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Cultura digitale

Non è TikTok

Da Raffaella Carrà a Charlie D’Amelio, da Non è la Rai a Hype House. Le challenge su TikTok proseguono la lunga storia dei balletti in video, sempre più numerosi, sempre più alla portata di tutti.

Nel suo ultimo special su Netflix, Inside, uscito nel giugno 2021, il comico performer ed ex-star di Vine Bo Burnham compie un piccolo miracolo di rappresentazione dell’irrappresentabile, mettendo in scena in modo compiuto e circoscritto la miriade di stimoli e impulsi che ci scorrono sotto agli occhi da quando esiste internet. Approfittando degli svariati lockdown, Burnham si è fatto un one man show dalla cameretta solitaria, dando vita a un musical all’insegna dell’alienazione e del formidabile squilibrio che intercorre tra vita reale e vita digitale nell’era pre e post-pandemia, dove dentro a un telefono c’è il mondo intero, brulicante e sempre acceso, mentre fuori, spesso, l’esatto opposto – la stasi, il buio, il vuoto. 

Can I interest you in everything, all of the time / a little bit of everything, all of the time / Apathy’s a tragedy and boredom is a crime / Anything and everything all of the time”, è il testo di Welcome to the Internet, una sorta di Carosello sbilenco che restituisce in versi una forma definita all’infinità del web. E di questo si parla quando si parla di internet: tutto e sempre, in ogni momento. L’aspetto interessante di questa egemonia della quantità nei media digitali è che, a distanza di due anni circa dalla sua consacrazione al mainstream, il contenuto principe di TikTok, il social più massicciamente dedito alla sovrapproduzione, sia la danza. Coreografie, balletti, passi a due: nel fiume del content e del veto per la noia, come canta Burnham, il movimento a ritmo di musica è la lingua ufficiale di questa terra senza confini né regole se non quelle dell’algoritmo, landa variopinta in cui, altro aspetto centrale del fenomeno, a fare da padroni sono gli adolescenti della GenZ. In un certo senso, il ballo è l’esperanto delle nuove generazioni. 

Da Raffaella in giù

Tra i tanti episodi che sembrano succedersi con la precisione di una sceneggiatura, l’ultimo anno ha sancito la fine del vecchio mondo, del Novecento, non solo con il ventennale del 9/11, ma anche con la morte di una donna che incarnava il senso profondo e familiare della nostra tv. La scomparsa di Raffaella Carrà ha toccato corde di malinconia condivisa, come se un parente stretto di tutta Italia – o meglio, dell’Italia che sa cosa vuol dire tenere in mano un telecomando – se ne fosse andato lasciando un vuoto enorme in uno spazio che, in realtà, non esiste più. La Carrà era la colonna portante di un genere in cui la danza era nucleo centrale del racconto attraverso un’intersezione di arti performative, il varietà. Si può parlare della Carrà presentatrice, dei piselli, di Carramba, delle ultime esperienze nei talent, ma l’essenza di questo personaggio immortale e internazionale era il ballo. Se il “Tuca Tuca” fosse nato nel 2021 sarebbe una challenge su TikTok: la forma canzone coreografata, con lo sguardo fisso in camera, le mosse calibrate per lo schermo, la durata coerente con i tempi televisivi, sono elementi di rivoluzione della danza che portano questo genere di intrattenimento – nonché di arte – fuori dai teatri e dentro casa. Affascinanti perché riproducibili, ammalianti perché perfetti. Un passaggio che segna anche una certa liberazione da gabbie morali ed estetiche – la cugina di mia madre, bambina negli anni Settanta, le diceva “non guardare la Carrà che è sconcia!” – e che va avanti negli anni con una certa progressione sia di intenti sia di gusto. Il ballo, combinato al canto in playback, il primo piano sulla danzatrice che usa anche il viso come potente mezzo di comunicazione, si fondono all’insegna del fascino ipnotico del movimento. Con la tv, la danza da panorama diventa dettaglio. 

Coreografie, balletti, passi a due: nel fiume del content e del veto per la noia, come canta Bo Burnham, il movimento a ritmo di musica è la lingua ufficiale di questa terra senza confini né regole se non quelle dell’algoritmo, landa variopinta in cui, altro aspetto centrale del fenomeno, a fare da padroni sono gli adolescenti della GenZ. In un certo senso, il ballo è l’esperanto delle nuove generazioni.

Please don’t go

Non solo Raffaella: nella tv degli anni Settanta, Ottanta e Novanta la soubrette, ballerina che non si limita al movimento di contorno ma ci mette faccia e nome, è protagonista. Da Heather Parisi a Lorella Cuccarini, nemiche sia sul palco sia nella vita, il ballo resta perno dell’intrattenimento leggero che sfrutta i mezzi, allora potentissimi, della grande tv che non bada a spese. Corpi di ballo, coreografie, costumi: la danza della generalista è così vicina all’idea di opera d’arte totale di Wagner da scavalcarne il senso, aggiungendo all’esibizione un tocco di ironia che la rende più umana, vicina alle persone normali. La svolta, poi, arriva con l’umanizzazione dello show, lo spettacolo in mano al dilettante e, sempre a proposito di anniversari illustri, nel 2021 compie trent’anni il programma che non voleva invecchiare mai e metteva al centro l’incompetenza – nel senso più ingenuo e intenzionale del termine – delle sue protagoniste. Irene Ghergo, storica co-autrice di Boncompagni in quella “gita scolastica in torpedone”, come qualche detrattore era solito definire Non è la Rai, a distanza di tre decenni parla ancora di quel mondo come qualcosa di unico e rivoluzionario. E lo è stato, dal momento che uno dei programmi più assurdi degli anni Novanta ha dato alla tv italiana qualcosa che fino a quel momento mancava, ossia un distillato di normalità. La straordinaria bellezza delle ragazze di Non è la Rai stava tutta nella loro assoluta normalità: compagne di classe, vicine di casa, quindicenni che comprano il diario di Snoopy in cartoleria e cantano con la spazzola davanti allo specchio. Antesignane di veline, letterine e letteronze, le ragazze di Boncompagni – a differenza di Ambra Angiolini che non era affatto normale ma un enfant prodige della dissimulazione dell’artificio televisivo – si ritrovano insieme, in un unico grande spazio, a ballare, a cantare, a divertirsi emulando il principio danzereccio della soubrette ma privandolo dell’aspetto militare e metodico. Non serve provare otto ore al giorno per essere una piccola ballerina scatenata, va in scena la voglia di ogni adolescente di sentirsi parte di una grande coreografia senza disciplina. 

Dalle luci dello studio alle luci del bagno

Se Non è la Rai rimane un fenomeno circoscritto, incastonato in un pezzo di storia non più ripetuta, la danza come veicolo di aggregazione giovanile, tanto giovanile da sconfinare nell’infanzia, resta un fulcro dell’intrattenimento contemporaneo. Il contenuto, parola jolly che oggi si applica per definire qualsiasi prodotto su internet, spazia con disinvoltura in un regno che somiglia allo studio del Centro Palatino atomizzato: niente più grande contenitore di ritrovo, l’Ambra Angiolini del 2021 vive nella sua camera, protetta dalla distanza ma iper-esposta al mondo circostante, nel sogno di una celebrità scanzonata e iperattiva. In tv persiste il filone narrativo danzereccio con un programma seguitissimo come Amici di Maria De Filippi, vinto proprio nella sua ventesima edizione da Giulia Stabile, ballerina ultra tiktokabile e seguita a ruota sul podio da un guru delle hit del social cinese, Sangiovanni – nonché suo fidanzato nella vita fuori dagli studi di via Tiburtina –. Amici è un ambiente in cui la danza assume il ruolo del Bildung, fatto di disciplina, sacrifici e incertezze, stesso leitmotiv di programmi come Ballando con le stelle. Ma anche e soprattutto nella landa sconfinata dei content creator, noti pure come talent, vige la regola aurea dell’autorappresentazione e della micro-performance: non è una telecamera esterna, guidata dall’occhio di un operatore, a riprendere il ballo, ma sono le ragazze stesse – e i ragazzi, in una versione globale e fluida di Non è la Rai – a fissare la fotocamera in un punto della propria stanza e a dialogare con il mondo. Non è la Rai ma non è nemmeno Mediaset, è la dimensione privata di tutti quei teenager che, fino a quando era la tv a fare da mezzo di comunicazione dominante, si limitavano a riprodurre nella realtà i balletti, a sognare di essere Elisabetta Canalis, una Lorella Cuccarini volteggiante, o ancora, una Anbeta Totomani, una Britney Spears in gonnella tartan e codini rosa; ora l’emulazione diventa attiva, universale, frammentata ed estesa fino a toccare l’oltreoceano, non solo nell’oggetto della fruizione ma nella possibilità di diventare piccole star da milioni di follower senza nemmeno dover varcare la soglia di uno studio televisivo. La più grande di tutte le tiktoker, la musa ispiratrice di orde di epigoni, è una ragazza diventata celebre con una micro-coreografia, la Renegade dance. Charlie D’Amelio attualmente conta 125 milioni di follower su TikTok – 125 and counting, come si dice in questi casi dato che il numero è in perenne crescita – ed è una ballerina. Non proprio una danzatrice professionista, Charlie è nata nel 2004, quando Britney Spears cantava “Toxic” e Jamelia “Superstar”. La sua storia con il ballo non percorre le note drammatiche di Billy Elliot o la passione distruttiva de Il cigno nero, ma si mantiene su una lunga frequenza di medietà: Charlie “spacca l’internet”, per usare un’altra espressione nota per i fenomeni del web, perché è la quintessenza della normalità. Le sue coreografie non hanno niente di speciale né di articolato se non la geniale commistione di espressioni facciali, ammiccanti e sbarazzine, e di spontaneità. Charlie e la sorella Dixie – madrine di un impero che è diventato una serie per Hulu coinvolgendo tutta la famiglia – sono quasi svogliate quando compongono i passi delle coreografie che milioni di adolescenti in tutto il mondo poi replicheranno. Indossano tute, cappellini storti, siedono gobbe a tavola, pasticciano con il cibo, legano i capelli in modo disordinato, sono cool

Nella landa sconfinata dei content creator, noti pure come talent, vige la regola dell’autorappresentazione e della micro-performance: non è una telecamera esterna, guidata dall’occhio di un operatore, a riprendere il ballo, ma sono le ragazze stesse – e i ragazzi, in una versione globale e fluida di Non è la Rai – a fissare la fotocamera in un punto della propria stanza e a dialogare con il mondo

È nato prima l’uovo o la challenge?

Se Charlie e Dixie sono le regine della danza spontanea e sintetica di TikTok, Elisa Maino e Virginia Montemaggi, giusto per citare due tra le più seguite, sono le corrispettive italiche da svariati milioni di follower a testa – ma su TikTok, come insegna il caso strabiliante di Khaby Lame, non per forza domina la lingua nella legge dell’algoritmo, e così i numeri possono essere esorbitanti anche per un italiano. La spinta emulativa della challenge danzerina che arriva dagli Stati Uniti trova da noi campo libero in una miriade di versioni diverse, accomunate dagli stessi principi: schermo verticale, luce sparata, utilizzo pressoché nullo dello spazio di movimento in favore di una coreografia che sfrutti al massimo i limiti della cornice in cui è inserito. E poi, ovviamente, lo sguardo, la linguaccia, i sorrisetti e gli occhiolini, tanti piccoli elementi che rendono questo avatar danzante una sorta di bambolina cartoonesca. La domanda, a un certo punto, sorge spontanea: chi crea questi balletti? Nessuno lo sa, tranne in qualche raro caso in cui è riconosciuta platealmente la maternità dei passi. A differenza delle produzioni mastodontiche che rendevano nobili e noti non solo ballerine e personalità dello spettacolo ma anche coreografi e menti che rimanevano sapientemente dietro le quinte dello show, nel ballo su internet si perde ogni forma di proprietà intellettuale, come del resto avviene per i meme. L’uno vale uno del ballo, la democrazia diretta dei passi di danza, vince il flusso infinito e ininterrotto di contenuto su qualsiasi intento di limitazione. Se l’origine della micro-coreografia è perlopiù ignota, è facile vedere l’industria discografia buttarsi a capofitto per creare canzoni che abbiano già nella struttura il dna della viralità. La chiamano TikTok music e parte tutto da una canzone di Lil Nas X, ora artista affermato, che ha esordito proprio grazie a Tik Tok con la sua “Old Town Road”, campionessa di challenge e stream. Non serve andare troppo in là per comprendere il fenomeno, al di là delle varie “Wap” – super hit con danza annessa di Cardi B – o “Blinding Lights” di The Weeknd, anche nei nostri tormentoni estivi si può apprezzare tutto il fattore TikTok. Annalisa, ex concorrente di Amici ora hitmaker di un certo livello, spiega in un video sul social della GenZ i passi della sua “Movimento lento”, in aggiunta al videoclip già didascalico – e così anche Elettra Lamborghini per la sua “Pistolero” o Baby K con i Boomdabash

Mi Hype House es tu Hype House

In un lungo articolo su Vox a proposito del primo ruolo da protagonista nel remake Netflix di She’s All That di Addison Rae, anche lei tiktoker americana dai grandi numeri – 84 milioni di follower –, nata e cresciuta tra coreografie e balletti, si parla di TikTok come luogo per eccellenza della mediocrità. È interessante che questo discorso emerga proprio in un momento storico in cui, specialmente negli Stati Uniti, la retorica dell’anti-eroismo sia sempre più florida: se il sogno americano era spiccare tra tutti, il famoso uno su mille ce la fa, oggi la narrazione dominante volge verso un senso di conforto collettivo e di accettazione dei propri limiti – non a caso persino la più vincente di tutte, la ginnasta Simone Biles, si è concessa un ritiro alle Olimpiadi, evento che sta agli antipodi del miracolo di Kerri Stung di 25 anni prima e ugualmente simbolico. TikTok e il suo algoritmo sembrano voler premiare proprio questa dolce corrente di normalità estesa anche alla performance, e per farsi un’idea di come funziona il flusso basti guardare al video che ha reso stra-famosa Bella Poarch, 81 milioni di follower, un breve fotogramma in primo piano della sua testa che balla – come al solito – a tempo di musica e storce gli occhi in modo molto carino, o forse sarebbe meglio dire in modo molto cute. Bella Poarch potrebbe essere altre centomila ragazze identiche a lei, non ha alcun tratto che la renda speciale, unica; è un ritratto della mediocrità, nel senso più antico del termine, quell’aurea mediocritas oraziana, ossia equidistante dagli estremi, sia nel bene che nel male. E del resto, è così anche il bel viso sornione di Khaby che indica le cose con estrema calma, nessun parossismo performativo, nessun picco di adrenalina. 
Negli Stati Uniti, tutti i tiktoker più promettenti sono stati accolti sotto a un tetto, in una villa designata alla creazione di contenuti. Si chiama Hype House ed è una sorta di Disneyland del content, un luogo in cui ogni creator possa trovarsi sempre a suo agio nel condividere sfide, balli, giochi – contenuti, insomma. Anche Charlie D’Amelio e la sorella Dixie ne facevano parte, ma per questioni ignote, probabilmente legate ai guadagni, si sono auto-sfrattate dal condominio creativo. L’idea che sta alla base di un luogo come la Hype House – che a breve diventerà anche una serie su Netflix – è che quella scintilla giocosa e divertente che scocca non appena si apre TikTok e non appena si trova una nuova, ennesima, piccola coreografia da mettere in scena possa rimanere sempre accesa. Non è strano che proprio Charlie abbia di recente dichiarato lo stato di burnout, altro grande tema del presente, una definizione ormai tanto vaga da aver perso parte del suo senso. Eppure qualcosa significa, se la più grande creator, l’idolo della folla di follower che si spalmano su tutto l’Occidente e oltre si senta pressata, spremuta come un limone dal pubblico – e forse, anche dalla famiglia – che chiede la sua dose quotidiana di danza. Di sicuro però, se non è Charlie e non è nemmeno Dixie, se non sono Elisa Maino o qualsiasi altra nuova piccola grande stella della danza in pillole, qualcuno che arriva subito a prendere il loro posto c’è, senza soluzione di continuità, senza sosta, in un palinsesto infinito che dà al pubblico a little bit of everything, all of the time.


Alice Valeria Oliveri

Autrice e musicista, si è laureata alla Sapienza in anglistica con una tesi di teoria della letteratura. Scrive su diverse testate online di cinema, tv, serie televisive, musica e attualità. Ha collaborato con Dude Mag, VICE, Noisey, Motherboard, Prismo, The Towner e The Vision, dove è stata redattrice.

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