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Tutti ci provano con gli Nft

Blockchain, NFT sono sempre più presenti nei media tradizionali: riviste, televisione, pop music. Si pensi a Bayc e Krapopolis. Ma è davvero innovazione o solo l’aggrapparsi ad alcune parole alla moda?

Ogni epoca di crisi è anche un’epoca di transizione. Di passaggio tra sistemi diversi. Intercapedini storiche nelle quali tutto sembra essere permesso perché tutto potrebbe funzionare. Così, ecco che Facebook e Microsoft inseguono il Metaverso perché potrebbe essere la svolta, mentre l’edizione americana di Rolling Stone, “la Bibbia del rock and roll”, mette in copertina degli Nft, precisamente dei disegni di scimmiette, per lo stesso motivo. È un periodo di tentativi, anche goffi: uno di questi dovrebbe essere quello giusto, si spera.

Di questi non-fungible token avevamo già parlato in riferimento al giornalismo, descrivendo i primi esperimenti che univano il publishing ai token fondati sulla blockchain. Il settore crypto corre veloce, ed eccoci già allo sbarco dei legacy media in questo settore: è il primo caso degli Stati Uniti dopo gli esperimenti delle edizioni di Vogue Singapore e Vogue Arabia. Rolling Stone ha dedicato la cover al Bored Ape Yacht Club (Bayc), un drop da diecimila Nft che funge da tessera per un club esclusivo di entusiasti (di cui fa parte anche Stephen Curry). Funziona come un gentlemen’s club qualunque, solo che al posto di un modulo d’iscrizione c’è un disegnino, e al posto della quota in dollari o sterline troviamo una montagna di Ethereum. L’interesse della rivista nei confronti di queste Apes ha fatto discutere: operazione disperata o copertura sacrosanta di un fenomeno pop ormai notevole? Visti a freddo, i numeri del Bayc sono da capogiro: le prime due aste di Bored Apes – la prima da Sotheby’s, la seconda da Christie’s – hanno fruttato rispettivamente 24 e 12 milioni di dollari. Ed è stato solo l’inizio. Queste scimmie sono diventate nel giro di pochi mesi uno status symbol digitale bramato da migliaia di appassionati, che li sfoggiano come avatar su Twitter – e se la prendono quando qualcuno li “screenshotta”, manco fosse un reato. Al cuore della cover story di Rolling Stone, la collaborazione tra la rivista e il Bayc stesso, che includerà una zine da collezione e, ovviamente, degli Nft.

Per tentativi

Parlavamo di epoche di transizione in cui tutti provano tutto. A dominare in questi casi sono alcuni concetti o teorie sperimentali che dilagano, applicandosi a tutto, nella disperata ricerca dell’incrocio giusto. Ha senso che un giornale faccia delle copertine-Nft o è pura speculazione? Del resto, la stessa rivista pubblica da tempo dei “numeri speciali da collezione”: che differenza c’è? Alcune applicazioni finiscono per sembrare più disperate di altre, inevitabilmente: è il potere delle buzzword, concetti e trend che vanno di moda e sono sfruttati in ogni occasione utile. Fino a qualche mese fa la stessa sorte era capitata alle intelligenze artificiali, la cui sigla I.A. era appiccicata su qualsiasi prodotto, nella speranza di posizionarlo come la next big thing. (Qualcosa di simile sta probabilmente succedendo con il metaverso).

Rolling Stone ha dedicato la cover al Bored Ape Yacht Club (Bayc), un drop da diecimila Nft che funge da tessera per un club esclusivo di entusiasti (di cui fa parte anche Stephen Curry). Funziona come un gentlemen’s club qualunque, solo che al posto di un modulo d’iscrizione c’è un disegnino, e al posto della quota in dollari o sterline troviamo una montagna di Ethereum.

Ma la blockchain rimane un caso strambo, diverso. La promessa di questa tecnologia è così grande e rivoluzionaria da ispirare enormi ambizioni, oltre che altrettante bolle: affascina, pur rimanendo ancora vaga. Per esempio: Dan Harmon, creatore di Community e co-ideatore di Rick & Morty, sta lavorando a una nuova serie per Fox. Si chiamerà Krapopolis e sarà “la prima serie animata di sempre curata interamente sulla Blockchain”. Uhm, ok. Ma cosa vuol dire? A quanto pare, anche il network americano sta investendo sulla tecnologia: “Fox porterà gli inserzionisti pubblicitari nel mondo dei token alimentati dalla blockchain, inclusi gli Nft”, ha spiegato il Ceo di Fox Entertainment, Charlie Collier. Cioè, al posto di vendere spazi pubblicitari o merchandising si procederà al mining (il conio) di Nft da droppare online?

Forse. O forse è solo una buzzword con cui Fox vuole lanciare una serie posizionandosi come un brand all’avanguardia, e poco importa se l’idea di un programma su blockchain abbia poco senso. La realtà è che tutti ci provano, gettano idee (e soldi) al muro e stanno a guardare. Insomma, siamo nella fase “tutto può funzionare” degli Nft, un crepuscolo popolato di strane creature fuggite da angusti laboratori. Un altro esempio viene dal gigante musicale Universal, che ha annunciato una collaborazione con il crypto-collezionista Jimmy McNelis per “convertire quattro suoi Nft in una band chiamata Kingship”. Il gruppo, scrive Bloomberg, sarà composto da quattro Bored Ape, “suonerà e apparirà in videogame, applicazioni in realtà virtuale e sulla costellazione di esperienze digitali nota come il metaverso”. Quest’ultimo caso è esemplare dello spirito di queste settimane: si prendono gli Nft, il metaverso, un legacy medium alla disperata ricerca di avanguardia e si mescola tutto, spargendo il risultato in quel settore ancora squisitamente in potenza chiamato metaverso. Il metaverso come alibi industrial-creativo, insomma: “Ma a che serve questa roba?” “È… per il… uhm, metaverso!” “Oh, ok”.

Dan Harmon, creatore di Community e co-ideatore di Rick & Morty, sta lavorando a una nuova serie per Fox. Si chiamerà Krapopolis e sarà “la prima serie animata di sempre curata interamente sulla Blockchain”. Uhm, ok. Ma cosa vuol dire? Al posto di vendere spazi pubblicitari o merchandising si procederà al minting (il conio) di Nft da droppare online?

Una band composta da cartoni animati non è di certo una novità – gli stessi Bored Ape sembrano dei Gorillaz di secondo ordine, perlopiù con vent’anni di distanza. E nemmeno l’idea di una stella pop del tutto digitale e animata lo è: lo dimostra il caso del Giappone, dove da tempo i fan hanno imparato ad amare ologrammi e animazioni come fossero artisti “veri”, con tanto di esibizioni livesold out. È questo il futuro di… tutto? Impossibile dirlo con certezza. Di certo alcuni pezzi di questi strani esperimenti rimarranno, si fonderanno con altri e creeranno altre buzzword, di cui rimarranno altri elementi; e il ciclo continuerà fino a quando la bolla scoppierà – o nel giro di cinque ci ritroveremo a navigare in un mondo virtuale, senza nemmeno essercene accorti.


Pietro Minto

Caporedattore di Prismo, collabora con La Lettura del Corriere della Sera e Rolling Stone. Ha una newsletter che si chiama Link Molto Belli.

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