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Uno, cento, mille Watchmen

Dopo il fumetto, il cinema, i sequel, anche in tv è arrivato Watchmen, grazie alla penna di Damon Lindelof. Ripercorriamo i passi dell’arzigogolato percorso che hanno portato fin qui.

Per essere un fumetto da sempre ritenuto non traducibile su altri media – e, prima ancora, intoccabile nella propria cristallina e perfetta unicità – Watchmen non si è certo fatto mancare nulla nell’ultimo decennio: nel 2009 una versione live action per il grande schermo, arrivata dopo vent’anni di progetti abortiti e annunci sensazionalistici; e ora, nel 2019, una serie tv remix/sequel apocrifo, a cui bisogna aggiungere, tra la prima e la seconda, almeno due iniziative a fumetti che ne espandono il mondo d’origine, Before Watchmen (otto miniserie e un one-shot prequel dedicati ad alcuni personaggi principali e secondari) e Doomsday Clock (sequel più o meno ufficiale, e non solo). Va precisato che nessuno dei titoli appena citati può vantare l’approvazione di uno dei due autori del Watchmen originale, lo sceneggiatore Alan Moore, ritenuto uno dei principali autori di fumetti di sempre, fieramente avverso a ogni adattamento di questa e altre sue opere, mentre il disegnatore Dave Gibbons ha subito tenuto un atteggiamento più possibilista (e perfino collaborativo in alcuni casi). Quest’esuberanza tra creatività e marketing fiorita attorno alla maxi-serie (12 numeri usciti tra il 1986 e il 1987 per la casa editrice DC Comics, poi raccolti in volume) cade, non a caso, ora, in piena sbornia mainstream della cultura pop-supereroistica tra cinema e tv, con i cinecomics Marvel e DC che saturano sale, palinsesti, piattaforme Ott e immaginari (nonostante gli strali di Spielberg e di Scorsese) e la vostra fidanzata che magari vi propone il sabato sera Capitan Marvel invece dei soliti film con Anne Hathaway (e può arrivare persino a dirsi incuriosita da serie come Doom Patrol e The Boys).

5 minuti a mezzanotte: Watchmen (1986-1987)

Più di trent’anni fa, quando la serie degli inglesi Alan Moore (testi) e Dave Gibbons (disegni) viene pubblicata negli Stati Uniti con cadenza più o meno mensile, tutto questo è davvero impensabile. Il fumetto, anzi, è ancora tale persino nel nome, ben prima di diventare graphic novel, per la gioia di editori e librai, emancipandosi dal ghetto dei consumatori bambini, veri o mai cresciuti, e ricevendo una patente di nobiltà culturale che oggi non condanna più a uno sguardo di compatimento quando se ne chiede uno in libreria. Watchmen esplode all’epoca con la luce di mille soli in quel mondo ristretto e settario, tutto sommato, però, lasciando filtrare poco o nulla all’esterno, dove risulta più figo parlare magari del Batman vecchio, acciaccato e para-fascista di Miller ne Il ritorno del Cavaliere oscuro quasi coevo. Anche solo sfogliandolo distrattamente, appare chiara l’eccezionalità del progetto e degli esiti (ed è disperante renderne ragione in poche parole): il sistema dei personaggi (ispirati a una linea editoriale supereroistica minore recentemente acquistata dalla DC Comics, quella della Charlton Comics, anche se alla fine era stato chiesto a Moore e Gibbons di non usare gli originali), dove ciascuno funziona anche come riscrittura a chiave di figure tipiche (e ben note) dei supereroi delle major americane; la narrazione spiraliforme e complessa, fondata sul caricamento graduale di senso di indizi e simboli (lo smile insanguinato, gli orologi) che ritornano continuamente e sulla messa a nudo consapevole di stereotipi e di cliché (anche nella forma di un fumetto nel fumetto, I racconti del Vascello Nero, a interrompere di continuo la diegesi); la costruzione di un mondo oltre le vignette, evocato nelle sezioni di materiali ulteriori alla fine di ogni episodio (stralci di libri, documenti istituzionali, fotografie); l’elaborazione coerente di una sintassi visiva (la famigerata gabbia a 9 vignette, 3 per 3), entro cui incastonare il tratto tranquillo e dettagliatissimo dei disegni.

Watchmen può, quindi, ben essere il Quarto potere dei comics o La Divina commedia del fumetto, due tra le tante etichette coniate dalla critica specializzata per stare dietro alla stratificazione profonda di significati celata in un’opera che è tante cose, oltre l’etichetta dichiarata di fumetto di supereroi: thriller cospiratorio sci-fi, satira acuta dell’America contemporanea, meta-riflessione sui comic-book statunitensi e sui loro archetipi, decostruzione psicanalitica delle maschere autoritarie e del rapporto con il potere nella cultura e nella società americana. Ma chi conosce davvero all’epoca, fuori dal comicdom, questa fosca e visionaria fantasia distopica su un’America alternativa che ha vinto il Vietnam e rieletto cinque volte Nixon, ormai sull’orlo di un conflitto nucleare con l’Unione Sovietica, dove i supereroi sono stati messi fuori legge e l’assassinio di uno di loro innesca un’indagine destinata ad assumere contorni sempre più inquietanti ed enigmatici, rivelando una cospirazione di portata planetaria?

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4 minuti a mezzanotte: Watchmen (2009)

Hollywood sa da subito dell’esistenza di Watchmen, perché sguinzaglia i suoi executive alla ricerca di materiali di ogni tipo e formato suscettibili di diventare film, magari opzionandoli per scipparli alla concorrenza. Tutti gli studios hollywoodiani, infatti, hanno avuto a un certo punto il loro Watchmen cinematografico pronto a partire, nonostante sempre e comunque Moore si rifiuti di partecipare a ogni sceneggiatura. Per inciso, quasi a motivare le sue diffidenze e preconcetti, Moore ha sempre avuto un pessimo rapporto con il cinema, nonostante tanti suoi fumetti vi siano negli anni approdati (mai con la sua benedizione…), ma sempre immancabilmente traditi, impoveriti, fraintesi (persino l’unica volta che ne è uscito un film discreto, il V per Vendetta dei Wachowski post-Matrix e pre-cambio di gender).

La storia dei Watchmen su grande schermo mancati è quasi materia da film a sua volta, anche se il condizionale è d’obbligo per molti di questi progetti: Joel Silver che, già negli anni Ottanta, si immagina Arnold Schwarzenegger bluette e nudo come Dr. Manhattan; Terry Gilliam che pensa a un film e poi a una miniserie tv (pare con Kevin Costner Gufo della Notte e Sean Connery come Comico); Tim Burton che vorrebbe il Comico interpretato da Johnny Deep per Disney; Darren Arofnoski che è scottato dall’aver perso a favore di Nolan la possibilità di girare l’anno uno di Batman (di Miller e Mazzucchelli); Greengrass che lo vorrebbe portare nel 2000, nell’America di Bush, con l’Iraq come guerra sporca al posto del Vietnam; persino Michael Bay che vi approda brevemente poco prima di diventare il demiurgo dei Transformers. Quel che si orecchia desta preoccupazione negli appassionati: viaggi nel tempo, finali cambiati, più supereroismo tradizionale. Si tira un sospiro di sollievo ogni volta. Ma nel 2009 casca l’asino, che è Zack Snyder, fresco di decalcomania di un altro fumetto (pardon: graphic novel) appena portato al cinema con successo, 300 di Frank Miller, assunto al volo dalla Warner Bros. e dalla Paramount Pictures per fare la stessa cosa con Watchmen. Sono gli anni di Sin City di Rodriguez e Miller, da un lato, e dei primi botti della Marvel al cinema, dall’altro, e Snyder ha buon gioco a ricalcare spesso inquadratura per inquadratura le vignette del fumetto originale, un’operazione dal sapore mortuario che sta tra lo Psycho bis di Van Sant e il trasferello deluxe. Ovvio, ci mette del suo, da ex videoclipparo di talento, nel (poco) bene (i titoli di testa con “The Times They Are a Changin’” di Bob Dylan su una storia d’America alternativa) e nel (molto) male (in particolare: il piano machiavellico di Veidt/Ozymandias sulla finta invasione aliena sostituito da un più banale complotto per far esplodere centrali nucleari in giro per il mondo).

Ma, soprattutto, commette il peccato mortale di non capire il senso profondo di Watchmen. Che, secondo Moore, sta bene dove sta, e dove era nato, sulle pagine quadricromatiche dei comic-book e nelle raccolte delle edizioni sempre più prestigiose che la DC Comics non smette di ristampare (per inciso, motivo della rottura definitiva con lo sceneggiatore, sentitosi truffato dalla casa editrice visto che questa gli aveva promesso di restituire a lui e Gibbons i diritti dell’opera un anno dopo l’uscita dell’ultima edizione, cosa mai verificatasi in più di 30 anni di pubblicazione continua). Watchmen, dice il suo autore, non è un romanzo, non è un film, ma è un fumetto, da leggere al massimo la sera vicino al caminetto.

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3 minuti a mezzanotte: Before Watchmen (2012-2013)

Qualche anno dopo il film, dagli incassi buoni (ma non eccezionali), arriva la prima delle iniziative editoriali a fumetti che la DC Comics pensa come ideale espansione dell’universo del Watchmen originale. Fin dal 1987, dopo il successo di critica e pubblico della maxi-serie originale, la DC Comics chiedeva a Moore e Gibbons di raccontare altre storie ambientate in quell’universo (soprattutto si parlava di serie sui Minutemen, su Rorschach e la sua crociata anti-crimine e sulle missioni sporche del Comico come agente governativo), ma le tensioni crescenti tra lo sceneggiatore e la casa editrice, poi esplose in una rottura definitiva, lo avevano reso impossibile. Intorno al 2011-2012, in piena bolla supereroistica al cinema (e in tv, sia pure in tono minore), DC Comics (che dietro ha Warner, è bene ricordarlo) torna a bussare alla porta di Watchmen almeno per un prequel. A rispondere, ambiguamente e senza entusiasmi, è Gibbons, con il laissez-faire di Moore (che, va precisato, non ha mai impedito ai co-autori disegnatori di prendere parte a iniziative di questo genere, chiedendo solo di non esservi coinvolto, neppure nei credits di film e serie tv tratte dai suoi fumetti).

D’altronde Before Watchmen, che vede in prima linea lo storico editor Len Wein, già supervisore della maxi-serie del 1986/1987 e tra le poche persone del comicdom statunitense stimate da Moore, è il classico progetto perfetto per scatenare hype attorno a sé, biasimato da alcuni, perché attenta alla purezza perfetta dell’originale, ma esaltato da altri, in attesa da sempre di conoscere dettagli e particolari rimasti volutamente fuori dal Watchmen originale. Va detto che, per mettersi al riparo da (troppe) facili accuse di bieco sfruttamento commerciale ex post, la casa editrice ha voluto fare le cose per bene, coinvolgendo una rosa di talenti, ai testi e ai disegni, che con ogni probabilità era in quel momento il meglio su piazza, oltretutto con un certo acume nell’appaiare personaggi e coppie creative lungo i 9 titoli, ciascuno dedicato a un character: così l’assolo di Rorschach si adatta perfettamente alla coppia Brian Azzarello-Lee Bermejo, specialisti nel noir non solo supereroistico, il gusto retrò di Darwin Cooke è perfetto per l’epopea vintage dei Minutemen, la sensibilità nel tratteggiare personaggi femminili a tutto tondo di Amanda Conner si confà alla vita da “femmina folle” di Silk Spectre, il team J. Michael Straczynski-Adam Hughes restituisce alla perfezione l’odissea straziante oltre l’umanità del Dr. Manhattan, e così via. Tutto perfetto, ovvio, ma non è (più) Watchmen. Si tratta piuttosto di una serie di brillanti apocrifi, costruiti esplodendo allusioni e dettagli disseminati qui e là tra le pagine della serie originale, al limite più riconducibili alle esibizioni di cover band molto dotate che improvvisano su canzoni molto note.

La serie Hbo non si confronta direttamente con il fumetto originale, ma preferisce cimentarsi in un remix/mash up del suo Dna, usandone solo alcuni personaggi e raccontando un’altra storia (a molti anni di distanza), sideralmente lontana anche nelle ambientazioni e nei temi. Quindi, è Watchmen, ma senza essere per forza quel Watchmen.

Anche su questo Moore è stato molto chiaro, nei rarissimi commenti rilasciati, ribadendo che, in un’editoria come quella supereroistica, da sempre affascinata dalla possibilità di giocare con narrazioni virtualmente infinite, nutrita iperbolicamente di crossover e di spin off, Watchmen era nato per iniziare e concludersi in quei 12 numeri, senza un prima, senza un dopo, senza un durante. Non solo: era nato anche per dimostrare che cosa si potesse fare con i tanto vituperati supereroi, fantasie maschili vagamente omoerotiche e da sempre trattenute nell’ambito di un infantilismo regressivo, quindi, dando idealmente il là ad altri progetti analoghi. Ma, appunto, altri, ulteriori, diversi, non i medesimi titoli estenuati e trascinati fino allo sfinimento, senza tentare strade nuove.

2 minuti a mezzanotte: Doomsday Clock (2017-2019)

Before Watchmen, concettualmente, già preparava il passo successivo dello sfruttamento della serie originale da parte di DC Comics. Che non si accontenta di riempire gli spazi vuoti e illuminare le zone d’ombra dell’originale, ma osa l’inosabile fino ad allora: proseguire Watchmen, andare oltre quell’ultima vignetta che lasciava tutto in sospeso, raggelandosi sul fare o non fare un piccolo gesto da parte di un ometto qualunque che avrebbe potuto vanificare tutto quello che era successo fino a quel momento e ricominciare tutto da capo (“Nulla ha mai fine”, così si congedava il Dr. Manhattan prima di abbandonare definitivamente la Terra). A dimostrare, tra l’altro, quella persistenza tenace di un’umanità comune che brulicava dietro i costumi sgargianti dei supereroi protagonisti (però, attenzione: l’unico davvero super, con poteri oltre umani, nel pantheon raccontato in Watchmen è il Dr. Manhattan…), desiderosa di essere più che semplice rumore di fondo.

Moore stesso era stato chiaro in proposito: man mano che andava avanti a raccontare intrighi, complotti e gente in calzamaglia e (più o meno) con superpoteri, si rendeva conto che gli interessavano di più le persone comuni, in Watchmen rappresentate alla perfezione dal ragazzo e dall’edicolante all’angolo della strada impegnati a commentare in modo ricorrente gli eventi. Tutto il contrario, insomma, degli sgargianti rodomonti in spandex che, già nelle espansioni di Before Watchmen, continuavano a restare in primo piano. Il sequel di Watchmen. Doomsday Clock, con riferimento all’Orologio dell’Apocalisse, l’orologio metaforico inventato dagli scienziati atomici per indicare la prossimità al punto di non ritorno per il pianeta (già presente nel fumetto originale), invece, avrebbe proseguito ostinatamente a raccontare solo i suoi supereroi (quelli rimasti in vita almeno). Non solo: i personaggi di Watchmen si incontrano con quelli del pantheon supereroistico DC Comics tradizionale, quindi Batman, Superman, WonderWoman e compagnia bella: di fatto quindi un crossover, la maledetta macchina mangiasoldi dell’industria del fumetto statunitense mainstream, sia pure sui generis, un’unica serie in 12 albi (!), virtualmente identica all’originale nella grafica e nella scansione della tavola (!!), con l’effetto però di inserire Ozymandias, Rorschach e il Dr. Manhattan nella continuity narrativa di Batman, Superman e Wonder Woman.

Con un curioso effetto boomerang di ritorno: quei personaggi nati, nelle intenzioni di Moore e Gibbons, come messa in vignetta iconica e critica dei cliché e degli stereotipi di un intero genere narrativo, ora interagiscono proprio con molte delle figure che, almeno in parte li avevano ispirati, a loro volta spesso ripensate tenendo presente la decostruzione del mito supereroistico di Watchmen. Un gioco di specchi al quadrato, quindi, ma anche un’operazione più sottilmente perfida: Doomsday Clock è stato preparato da anni di storie DC Comics che lasciavano intravedere, con indizi e particolari disposti ad arte, come l’universo di Watchmen fosse solo uno dei tanti universi paralleli a quello ufficiale di Superman e Batman. Dove, appunto, non si può non leggere una dichiarazione d’intenti molto chiara: Watchmen, che nasceva come superamento del fumetto di supereroi, ora torna a essere niente più che una storia di supereroi, assorbita nel tradizionalissimo DC Comics Universe. D’altronde, anche le firme che si sono assunte il compito di sostituirsi a Moore e Gibbons, lo sceneggiatore Geoff Johns e il disegnatore Gary Frank, due top player dell’industria, non fanno che ribadire il senso dell’operazione: il primo, ormai figura centrale nell’organigramma della casa editrice, anche nei rapporti con la casa madre Warner Bros., da sempre interessato a restituire ai supereroi il sense of wonder dopo le tante scalfitture e incrinature post-Moore; il secondo, disegnatore supereroistico classico, metodico e meticoloso nei dettagli e nelle anatomie, idealmente un epigono di Gibbons.

1 minuto a Mezzanotte: Watchmen (2019)

Anche Watchmen, la serie tv creata da Damon Lindelof per Hbo, è un sequel del fumetto di Moore e Gibbons. E, nel suo pedigree creativo e produttivo, ribadisce una questione che prima o poi sarebbe interessante approfondire davvero: quanto una certa serialità complessa contemporanea tra tv e Ott, non solo prestige drama, dialoghi con le narrazioni seriali di comic book e graphic novel, ben oltre il grado zero dell’adattamento da un medium all’altro, con frequenti passaggi di talenti dall’una all’altra industria, in un contesto poi che vede Marvel e DC Comics nella pancia di entertainment company a 360° come Disney e Warner. D’altronde Lindelof non ha mai nascosto la sua passione per Watchmen e l’influenza anche nelle sue writers room (per Lost, in particolare, pensando al sistema dei flashback che vanno definendo in progress il passato e la psicologia dei personaggi).

E, in un certo senso, per quel che se ne è visto sinora, questo Watchmen avrebbe molte cose che potrebbero piacere al sempre insoddisfatto Moore, se gli capitasse per sbaglio di vederne una puntata: non si confronta direttamente con il fumetto originale, ma preferisce cimentarsi in un remix/mash up del suo Dna, usandone solo alcuni personaggi e raccontando un’altra storia (a molti anni di distanza), sideralmente lontana anche nell’ambientazione (Tulsa, Oklahoma) e nei temi (razzismo e conflitti etnici). Quindi, è Watchmen, ma senza essere per forza quel Watchmen. Non solo: riporta al centro della narrazione, (anche) le persone comuni, uomini e donne senza maschera (o dietro la maschera). Certo, l’unica, vera colpa inemendabile che ha è quella di non volersi ancora distaccare dal fantasma culturale del Watchmen di più di 30 anni fa. E Moore, per questo, ancora una volta, pur contattato anche solo per una benedizione da lontano, non ha risposto.


Rocco Moccagatta

Critico e studioso di cinema, televisione e new media, analista dei media e insegna Storia del cinema delle origini e classico e Modelli e scenari televisivi e crossmediali nazionali e internazionali presso l’Università IULM di Milano. Da sempre si occupa di generi popolari e di cinema italiano del passato e contemporaneo. Scrive o ha scritto su FilmTv, L’Officiel Homme, Duel/Duellanti, Segnocinema, Comunicazione politica, 8 1/2, Marla, Nocturno Cinema. Ha appena pubblicato un libro sul cinema dei fratelli Vanzina. È stato ribattezzato “Giancarlo Cianfrusaglie” da Maccio Capatonda e ne va orgoglioso.

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