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Serie tv

Tutto è finto tranne te

Un grande scherzo diventa il motore per una narrazione di fiction, una miniserie a cavallo tra reality hoax e docu-comedy che conquista il pubblico e interroga il ruolo della realtà nel racconto audiovisivo. Il dialogo tra messa in scena e verità giunge così a una nuova tappa.

Tutto vero, tutto falso. Per Christian Metz ogni film è un film di finzione, per Jean-Luc Godard invece il cinema è la verità: la natura dell’immagine su schermo è una questione scivolosa. Per Umberto Eco poi, la neo-televisione nasce (tra le altre cose) dall’abolizione della frontiera tra realtà e finzione. Siamo nel 1983, tra le caratteristiche che Eco individua c’è la presenza sempre più centrale dello spettatore, che interviene nei programmi TV (in diretta, telefonicamente…). Avanti veloce, con Grande fratello il pubblico entra nei programmi da protagonista, il set diventa una casa e lo studio diventa un salotto, i conduttori diventano spettatori. Intanto, durante gli anni ‘80 abbiamo assistito alla codificazione cosciente del linguaggio postmoderno massmediale: tra gli esiti di questa tendenza si delinea un nuovo modo di concepire la finzione, che diventa esibita, sfacciata, giocosa perfino. L’intrattenimento audiovisivo diventa una scatola di scatole. Ne è un esempio Moonlighting con Cybill Shepherd e Bruce Willis, un giocattolo citazionistico che nell’ultimo episodio si diverte a mettere in scena la distruzione dei set, lasciando i personaggi in balia di una realtà (finzionale) che collassa su sé stessa.

Se lo svelamento della finzione non è più un tabù, alla fine degli anni ‘90 l’occhio dell’audiovisivo cambia la sua traiettoria, sugli schermi deve apparire quindi la “vera realtà”. Il nuovo millennio ha sete di verità. Dal Giappone arrivano fotocamere e videocamere digitali che stanno in una mano, immortalare il reale che ci circonda non sembra solo più facile, ma necessario. Nel 1999 esce al cinema The Blair Witch Project, alla TV olandese va in onda per la prima volta il Grande fratello, che sbarcata l’anno dopo in Italia con la storica prima edizione condotta da Daria Bignardi. Nel linguaggio comune fanno la comparsa vocaboli nuovi o mai sentiti prima: reality show, found footage, mockumentary.

Il reality show in purezza ha saturato i palinsesti in brevissimo tempo, dimostrando i propri limiti entro poche stagioni e pochi format. Persa la freschezza iniziale, è stato addomesticato e ibridato con il talent da una parte e gli scripted reality dall’altra (fino al recentissimo Squid Game, che per scrittura, regia e montaggio sembra a tutti gli effetti un telefilm vero e proprio). Found footage e mockumentary trovano al cinema terreno fertile proliferando – con fortune alterne – nel genere horror, pur senza registrare scossoni particolari dopo l’exploit di The Blair Witch Project. Discorso diverso invece per la TV, dove questi linguaggi aiutano a rilanciare e a dare nuova linfa (nuove idee) al segmento comedy. Modern Family, The Office, Arrested Development, Parks and Recreation, Veep, Trial & Error, Abbott Elementary, etc. Gli esempi sono numerosi e rappresentano tutti case history di successo. 

Pannelli solari e cagnolini

Un paio di selfie, fotografie di pannelli solari, poi ancora pannelli solari e pannelli solari ancora, cagnolini carini e qualche altro selfie con cagnolino carino. Il profilo Instagram di Ronald Gladden è proprio come apparirebbe un normalissimo profilo Instagram (di chi ancora lo usa come se fossimo nel 2008). Improvvisamente, qualcosa di diverso: in un post appare in TV, intervistato a fianco di James Marsden, poi photocall, altre interviste, e ancora il cagnolino carino. Da perfetto sconosciuto Ronald Gladden è diventato, a sua insaputa (inizialmente), il protagonista di una delle sorprese della scorsa stagione televisiva: Jury Duty, miniserie in 8 episodi creata da Lee Eisenberg e Gene Stupnitsky (che arrivano da The Office Usa), per la regia di Jake Szymanski (attore, autore e regista già al lavoro, tra le altre cose, per il Saturday Night Live). 

Che cos’è Jury Duty? Un mockumentary? No, perché quello che viene documentato è reale. La messa in scena è dichiarata allo spettatore, ma non al protagonista. Tecnicamente è un reality hoax, ma non solo, fa di più: riesce a trasformarsi in una vera e propria sitcom.

Gladden viene chiamato a svolgere il suo dovere di giurato durante un processo. Per l’occasione, viene informato che processo e giuria verranno ripresi per girare un documentario con l’obiettivo di mostrare meglio al pubblico i meccanismi della giustizia in America. Ecco allora, mentre vediamo svolgersi il processo, le interviste ai giurati, che raccontano il loro background, le loro impressioni sul processo e le opinioni sui loro compagni giurati… Quello che il venditore di pannelli solari ignora, ma che il pubblico sa fin dal principio, è che il processo è tutto falso, così come i suoi compagni giurati, attori chiamati a interpretare una parte (con James Marsden, in particolare, che interpreta se stesso, un attore vanesio ed egocentrico). 

Quella che Eisenberg e Stupnitsky mettono in scena non si risolve in una semplice, enorme, candid camera. Partendo dalla trovata di questa premessa fittizia, sviluppano una storia, un racconto complesso e compiuto. Nell’arco degli 8 episodi, così come sono stati montati, si sviluppano legami, relazioni, tensioni e attriti, assistiamo al disvelamento del ritratto di un personaggio, il protagonista, che rispondendo agli stimoli a cui è sottoposto diventa man mano sempre più tridimensionale e sfaccettato.

Ma cos’è Jury Duty? Un mockumentary? No, perché quello che viene documentato è reale. La messa in scena è dichiarata allo spettatore, ma non al protagonista, che crede di star vivendo una situazione genuina. Tecnicamente quindi è un reality hoax (burla), ma non solo, fa di più: riesce a trasformarsi in una vera e propria sitcom. The Joe Schmo Show, è un ottimo esempio di reality hoax: nato nel 2003 e giunto per ora a tre edizioni, il programma è un finto reality show, con un ignaro protagonista circondato da attori che fingono di essere concorrenti come lui. La prima stagione era allestita a immagine e somiglianza di un tradizionale reality, la seconda invece replicava la formula del dating game. Sempre dallo stesso team creativo (Rhett Reese e Paul Wernick, sceneggiatori per il cinema, tra gli altri, di Zombieland e Deadpool & Wolverine), nel 2005 vede la luce Invasion Iowa, un realy hoax che invece ricalca, avvicinandosi già di più agli esiti di Jury Duty, la dimensione del documentario. La burla, in questo caso, ruotava attorno a un finto film di fantascienza e coinvolgeva un’intera cittadina e i suoi abitanti. 

L’invenzione del mondo

Guardando Jury Duty, la prima impressione dello spettatore è quella di trovarsi di fronte a un prodotto come The Office o Modern Family, ma ben presto subentra una forma di coinvolgimento più profondo. Ricordare a chi guarda che il protagonista è al centro di una finzione equivale a invitarlo a immedesimarsi, a pensare a come reagirebbe lui in quella medesima situazione. Come reagirà il protagonista in questa o in quella situazione critica? E come mi comporterei io? Si induce quindi un meccanismo empatico, chiedendo allo spettatore di rispecchiarsi nei personaggi, viene a crearsi un sistema di connessioni tra ciò che sta al di là e al di qua dello schermo. 

Di volta in volta Ronald Gladden viene messo nella condizione di dover fare scelte eticamente complesse: mostrerà comprensione per i suoi colleghi giurati, personaggi bizzarri pronti a mettere a dura prova la pazienza di chiunque? Li giudicherà? Li biasimerà? Capirà la situazione dell’imputato (complessa, non immediatamente chiara) o, una volta messo a capo della giuria, cadrà vittima di un complesso di potere giustizialista? Ogni giornata del processo, ogni situazione, ogni scena è stata preparata e provata dal cast più volte, in maniera scrupolosa, con l’incognita della reazione di Ronald e della possibilità che potesse accadere qualcosa di non previsto, o che qualcuno potesse commettere qualche gaffe, facendo saltare la copertura. Fino allo svelamento finale: “tutto ciò che hai visto è stato pianificato a tavolino. Era tutto finto. A parte una cosa… Te”.

Nell’era dei deep fake e dell’AI, il discorso attorno alla natura della “verità” e della “realtà” diventa centrale anche nella produzione audiovisiva contemporanea, sia a livello contenutistico che semantico perché, come affermava Baudrillard, il mondo esiste attraverso l’artificio e la simulazione.

Ecco quindi, che tutta la “realtà” di Jury Duty viene veicolata con un obiettivo, la descrizione di un’idea di mondo, quella rinfrancante, terapeutica, in cui l’eroe positivo è in grado, ancora una volta, di vincere le avversità, non con la forza ma con il buon cuore. E se è vero che, come ha detto Umberto Galimberti, “In ogni tempo, in ogni luogo, in ogni epoca storica gli uomini non hanno mai abitato il mondo, ma sempre e solo la sua descrizione: mitica nel mondo antico, religiosa nel medioevo, scientifica nell’età moderna e oggi tecnica”, quella post digitale (e post Biden) a cui andiamo velocemente incontro (anzi già ci siamo dentro), sembra configurarsi come necessità di una “descrizione morale”.

Nell’era dei deep fake e dell’AI, il discorso attorno alla natura della “verità” e della “realtà” diventa centrale anche nella produzione audiovisiva contemporanea, sia a livello contenutistico che semantico perché, come affermava Baudrillard, il mondo esiste attraverso l’artificio e la simulazione. Le immagini quindi si sostituiscono al mondo, ma così facendo, ci permettono di capirne anche le possibilità – a volte. Responsabilità e dilemmi etici, persone sgradevoli, inquietanti e scorrette: il protagonista di Jury Duty, come nel più classico viaggio dell’eroe, è stato messo alla prova, dimostrando un innato senso di gentilezza e buon senso per condurre la giuria di cui è stato messo a capo verso un verdetto giusto. Certo è che con un casting diverso, con un altro protagonista, senza lo spilungone dall’animo gentile, Jury Duty avrebbe avuto una conformazione tutta diversa, senza riuscire a dimostrare la sua tesi; forse, questo progetto tanto ambizioso, e mai crudele, non sarebbe nemmeno andato in porto: sicuramente ci avrebbe restituito una diversa idea della realtà.


Lorenzo Peroni

Storico dell'arte con una lunga storia d'amore per il cinema e la scrittura, non sempre corrisposto. Scrive per Artslife e Doppiozero.

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