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Cultura digitale

Cantami, o muser, di Tik Tok e della generazione Z

Tutti ne parlano, pochi lo frequentano davvero, ancora meno lo capiscono fino in fondo. Cerchiamo allora di mimetizzarci nella festa-delle-medie permanente e di capire a cosa serve questo nuovo social.

Non è necessario scadere per forza in un luddismo ostinato del Terzo Millennio per rendersi conto che la tecnologia ha i suoi svantaggi. Per esempio, chi è nato abbastanza presto per non subirne troppo l’impatto ma anche troppo tardi per non potersi considerare a pieno un nativo digitale, può tirare un sospiro di sollievo: completare tredici anni di scuola dell’obbligo senza dover scegliere tra finire la versione di latino e guardare un altro video dal fascino magnetico come quello di un gatto che balla Mr Sandman in una complessa coreografia di riflessi è sicuramente una gran fortuna. Non che stare ore piegati sul dizionario di una lingua morta in un’età in cui l’unica cosa che si ha in mente ha molto poco a che fare con traduzioni e sedie scomode sia mai stata la priorità degli adolescenti, e non che fino a oggi strumenti per distrarsi senza problemi non siano esistiti. Ma internet e gli smartphone hanno amplificato in modo esponenziale il potenziale di uno scarabocchio sul banco, coinvolgendo sia chi la scuola l’ha già finita da un pezzo ma non riesce proprio a resistere a quella compilation di animali buffi, sia chi con una rete wi-fi ci si è svezzato. Da quando esistono i social esiste un mondo parallelo che si muove velocemente, si rigenera in tempi brevissimi e invecchia con altrettanta rapidità. Un passo falso che riporta a galla una tendenza ormai passata e il patentino da buongiornista ti arriva dritto per mail. Cosa c’è di più giovane, nuovo, fresco di un social dominato prettamente da ragazzi e ragazze tra i 16 e i 24 anni che hanno la possibilità di distrarsi tutti insieme in una community fatta da milioni di utenti in tutto il mondo?

YouTube + Vine + Instagram (- Facebook) = Tik Tok

Succede ciclicamente, è inevitabile: neanche il tempo di imparare cosa fosse Snapchat che la novità del web cambia nome, formato e contenuti. Dal blog di MSN a MySpace, il cimitero dei social in disuso conta ormai una collezione piuttosto nutrita, compresa di dipartite misteriose come quella di Vine. Tra 2013 e 2016, infatti, quest’app che consentiva di creare video di sei secondi – ma con la fondamentale aggiunta di un montaggio fai da te, dando vita a scenette in stile Castellano e Pipolo – è stata decisiva per una sottile ma importante rivoluzione estetica del web. I vine, molti dei quali sono diventati meme popolarissimi, hanno fatto sì che il video breve diventasse il centro della condivisione: da lì in poi, Instagram – che fino a quel momento era solo una sorta di archivio di foto insignificanti rese evocative e romantiche da filtri ipersaturi – si è divorata tutto riciclando l’idea delle stories, pescando un po’ da Snapchat, un po’ da YouTube. Vine muore perché non è abbastanza, o meglio, è un ottimo punto di partenza per ciò che diventerà internet negli ultimi tre anni. 

E infatti, questa idea di breve performance personale che si consuma con codici dell’intrattenimento classico – recitare, fare piccoli sketch, cantare canzoni, avere i nostri famosi 15 minuti di celebrità – è il centro di Musical.ly, la versione embrionale di Tik Tok. Su Musical.ly si fanno video in lip-sync, si mettono filtri e si cambia la velocità della propria esibizione da quindici secondi, rendendo tutto molto strano. Strano, nel senso che queste clip di playback sono una combinazione inquietante di iper-realtà e pura finzione, come se l’insignificanza di un ritornello cantato per caso mentre si legge qualcosa o si fa colazione assumesse le sembianze di un film molto edulcorato. Altro dettaglio fondamentale, su Musical.ly ci sono solo giovani, ma giovanissimi, di quelli nati ben dopo l’11 settembre. Nel 2017 però, arriva ByteDance, una startup di Pechino, e si compra tutto, cambiando il nome all’app e facendo nascere ufficialmente Tik Tok. 

Con Tik Tok la trasformazione è completa, un universo parallelo a quello di Instagram, da cui Tik Tok prende l’idea di far dominare l’immagine ma con un assetto wide screen molto più d’impatto, a quello di YouTube, da cui invece trae l’atmosfera casalinga da youtuber, a quello di Vine, che ha fatto da apripista a questo tipo di internet. Ma soprattutto, un universo parallelo ben lontano da Facebook, la sala d’attesa di un geriatra piena di riviste fatte solo di fake news.

Con Tik Tok la trasformazione è completa, e le sue muser – così si chiamano le celebrità di questo social – sono a tutti gli effetti le imperatrici di un universo parallelo a quello di Instagram, da cui Tik Tok prende l’idea di far dominare l’immagine ma con un assetto wide screen molto più d’impatto, a quello di YouTube, da cui invece trae l’atmosfera casalinga da youtuber, a quello di Vine, che ha fatto da apripista a questo tipo di internet. Ma soprattutto, un universo parallelo ben lontano da Facebook, la sala d’attesa di un geriatra piena di riviste fatte solo di fake news. 

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Tik Tok Mr. Sandman Cat (@jade13tr)

Non è cazzeggio, è creatività

La parola più usata quando si parla di Tik Tok in termini positivi è “creatività”: questo spazio enorme che conta un miliardo e mezzo di utenti – il 40% dei quali in età compresa tra i 16 e i 24 anni – è infatti la quintessenza della libertà espressiva di internet, ossia la più pura e completa delle omologazioni. Tutto su Tik Tok è frutto di una tendenza, un principio di imitazione perenne che fa sì che qualsiasi impulso all’emulazione collettiva diventi un trend. Passare ore davanti alla fotocamera frontale del telefono a riprodurre una coreografia che hanno già fatto altri milioni di tredicenni per condividerla nella speranza che ti faccia schizzare in alto tra i video popolari è in effetti una forma di creatività. Le categorie di video che si possono trovare sono diverse, tutte caratterizzate da intenti comuni e, paradossalmente, opposti: dare vita a qualcosa di nuovo che faccia da apripista per un nuovo hashtag o riprodurre nel migliore dei modi un hashtag che già esiste. Tra i contenuti di comprensione più immediata ci sono dei classici del linguaggio di internet, molto più simili per forma e contenuto ai meme, che a guardarli anche riprodotti su altre piattaforme – su Twitter, su Instagram e su YouTube sotto forma di compilation sono riproposti regolarmente – non risultano poi chissà che fenomeno esoterico. Sketch comici, accompagnati magari da filtri e musica, dialoghi con se stessi in cui si riproducono ipotetiche situazioni divertenti, niente di insolito per il web insomma. 

Le difficoltà di comprensione, quelle che fanno crollare ogni certezza a chiunque abbia superato da almeno un paio di anni la maturità – condizione che spesso si traduce in indignazione, rifiuto, “ma che è ’sto schifo” –, arrivano dopo aver visto ben altri video. Le challenge, i POV, il lip-sync, fino a quella bizzarra formula di micro-narrazioni che invadono il social cinese sono il vero fulcro di Tik Tok, nonché le sue declinazioni più inspiegabili per chiunque ne stia fuori. Il linguaggio tiktokkiano si articola attraverso una serie di piccole coreografie di danza, da abbinare magari anche con il lip-sync di una canzone, che sono messe in scena spesso lievemente accelerate, giusto per dare quel tocco post-moderno all’immagine, e che seguono tutte lo stesso schema: sguardo in camera, inquadratura lunga, ambienti casalinghi, sia dentro la propria camera sia nel parcheggio del condominio di qualche zona residenziale. Non è strano incontrare per strada un adolescente qualsiasi che con sguardo un po’ alienato fa un recap dei passi di danza della nuova canzone prima in tendenza: in tal caso non abbiate paura, non è un teenager impazzito, si sta solo allenando. 

I video POV invece, acronimo di point of view, mettono al centro della clip lo spettatore, coinvolgendolo come se fosse lui il protagonista della situazione. In sostanza, c’è una didascalia che spiega cosa sta succedendo, “Sei arrivato a una festa e tutti ti guardano male”, il tiktoker di turno recita la parte di ciò che ti trovi davanti, e tutto diventa a dir poco surreale. Anche il lip-sync, oltre a fare da accessorio per i balletti, ha declinazioni piuttosto bizzarre, specialmente quando gli utenti italiani lo usano per ri-doppiare spezzoni di film, magari già doppiati dall’inglese, riproducendo una scena di Notting Hill o di un altro film qualsiasi simulando di essere uno dei protagonisti, ma anche spezzoni da trasmissioni, o tormentoni di YouTube. Infine, brevissime storie con una trama all’osso in cui si riproducono perlopiù scene romantiche che culminano con epiloghi epici, come una sorta di concentrato di Teen Wolf o di Twilight, che risolvono conflitti sentimentali di vario tipo – una ragazza che vede il suo ragazzo con un’altra, scappa piangendo, lui la raggiunge e finisce con un lieto fine al ralenti con una musica evocativa, tutto in 15 comodi secondi. Questo è il cuore pulsante di Tik Tok, con le sue varietà linguistiche e culturali. Non sembra poi così strano sentirsi disorientati.

Italian Musers

Non solo un modo di comportarsi ma anche un modo di apparire, di vestirsi, di parlare, di truccarsi: i tiktoker per eccellenza sono ragazzi e ragazze che su Facebook probabilmente non ci sono mai neppure stati. Mettendo da parte l’universo muser d’oltreoceano, basta concentrarsi su quelli italiani per avere idea della portata di questo fenomeno che, come sempre, nonostante sia globale e unificato, assume delle caratteristiche locali precise. I numeri che fanno gli utenti più seguiti nostrani possono sembrare assurdi, considerato da quanto poco esiste quest’app, ma si spiegano col fatto che essendoci ben poche parole, il proprio profilo è spendibile anche oltre i confini della lingua. Su Tik Tok si parla un esperanto fatto di gesti, sguardi ammiccanti, unghie lunghissime con cui gesticolare, estetica da VSCO girl o da E-GirlRosalba è una regina di questo settore, con i suoi due milioni e mezzo di follower e la sua ship con Sespo, altro campione del social con un milione e passa di seguaci –, linguacce, fluidità di gender, una certa spocchia sassy con cui mettere in imbarazzo chi guarda nel momento in cui si rende conto che quel balletto decisamente sexy lo sta facendo una ragazza di tredici anni. 

Il linguaggio tiktokkiano si articola attraverso una serie di piccole coreografie di danza, da abbinare magari anche con il lip-sync di una canzone, che sono messe in scena spesso lievemente accelerate, giusto per dare quel tocco post-moderno all’immagine, e che seguono tutte lo stesso schema: sguardo in camera, inquadratura lunga, ambienti casalinghi, sia dentro la propria camera sia nel parcheggio del condominio di qualche zona residenziale.

Il set dove si consuma la Tik Tok mania per eccellenza è la camera da letto, il telefono poggiato sulla scrivania a mo’ di piedistallo, lo sfondo di un armadio-letto componibile alle spalle, l’atmosfera patinata di filtri densi che uniformano i visi molto giovani decorati da quintali di makeup fresco di tutorial. Tra le star più seguite d’Italia c’è Elisa Maino, che ha 4,3 milioni di follower solo su Tik Tok – ma domina anche Instagram e YouTube – ed è nata nel 2003. Ha scritto due libri, #Ops e #Ops 2, ed è stato realizzato anche un documentario sulla sua carriera da enfant prodige che da Riva del Garda ha sfondato tutte le porte di internet, con il dettaglio che gli unici a conoscerla sono i suoi coetanei o i genitori dei suoi coetanei. Virginia Montemaggi, toscana, altra muser di successo, ha 4 milioni e mezzo di follower e un libro pubblicato; Marta Losito 3 milioni, Luciano Spinelli ben 7,1. Cecilia Cantarano invece, forte accento romano da film di Moccia e 1 milione di follower, usa la piattaforma per dare vita a tante piccole gag comiche in cui lei impersona tutti i protagonisti, ma è anche cantante – Sagapò, il suo primo singolo, è uscito pochi mesi fa e ha quasi tre milioni di visualizzazioni. Così come Marta Daddato, che su Tik Tok ha 1,1 milioni di follower e su YouTube fa un po’ la trapper, con canzoni da tre milioni di views. Poi ci sono i Valespo, il duo romano di bellocci col ciuffo, canali YouTube, libri pubblicati, due milioni e passa di follower in due – bisognerebbe studiare questa proporzionalità diretta tra lunghezza e vaporosità del ciuffo e appeal sulle giovani ragazze partendo dal caso Denis Dosio. Ma la lista dei protagonisti di Tik Tok Italia è molto più lunga di così, specialmente se teniamo in conto anche tutti quegli utenti che contano solo qualche centinaia di migliaia di follower, cifre che su qualsiasi altro social determinerebbero già un grado di successo piuttosto alto.

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Elisa Maino (@majno)

Ok boomer, hai fatto cringe

Da maggiorenne che non fa challenge né POV puoi pure entrarci, ma non te la prendere se verrai subito catalogato come cringe. Il concetto di cringe, infatti, va a braccetto con il codice di internet, specialmente di Tik Tok; per renderci conto di quanto è delicata la linea che demarca ciò che lo è da ciò che non lo è, persino una giovanissima Greta Menchi a un utente medio di questo social potrebbe apparire cringe. Ci sono intere compilation di video cringy su Tik Tok, ed è Tik Tok stesso a essere in sé una fabbrica di contenuti ad alto tasso di cringe: una performance fuori luogo, che mette in imbarazzo principalmente chi la guarda piuttosto che chi la fa. Per capirci, nostra madre che si mette a ballare a piedi scalzi like nobody’s watching su un tavolo mentre canta Biagio Antonacci davanti a tutti è cringe; o meglio, Fiorello che sbarca su Tik Tok è estremamente cringe. L’approdo dei “grandi” sulla piattaforma cinese dà la stessa sensazione che può dare un professore di matematica che durante una gita scolastica si mette a bere con i suoi alunni e a dare spettacolo in discoteca twerkando su tutti con ancora il gilet e gli occhiali da vista addosso. 

Ma se Tik Tok è il futuro, e se dobbiamo fidarci del parere di guru della tecnologia come Marco “Monty” Montemagno – il quale sostiene che come Facebook inizialmente era per gli universitari anche Tik Tok cambierà radicalmente forma e bisogna considerarlo solo una “terra vergine” –, allora è bene correre ai ripari e prenderci un pezzetto di questo nuovo mondo. Così ha fatto Matteo Salvini, con un approdo inaspettato che per alcuni dimostra una grande intelligenza strategica e per altri è un goffo tentativo; o come Chiara Ferragni che invita i suoi follower a seguirla “di là”, forse spaventata da una possibile perdita di potere. Barbara D’Urso, Michelle Hunziker e tutti gli altri adulti sbarcati su Tik Tok però non riescono proprio a non dare l’idea di essere finiti a una festa di compleanno delle medie. E se gli esperti del settore suggeriscono di colonizzare il social della Generazione Z in nome di una saggia lungimiranza, non tengono conto dell’effetto boomerang di questa operazione. Soprattutto, non tengono in conto della stretta relazione che c’è tra Tik Tok e i suoi codici, che sono descritti come “liberi” ma in realtà sono rigidi come in nessun altro social prima d’ora. A meno che Matteo Salvini non abbia intenzione di mettersi a fare challenge, dubito che questa scelta sia poi così fruttuosa per la sua campagna elettorale, ma questo lo dirà solo il tempo. 

Tik Tok dà, Tik Tok toglie

Decretare se un social sia in effetti tossico per i suoi utenti è un’operazione che si può fare solo a posteriori, escluso casi eclatanti. Una cosa però è certa: a oggi ci siamo tutti resi conto dell’ascendente che internet ha sulle nostre vite, e ancora di più su quelle di chi non conosce il mondo prima di internet. La Generazione Z nasce e cresce con uno smartphone in mano, tanto da riuscire a utilizzare app come Tik Tok anche per scopi ben diversi dalle challenge, come è successo con il caso della ragazza che lo usava per diffondere notizie sulla situazione politica in Cina e che è stata prontamente bloccata. Tik Tok, è evidente, non vuole diventare politico, né vuole che i suoi utenti si sentano in qualche modo minacciati dalla portata troppo seria o pesante dei suoi contenuti. Al di là di censure, monetizzazioni dell’app – si possono guadagnare soldi facendosi fare dei “regali” dai propri follower – e tutti gli altri aspetti più torbidi di qualsiasi spazio del web, al di là anche del fatto che si tratti di una vetrina dove milioni di minorenni si rappresentano con immagini più o meno esplicite, la cosa che personalmente reputo più inquietante di Tik Tok è un’altra. La scusa per attribuire alle nuove generazioni qualche colpa che le renda meno intelligenti, meno profonde e meno serie di quelle precedenti, la si può trovare in ogni secolo della storia dell’uomo; se prima erano i videogiochi, ora sono gli smartphone, domani sarà qualcos’altro. Il problema di Tik Tok, piuttosto, è il suo potere di annullamento della complessità di un testo e di distrazione immediata.
Tik Tok, più che impero della creatività e della comunicazione, sembra incarnare la loro morte, dal momento che implica la totale rinuncia all’attenzione e alla difficoltà di comprensione di un testo lungo – che si tratti di un libro, di un film, di qualsiasi altra cosa. Un po’ come marinare la scuola e concedersi una mattinata di nulla, con la differenza che si può fare in ogni momento della giornata. Non che avere anche altro a cui pensare, distrarsi e non leggere sia un crimine, ma cosa succede nel momento in cui bisogna concentrarsi su qualcosa di più complesso di una coreografia da 15 secondi? Quando non avevo nessuna intenzione di ascoltare in classe, prendevo la matita e scarabocchiavo su qualsiasi cosa avessi davanti; un giorno disegnai la Venere di Botticelli ma nessuno mi disse che ero una content creator; ero solo distratta.


Alice Valeria Oliveri

Autrice e musicista, si è laureata alla Sapienza in anglistica con una tesi di teoria della letteratura. Scrive su diverse testate online di cinema, tv, serie televisive, musica e attualità. Ha collaborato con Dude Mag, VICE, Noisey, Motherboard, Prismo, The Towner e The Vision, dove è stata redattrice.

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