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The Pitt e il ritorno del medical impegnato

Oggi molte serie tv puntano su stagioni brevi e trame semplificate, ma c’è ancora chi sceglie di costruire storie coinvolgenti senza rinunciare alla complessità. Un nuovo medical drama raccoglie questa sfida, riportando il procedurale di qualità al centro della scrittura.

“Il vaccino è sicuro. Il morbillo no” afferma in una scena – diventata anche meme – il dr. Robby. Sembra uno slogan da pubblicità progresso degli anni Cinquanta, ma di questi tempi negli Stati Uniti una frase simile sui social potrebbe costare insulti, minacce e forse persino il posto di lavoro. E così mentre il paese della libertà sprofonda in un baratro a-scientifico (e non solo), ci pensa la televisione a cercare di fornire una narrazione complessa su temi una volta universali. Si spiega anche così il successo di The Pitt, medical drama in onda in patria da gennaio su HBO Max e in Italia dal 24 settembre su Sky. D’altra parte questo abisso tra realtà al governo e realtà televisiva si era già visto a partire dal 2001, quando alla Casa Bianca c’era l’ultraconservatore Bush Jr e sul piccolo schermo trionfava il progressista Bartlet di West Wing (forse però Aaron Sorkin ci ha un po’ illuso sulla reale visione che gli americani hanno del loro Stato e del ruolo del Presidente).

Ai recenti Emmy la serie ha vinto come miglior drama e Noah Wyle, che interpreta il dr. Robby ed era già dr. Carter in E.R. – Medici in prima linea, ha vinto come miglior attore. Non succedeva da anni che vincesse come best drama una serie procedural pura: dal 1999, per la precisione, con la vittoria di The Practice – Professione avvocati. Da lì in poi cambiò tutto. Oggi la vittoria dell’unico procedural candidato in quella categoria può significare un nuovo cambio di rotta?

I procedural sono quella serie “a formula”, che prevede la risoluzione, attraverso una serie di step e procedure di uno o più casi (un delitto, una malattia, un processo) grazie all’intervento di poliziotti, medici, avvocati. Una formula che ha avuto un grande successo e che sembrava ormai appannata, soprattutto nel discorso critico, a causa del successo di serie sempre più eccessive e iper-serializzate, come I Soprano, Mad Men, Breaking Bad, Il trono di spade. Eppure la tv generalista è ancora piena di titoli procedurali che fanno i loro buoni ascolti: resistono nel tempo, ma non riescono più a innovare. Prodotto oltre che da Noah Wyle, anche da John Wells, già produttore di E.R., The Pitt ha invece recuperato tutti gli stratagemmi dello stile quality, che aveva fatto la rivoluzione negli anni Ottanta e Novanta, estremizzandoli senza distruggerli, proprio un momento in cui quella formula pareva affaticata.

È una questione di tempo

Tempo seriale, evidentemente. Il racconto televisivo deve la sua forza alla capacità di alternare ripetizione e variazione. La rivoluzione di stile tra gli anni Ottanta e Novanta è stata anche una rivoluzione temporale di questa dinamica che ne ha trasformato la drammaturgia. Sono nate così quelle formule ibride che mescolavano i meccanismi delle serie classiche (quelle con episodi autoconclusivi) al serial (quelle con puntata aperte), un formato fino ad allora utilizzato solo nelle soap e nelle miniserie. È la serie serializzata: si affida a punti narrativi ricorrenti e, allo stesso tempo, estende le vicende dei propri protagonisti per più puntate, soprattutto per quel che riguarda la loro vita personale. In questa maniera i personaggi acquistano uno spessore che prima non avevano, e siccome il cast è multiplo la dinamica si moltiplica per il numero di personaggi.

Mentre il paese della libertà sprofonda in un baratro a-scientifico (e non solo), ci pensa la televisione a cercare di fornire una narrazione complessa su temi una volta universali.

Una serie che ha saputo perfezionare questo meccanismo negli anni Novanta è stata E.R. che, in ogni episodio, mescolava più casi medici legati a differenti pazienti alle vicende professionali e personali di almeno una decina di medici e infermieri. The Pitt fa lo stesso, ma di più. Gioca sul tempo creando molte linee narrative che si dispongono lungo gli episodi come un mosaico. E questo perché The Pitt fa un’altra cosa che alcune serie degli anni Duemila hanno fatto, rende cioè protagonista il tempo stesso e i suoi meccanismi, come 24 e Lost. La serie mette in scena in 15 puntate le 15 ore di un turno in un pronto soccorso, e dunque ogni puntata è un’ora di quel turno. Il caso di un singolo paziente può riemergere in più puntate in modo rapido, frammentario e discontinuo, ma sta alla capacità degli sceneggiatori e all’attenzione dello spettatore ricollegare i fili.

Intendiamoci però: The Pitt non è un film lungo. Non assomiglia, cioè, a quelle serie degli ultimi anni che hanno diluito un’idea per più puntate diminuendo le linee narrative. Al contrario The Pitt ripete gli elementi precisi e rituali del medical drama, ma al tempo stesso li modula lungo più puntate, organizzandoli secondo una traiettoria temporale definita: la conclusione del turno. Questa corsa in avanti però non serve a dilatare e impoverire la narrazione, al contrario ogni ora è densa di fatti, personaggi, decisioni, sentimenti. Ne viene fuori un caleidoscopio di momenti, minuti, scene. Si passa da un caso all’altro, si incontrano pazienti e familiari, si intrecciano e crescono i loro problemi. Soprattutto, impariamo a conoscere i medici del pronto soccorso, a capirne i sentimenti e le relazioni, arrivando così a seguire gli ultimi episodi con sempre maggior partecipazione emotiva. The Pitt fa quello che E.R. faceva in 22 episodi e quello che molte serie di oggi non riescono a fare in 10. C’è anche un senso di urgenza che monta via via che la narrazione procede, perché sta arrivando la fine del turno e un evento devastante sta per accadere. Quell’evento ci è stato preannunciato grazie a piccoli sassolini di plot che gli sceneggiatori hanno seminato lungo tutte le puntate per noi.

Giocando col tempo si può giocare con la moltiplicazione delle linee narrative e soprattutto con la loro stratificazione, e dunque arrivare a quel tipo di racconto vario, multiforme, complesso per il quale abbiamo inneggiato in questi anni alle serie televisive. In The Pitt ogni personaggio porta avanti la propria linea narrativa professionale e la propria linea personale, spesso in dialettica fra loro. Entrambe le linee narrative si collegano con quelle dei colleghi, creando nuovi intrecci, e con quelle dei pazienti, che hanno la loro linea narrativa medica e personale che può esaurirsi in due puntate, oppure cinque oppure coprire tutto il turno. Dopo un certo numero di puntate ogni scena è un’opera di carotaggio: contiene tutte le stratificazioni geologiche di quelle storie e di quei personaggi.

Questo non significa rinunciare a certe furbizie proprie della sceneggiatura seriale, anzi. La serie mima un’ora di un turno, ma come 24 procede per accelerazioni, rallentamenti, ellissi e cade quasi sempre su una sospensione, una sorta di cliffhanger di fine puntata. La sospensione finale lascia sempre voglia di vedere cosa accadrà nella puntata successiva. Una voglia alimentata da un’altra dinamica temporale importantissima: l’attesa.

No binge-watching, grazie

Pur in onda su un servizio in streaming, The Pitt ha proposto 15 puntate: un numero lontano dalle 22 di una volta, ma elevato se si pensa che in media oggi una stagione si assesta sulle 8-10 puntate. Non solo, ha optato per una scansione “vecchio stile”: una puntata alla settimana rilasciata in orario prime time, e non a mezzanotte. Questo antico meccanismo permette di fidelizzare meglio il pubblico. Dare in pasto tutto e subito agli spettatori brucia titoli, passioni e anche meccanismi narrativi, e invece The Pitt ha potuto godere delle recensioni favorevoli e del passaparola del pubblico ed è così cresciuto negli ascolti di settimana in settimana: secondo quanto dichiarato da Warner Bros. Discovery, la serie ha registrato una crescita di puntata in puntata per almeno 13 settimane di fila. La scansione settimanale, inoltre, permette al racconto di depositarsi nel vissuto dello spettatore e di riattivarsi a ogni nuova puntata. L’attenzione non viene consumata in un binge watching snervante, ma al contrario viene tenuta in sospeso per una settimana e successivamente rimessa in moto durante la visione.

Altra dinamica da vecchia tv: già a gennaio ci sarà una seconda stagione. Dunque niente attese di anni e anni, ma una produzione di nuovo seriale nel senso industriale del termine. E industria significa anche costi: stando alle stime che girano, The Pitt è costato molto meno di altri titoli. Intendiamoci: questo non significa che le serie à la Severance debbano sparire, anzi, sono stupende. Ma il sistema televisivo per funzionare deve poter contare su tutte le sfumature di racconto e di budget.

Un volto familiare, ma più duro

The Pitt fa leva su una regola tanto antica quanto perfetta per far arrivare il suo racconto al pubblico. Utilizza infatti un volto già noto, già familiare. Noah Wyle ha già fatto il dottore in E.R., è un volto del genere, è un volto di casa di cui possiamo fidarci. Un volto noto del piccolo schermo, non una grande star del cinema prestata alla televisione, secondo la regola di troppi prestige drama. Il nostro dottore è attento, bravo, gentile, pieno di ideali: è insomma l’angelo custode pronto a salvare chiunque. Pur non avendo ancora superato la pandemia, pur dovendo affrontare lo stress di 15 ore di lavoro, pur dovendo gestire famigliari e colleghi e una tragedia in corso, lui c’è. E questo è il perno su cui gira The Pitt ma anche lo stesso medical drama in quanto genere di successo: l’idea che ci sia qualcuno lì per te cui affidarti.

The Pitt fa quello che E.R. faceva in 22 episodi e quello che molte serie di oggi non riescono a fare in 10.

Ma il dr. Robby non è il dr. Carter, che iniziava la sua esperienza da novellino. È quello che il dr. Carter è diventato alla fine di E.R., anzi forse molto di più. È un medico di grande esperienza. Il medico-capo, quello che insegna a tutti e pretende da tutti, alternando durezza e delicatezza, ma mostrando sempre empatia e pietas. È anche un uomo distrutto dal lavoro che fa, anche se lo ama, e dal ricordo terribile  della pandemia. Insomma il dr. Robby è un dr. Carter che ne ha viste tante, troppe, come tutti noi. E anche The Pitt è più crudo e realistico di E.R.: ci mostra certe procedure mediche come mai prima d’ora. E poi è cambiata l’America: il dr. Robby e il suo team sono costretti a lavorare spesso con pazienti che rifiutano le cure perché schiavi di quel che hanno letto sul web o sentito da qualche politico. La lotta al pronto soccorso è diventata più dura.

Evviva il procedural

In questi anni abbiamo, anche giustamente, osannato serie che si svincolano da certe dinamiche seriali e che creano mondi narrativi ampi, abitabili e con storie così aperte che però a un certo punto si perdono, e noi con loro. E così abbiamo così un po’ dimenticato il valore del procedural. Certo, in questo macrogenere gli step di scrittura che portano alla risoluzione del caso di puntata sono standard e ripetitivi. È un percorso obbligato. Allo stesso tempo però significa avere una bussola e non perdersi, tanto per lo sceneggiatore quanto per lo spettatore. Grazie alla struttura solida e all’obiettivo esplicito (come curare un paziente), si possono inserire variazioni temporali, narrative e visive. Si può moltiplicare all’infinito. Il procedural permette ancora slanci creativi, e anche tematici. E infatti, come un tempo, il procedural mette in scena i temi dell’attualità americana. The Pitt dice la sua sulla deriva a-scientifica degli Stati Uniti, sulla pericolosità del Fentanyl, sulla libertà di scelta delle donne, sulle sparatorie di massa, sul crollo della fiducia nei medici, sull’assenza di fondi per gli ospedali. The Pitt è quella tv piena di ideali di cui abbiamo bisogno in questo momento confuso come questo.


Stefania Carini

Si occupa di cultura, media e brand. Collabora con il Post, la Radio Svizzera Italiana, il Corriere della Sera. Ha realizzato podcast (Da Vermicino in poi per il Post) e documentari per la tv (Televisori, Galassia Nerd, L’Italia di Carlo Vanzina). Ha scritto Il testo espanso (Vita e Pensiero, 2009), I misteri de Les Revenants (Sperling&Kupfer, 2015), Ogni canzone mi parla di te (Rizzoli, 2018), Le ragazze di Mister Jo (Mondadori, 2022). Il suo ultimo libro è Il coraggio di Oscar (Mondadori, 2024).

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