveva in mente la Nbc. Il più losco finì a scrivere battute per i discorsi di Richard Nixon”.

Allen finì a Los Angeles a scrivere materiale per l’emittente, e in particolare per il Colgate Comedy Hour. Il lavoro non sembrava granché prestigioso, ma lo elettrizzava vivere nella città che aveva imparato a conoscere con i monologhi di Bob Hope. A capo del progetto c’era Danny Simon, fratello del commediografo Neil e nume tutelare per l’acerbo Allen: “Danny Simon mi convocò nel suo ufficio e la mia vita cambiò completamente”, scrive. “Mi insegnò a buttare via anche le mie battute migliori se in qualche modo rallentavano il racconto; a cominciare sempre dall’inizio e da lì procedere alla fine dello sketch; a non scrivere mai una scena isolata dal contesto; a non scrivere mai quando sei malato, altrimenti la pagina sarà priva di energia”. Un manager truffaldino approfittò dell’inesperienza di Allen per strappargli una provvigione scandalosamente alta sugli ingaggi, ma la sua reputazione di “mezzo genio” (come lo definì Bob Hope) lo tenne a galla, e la sua carriera sfociò nel cabaret e poi nel cinema.

Gli speciali

Ormai volto noto dell’intrattenimento (era apparso in vari show, arrivando a sostituire Johnny Carson nella conduzione di alcuni episodi del Tonight Show), fu chiamato da Nbc, che gli commissionò uno special tv, Woody Allen Looks at 1967. Dentro c’erano duetti attoriali con Liza Minnelli, un’esibizione di Aretha Franklin e la partecipazione di William F. Buckley, controverso scrittore conservatore, chiamato da Allen “per controbilanciare le mie vedute disperatamente (e a volte criminosamente) liberali”. Il comico si permise sferzate come “basterebbe un anno di presidenza conservatrice per curare il Paese da voi conservatori”, ma cercava anche un dialogo costruttivo con Buckley.

Allen replicherà lo schema due anni dopo. Nel 1969 la Cbs mandò in onda The Woody Allen Special, un titolo simile alla precedente esperienza, ma in cui Allen piegò il formato a suo uso e consumo, cercando di personalizzarlo. Nel programma si ritrova la miscela di riferimenti alti abbassati da un umorismo amorevolmente sciocco che animerà la poetica dell’Allen cinematografico. C’è per esempio una scenetta che omaggia i film muti, in cui Allen è un vagabondo che si innamora di un’ereditiera smemorata, e un’altra dove una ragazza frivola si avvale della consulenza di Woody per diventare una socialite, capace di presenziare all’annuale “party con rissa” di Norman Mailer. Gli intermezzi pubblicitari erano sketch in cui un detective interpretato da Tony Randall cerca di scoprire chi fosse lo sponsor. Nella parte più “seria” dello show, Allen invitò Billy Graham, predicatore e consigliere spirituale per molti presidenti americani, nonché icona della cristianità a stelle e strisce, per scambiarsi le visioni del mondo in una conversazione molto rispettosa tra interlocutori che non avrebbero potuto pensarla più diversamente l’uno dall’altro. Anche qui, Allen si destreggiò tra il serio e il faceto, concedendosi battute sul fatto che il sesso prematrimoniale aveva la stessa importanza delle lezioni di guida prima della patente. Come ha scritto Vulture, “guardate com’era un discorso televisivo intelligente, prima che arrivassimo a rovinarlo”.

L’esperienza di vita come scribacchino per il piccolo schermo fornirà molto materiale per i suoi film, molti dei quali vivono – narrativamente e sul piano della produzione – grazie alla carriera televisiva. È infatti la gavetta nelle writer’s room a formare l’etica lavorativa di Allen, in grado di sfornare materiale senza soluzione di continuità – nel 1962 dichiarò di aver scritto 20.000 battute per i vari comici – sviluppando una buona capacità di lavorare sotto pressione in un contesto commerciale, “intingendo la penna nel sangue”, come dirà al biografo Eric Lax. Il trauma creativo diventerà quello dei protagonisti metropolitani dei film, e la rigida tabella di marcia del palinsesto lo aiuterà a diventare un regista agile. 

La televisione nei film

Libero di scrivere come (e di quello che) gli si confaceva, Allen sfogò la frustrazione dei limiti televisivi nelle sceneggiature dei film. La televisione diventò la linea di demarcazione di valore culturale, gusto e autenticità. Nelle storie di Allen, cinema e tv sono in conflitto come rappresentanti di arte e commercio, a loro volta incarnati dall’eleganza compassata delle produzioni newyorchesi e dalla geografia televisiva di Los Angeles, frivola e spietata. “Santo cielo che pulizia”, dice in Io e Annie Annie Hall, newyorchese appena sbarcata a Los Angeles insieme al compagno Alvy Singer. “È che l’immondizia non la buttano via”, replica Alvy. “La mettono negli show televisivi”. Poco prima, Alvy aveva criticato lo stile patchwork del paesaggio urbano, mostrato con varie insegne kitsch e camioncini a forma di hot dog. In Io e Annie, la storia d’amore tra il comico Alvy e la cantante in erba Annie, il pubblico, incarnato da un passante che riconosce Alvy da un’apparizione al Tonight Show di Johnny Carson, è un buzzurro che si mette in mezzo o gli blocca fisicamente il passaggio per il cinema in cui proiettano Il dolore e la pietà. Alvy si scaglia poi contro le “immorali” risate registrate, di cui l’amico Rob – attore di successo in una sitcom – fa uso smodato; quello per le canned laughters è un odio che Allen esplicita anche in Manhattan: lì, il protagonista Isaac Davis, uno scrittore per la televisione che bolla le risate finte buone solo per un pubblico cresciuto con la televisione, dice: “Il suo gusto è stato sistematicamente guastato attraverso gli anni. Stanno seduti davanti al televisore e i raggi gamma gli mangiano le cellule del cervello”.

L’esperienza di vita come scribacchino per il piccolo schermo fornirà molto materiale per i suoi film, molti dei quali vivono – narrativamente e sul piano della produzione – grazie alla carriera televisiva. È infatti la gavetta nelle writer’s room a formare l’etica lavorativa di Allen, in grado di sfornare materiale senza soluzione di continuità, sviluppando una buona capacità di lavorare sotto pressione in un contesto commerciale, “intingendo la penna nel sangue”, come dirà al biografo Eric Lax.

Hannah e le sue sorelle ribadì la convinzione di Allen che la tv della West Coast è remunerativa ma artisticamente deplorevole, mentre in Crimini e misfatti il personaggio di Lester, un borioso produttore tv artefice però di grandi successi, rappresenta tutto ciò che non va nel mezzo: faciloneria, scemenze e ristrettezza di visioni. Insomma, di esempi grandi e piccoli è piena la filmografia del comico ed è chiaro che nella sua ottica non ci sia possibilità di redenzione per il mezzo, meno ancora quando lo si paragona al cinema. In lui e nei suoi personaggi rimase l’ombra di artisti, geni o mediocri, spaventati dal rischio e dall’incertezza di inseguire progetti personali e gratificanti, rispetto al conforto finanziario della tv.

Cinema vs. televisione

Alla fine degli anni Ottanta, Jean-Luc Godard realizzò il cortometraggio Meetin’ WA, in cui mostrava l’incontro con Allen. Se Woody viveva ormai in pianta stabile nel cinema, la carriera di Godard si era spostata in direzione opposta, esplorando il potenziale comunicativo ed estetico della televisione. Da lì a poco avrebbe intrapreso l’avventura di Histoire(s) du cinéma, un’epica serie di documentari che raccontavano una personalissima Storia del cinema. Allen si spinse a definire quella tv “un’esperienza dagli orizzonti più ristretti”. Rimpiangeva il fatto che la prima visione di un film da parte dei giovani fosse spesso in tv e che guardare Quarto potere o 2001. Odissea nello spazio in casa fosse un’esperienza completamente diversa. Una sala cinematografica era in grado di trasportare il pubblico in un altro momento, con tempi di fruizione in contrasto con il consumo vorace di videocassette nel weekend da parte degli spettatori – il binge-watching prima dello streaming.

Nelle storie di Allen, cinema e tv sono in conflitto come rappresentanti di arte e commercio, a loro volta incarnati dall’eleganza compassata delle produzioni newyorchesi e dalla geografia televisiva di Los Angeles, frivola e spietata. “Santo cielo che pulizia”, dice in Io e Annie Annie Hall. “È che l’immondizia non la buttano via”, replica Alvy. “La mettono negli show televisivi”.

Una volta passato al cinema, Allen raramente tornò alla televisione. Nel 1971 ha diretto Men of Crisis: The Harvey Wallinger Story per la Pbs, un mockumentary che sbeffeggiava l’amministrazione Nixon (la rete lo ritenne inopportuno per la messa in onda), e poi nel 1994 ha adattato per il piccolo schermo Don’t Drink the Water, una sua sceneggiatura teatrale scritta nel 1966. Poi, nel 2016, dopo un lungo corteggiamento, Amazon lo ha persuaso a realizzare una serie tv per il suo servizio di streaming. Allen era l’ultimo di una serie di nomi eccellenti assoldati da piattaforme in cerca di prestigio. Allen racconta che il colosso delle spedizioni lo aveva lusingato con cifre sempre più alte, senza imporre paletti creativi. “Bastava che consegnassi una serie di sei episodi”, e Crisi in sei scene era la serie di sei episodi che Allen consegnò. Nella serie, Allen veste i panni di Sid Munsinger, un creativo con velleità letterarie alte, costretto a lavorare per programmi televisivi che si mettono in mezzo tra lui e il Grande Romanzo Americano che sente di avere nelle dita. Di nuovo, la televisione è presentata come la cugina stracciona dell’intrattenimento, qualcosa per cui non vale spendersi. 

Un silenzio imbarazzante

Crisi in sei scene ha ricevuto pessime recensioni, quasi tutte incentrate sull’incapacità di Allen di assimilare i nuovi codici. L’autore sembra aver concepito la serie tv come si faceva una volta, pensando in ottica teatrale (unità di tempo, spazio e azione) e puntando ad abbattere i costi, tutto il contrario della direzione in cui è andata la televisione negli ultimi anni, a colpi di prestige drama e produzioni ad alto budget che imitano stili e linguaggi cinematografici. Allen ammise di essersi sentito un pesce fuor d’acqua e di aver faticato a consegnare il prodotto finito: “Non ho mai visto I Soprano o Mad Men. Esco ogni sera e quando torno a casa, guardo la fine di una partita di baseball o pallacanestro e poi vado a dormire. Avevo la sicurezza arrogante che l’avrei fatto come un film… Un film in sei parti. E invece non è così. I film li frequento da decenni, e anche le opere teatrali, avrò visto un milione di pièce. Ma questa… Come iniziare qualcosa e finirla dopo mezz’ora e poi tornare di nuovo. Non è da me”. In A proposito di niente, Amazon è nominata solo due volte e su Crisi in sei scene cala un silenzio imbarazzante – in un libro che concede menzione anche ai film più modesti del regista.
Se agli inizi, il rapporto di Allen con la televisione puntava ad allargare i limiti del “televisivamente raccontabile”, giocando con linguaggi nuovi (il finto documentario) o ibridando quelli classici con la sua visione del mondo, una volta scoperto il cinema il comico di New York ha derubricato quei lavori come tentativi falliti di andare contro un’industria che puntava sempre al ribasso, forse anche per la tara di aver conosciuto nel profondo un mezzo che si era lasciato alle spalle la sua (prima) golden age. In Meetin’ WA citava Renata Adler, che in un suo scritto per il New York Review of Books del 1980 aveva definito la televisione “più un elettrodomestico che un’arte”. Difficile pensare che da allora Allen, a differenza dei network, si sia purtroppo mai discostato da quell’assunto.


Andrea Fiamma

Scrive (soprattutto) di fumetti, cinema e tv su Fumettologica, Rivista Studio e The Comics Journal

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